Bevute

Assaggi di vino distillati con punteggio, spesso con video degustazione

Biondi Santi Brunello di Montalcino Riserva 1998 Tenuta Greppo

E invece la ‘98: un’annata all’epoca reputata chiaramente minore, soprattutto perché veniva dietro una ‘97. È un inverno non molto freddo, quindi qui non ci sono state gelate, non c’è stato freddo. Primavera piuttosto piovosa, l’estate molto calda e asciutta, poi ha piovuto a metà settembre. E poi, diciamo, anche questo qui è stato vendemmiato il 21 settembre. E quindi, per strada – di Biondi Santi – è abbastanza in là, proprio perché aspettava un po’ di pioggia, perché l’uva si stava effettivamente un po’ seccando, disidratando.

La ‘98 è comunque un’annata molto fine, graziosa, esile, che però – come sempre – quando Franco decideva di fare la riserva, voleva dire che il potenziale per una riserva c’era. Quindi, so quello… non è che la gente… è un po’ come quando assaggiava Gambelli, no? Registrava gli strumenti in base a quello che diceva Gambelli, non quello che diceva… “Ritariamo il pHmetro! Se lui mi dice che è 3,2… 3,2!”

Allora, il naso è veramente un caleidoscopio impressionante di tutto quello che ci piace del Montalcino e di Biondi Santi. Biondi Santi è capace di passare… Il primo timbro è quasi sempre balsamico: questa nota di bergamotto, di carrube, di mallo di noce, un po’ di castagno. Queste note, questa piccantezza, questa nota di liquirizia. Poi chiaramente c’è l’oliva, c’è la prugna, ci sono ribes, il mirtillo, c’è il cassis. Ci sono poi appunto note un pochino di frutta secca, nota di sagrestia, questo incenso misto a una lieve nota smaltata.

È un vino insomma di una freschezza, di un’eleganza che però ovviamente non maschera i suoi anni. Anzi, se ne fa, come dire… “Ci ho messo trent’anni a far vedere queste rughe, ve le faccio vedere!”. Quindi insomma, la piacevolezza…

In bocca, ecco, in bocca è un vino che è proprio questo… è proprio il team Biondi Santi, no? Questa acidità sferzante, questa scontrosità quasi, questo timbro tannico molto deciso. Per un Brunello che, di nuovo, anche qui sicuramente è un Brunello capace di durare ancora una decina, quindicina d’anni. Le riserve di Biondi Santi erano garantite almeno 50 anni, quindi insomma ne abbiamo ancora da vedere. E questo sembra quasi in una fase in cui effettivamente deve ancora acquietarsi, cioè questa bizzosità del tannino e dell’acidità che devono ancora equilibrarsi.

E però il finale… sentite quanto è lungo, sì? Quanto balsamico? Quanto pepe verde? Quanta nocciola? Quanto viola? Di nuovo quanta lavanda viene fuori nel retrogusto? E quindi questo è un vino che veramente traguarda almeno un altro paio di decenni tranquillamente. Fermo restando che bevuto stasera, anche a tavola, era sicuramente una signora bottiglia.

Anche qui una fase evolutiva secondo me ottimale. Io non sono per i vini veramente portati all’eccesso. Questo secondo me ha tutto il fascino: quella nota un po’ anche un po’ di goudron, un po’ di tartufato, un po’ appunto catramosa, di sottobosco, di radice, humus, che hanno i grandi Brunello in evoluzione. Ma mantiene ancora una bella nota fresca, fruttata, che secondo me nel vino, quando si perde quella nota, è veramente… è certo. E qui contribuisce l’annata.

Hortense – Bolgheri Superiore DOC 2022 | Tenuta Fratini

Il vino nasce in questa vigna qui, a 235 metri sul livello del mare. Per Bolgheri, l’Everest — si è parlato prima della vigna a 350 metri di Grattamacco, che è una delle aziende più importanti del Bolgherese e che vigna anche a 220 metri. Ormai tante aziende fanno dell’altitudine un punto di forza, in questo clima sempre più caldo. Qui siamo tra i 235 e i 380 metri, su suolo vulcanico.
Dici: a me che me frega del suolo vulcanico? È importantissimo. Questa componente minerale, con un pH molto basso, permette un assorbimento ottimale di calcio, manganese e potassio. L’uva cresce con una buccia spessa — quando vai a raccoglierla si stacca difficile dal raspo, è bella densa, e quando la schiacci è bella colorata.
E questo ci importa, eccome — perché la componente aromatica è fondamentale. In questa zona nord-nordest l’uva matura a oltranza: si raccoglie una settimana dopo tutte le altre vigne, estremamente carica aromaticamente, profumatissima, con un’acidità bella succosa.
Questo è un vino molto particolare, perché racconta quello che dovrebbe essere il marcatore identitario di Bolgheri: la mediterraneità. Come il pepe nero ha fatto per il Syrah, come la garrigue ha fatto per Châteauneuf-du-Pape, così il Mediterraneo dovrebbe fare per Bolgheri — con queste note di mirto, alloro, elicriso, lavanda che sono straordinarie dentro questo vino e che rappresentano l’identità ferrea di tutta la costa mediterranea.
Hortense ha un po’ più di Cabernet Franc — siamo sul 54% — con pochissimo Merlot. Affinamento e vinificazione sono i medesimi degli altri vini.
Nel vostro calice stasera state assaggiando tre territori diversi, tre zone diverse, tre matrici geologiche diverse. Questo è veramente rivoluzionario: stiamo dando a Bolgheri la capacità di parlare di zone e suoli differenti, come ha fatto la Borgogna quando a La Tâche sei qui, e a La Grand Rue sei lì — ed è completamente diverso. Come è possibile, se l’uva è la stessa? Ecco, stiamo iniziando ad avviarci su quella strada: parlare di territorio, darvi la possibilità di emozionarvi nel calice non solo attraverso la bravura enologica, ma attraverso un racconto che susciti qualcosa — anche quando portate due bicchieri a qualcuno e dite: “Senti che differenza.”
Andrea Gori
Questo vino racconta territorio, certo, ma c’è anche una volontà esplicita di fare un grandissimo vino. Se guardate le rese per ettaro — dove spesso si parla di 70, 80, anche 100-120 quintali, e molte DOC sono su quei livelli — qui siamo sui 10-20, massimo 20-30 quintali. Quando si vuole fare un grande vino si fa una grandissima selezione: gli acidi perfetti, la concentrazione, l’estrazione. Ed è quello che hanno realizzato qui, da vigne relativamente giovani. Impressionante.
La mediterraneità è fortissima, e forte è la presenza di Cabernet Franc. Lo sapete che il Cabernet Franc è il progenitore, il più antico dei vitigni bordolesi — un po’ come il Pinot Nero per Borgogna, il Sangiovese per la Toscana, il Nebbiolo per il Piemonte. Il Cab Franc è il capostipite di Bordeaux. Oggi a Bolgheri tutti hanno perso la testa per il Franc — c’è questa voglia di tornare al ceppo originario.
La prima cosa che emerge in questo vino non è il frutto — che è il primo pensiero quando si pensa a Bolgheri — bensì la balsamicità. Poi ci sono tutte le note che ha descritto Davide: il pepe, la verbena, il neroli, sentori di macchia mediterranea che virano anche verso qualcosa di esotico. Ho avuto quasi un ricordo di Borgogna — di Vosne-Romanée, dove qualsiasi cosa sembri arrivare — ma anche lì quella complessità deriva dalla capacità di quelle uve di maturare con un equilibrio perfetto tra buccia, pH e alcol, estraendo qualcosa che altrove non si ottiene.
Poi c’è la vinificazione, il rapporto con il legno — e si sentono: le note tostate, il cacao, la noce di cocco, un po’ di sottobosco autunnale, qualche nota ematica, ferrosa. Un bicchiere divertentissimo da annusare — a ciascuno di voi dirà qualcosa di diverso, perché quando ci sono così tanti profumi, ognuno ci sente quelli a cui è più abituato.
Ma soprattutto — e questo per me è straordinario — questo vino è eccezionale in bocca.
Oggi è un giorno un po’ triste per il mondo dell’enologia, perché è morto Michel Rolland — l’inventore del Bordeaux moderno, e in un certo senso anche del Bolgheri moderno, perché senza di lui non sarebbe quello che è. È stato lui a trasformare i vini bordolesi da claret leggeri e freschi a vini più corposi e ricchi, portando avanti la maturazione dell’uva, garantendo un frutto più completo e costante anno dopo anno. E soprattutto, quella capacità del tannino di massaggiare la lingua e il palato da tutte le parti senza mai stancare. Questo è uno dei pochissimi vini italiani che ce l’ha davvero.
Ovviamente non mancano barrique e attrezzature, ma alla fine, a parità di tutto, la cosa fondamentale è portare il frutto a una maturazione eccezionale. E a Bolgheri il sole non manca — quello che spesso manca è il contrasto. L’escursione termica c’è qui, non altrove. E quando vuoi portare avanti la maturazione senza perdere la freschezza, devi venire in posti come questo. Ottieni così vini molto concentrati, molto fruttati, ma comunque ariosi — il sorso finale mette voglia di riberne. Non è un vino pesante: è chiaramente un vino importante per tipologia, non è il Clinio da bere in qualsiasi momento, però come tutti i grandi vini in realtà si beve anche a secchiate — una bottiglia in due, o con una magnum. Stasera vi stiamo servendo mezze magnum, giusto per essere pratici — e con la vostra mezza magnum, in due, un po’ di formaggio: è una di quelle carezze, uno di quei piaceri che è bello concedersi.
Poi lo sperimenteremo sul piccione — e attenzione, il piccione è una carne ricca e speziata, ma non è uno stracotto, non è un cinghiale. Mio fratello ha scelto questo abbinamento proprio per sottolineare il carattere arioso del vino: come i piccioni volano, così vola anche questo vino. Speriamo voli bene nei vostri bicchieri.

Salvioni Rosso di Montalcino DOC 2017

La 2017 a Montalcino è stata una delle annate più calde, più secche, un’annata tosta, di quelle… diciamo con quello che è venuto fuori dopo, forse nemmeno così tremenda, però soprattutto grande periodo di siccità. E quindi, ecco, di nuovo: la grande siccità nel Chianti Classico – un territorio più freddo, più al nord – viene sopportata meglio. A Montalcino le viti possono andare in stress. La 2017 ha avuto anche tanti giorni la temperatura sopra i 35° e quello ha bloccato la vegetazione, la maturazione, e questo poteva portare dei problem
Comunque, sapete, Salvioni: siamo sul versante sud-est, vigne fra i 300-400 metri, vari impianti da 10-15 a 25-35 anni di età. Uno stile che è rimasto sempre tantissimo fedele a se stesso: botte grande, vini al limite nello scontroso da giovane, ma soprattutto che sul Rosso si aprono a una piacevolezza grande.
Qui sentite subito proprio la differenza: questo è il simbolo del Sangiovese. Io sono un grande fan del Rosso, perché secondo me se vuoi capire la differenza – il Sangiovese e in generale la Toscana – a Montalcino è rappresentata dal Rosso. Perché il Brunello ovviamente ha più anni in botte, è comunque un vino più lavorato, più lungo da produrre, quindi quando alla fine esce è sicuramente più complesso e più elegante. Ma il frutto, l’idea, veramente il timbro del Sangiovese lo senti nei Rosso.
Quindi nei Rosso come questo, effettivamente, questa nota… sentite che ricorda a metà strada fra Chianti Classico e la Maremma: queste note rosse, queste note di lampone, queste note quasi di melograno, queste note di fragola in confettura, queste note che hanno una bellissima dolcezza e che aprono proprio sulla nota mediterranea. Questo vino c’ha proprio una nota che ricorda quasi l’elicriso, ricorda la macchia, c’ha una puntina d’alloro. È veramente un vino che apre a un mondo che è completamente diverso da quello che amiamo del Brunello, ma che appunto possiamo amare e imparare ad amare nel Rosso.
Ecco, in bocca è veramente… ecco, al naso piacevole, ma sentite in bocca la sferzata pazzesca di forza, di energia, di acidità! Come si può – un’annata come la 2017 – tirare fuori questa acidità, questo timbro? Che poi è un’acidità… se andiamo a vedere l’analisi non è altissima, però l’equilibrio è proprio giocato sull’agrumato. Sentite l’arancio sanguinello, la salivazione. Questo è un vino che… ecco, meno sapidità ma tantissima acidità, o quantomeno nella costruzione spicca l’acidità.
Un vino di una piacevolezza, di una larghezza… magari non lunghissimo, ma il sorso – penso tutti voi abbiate fatto, ecco, la stessa espressione – “Cavolo, senti che roba!”. Ecco, questa è la bellezza di Salvioni: babbo e figlia, tutt’e due hanno delle mani… diciamo questi schiaffi che ti danno nel bicchiere, che lì per lì magari sembrano un po’ svenevoli, sembrano un po’ dolci, poi li bevi, ti svegli tutto a un tratto, ti riparte la sedia, ti riparte lo slancio.
Veramente un grandissimo vino, ed è soltanto – fra virgolette – un Rosso di Montalcino.

Casina di Cornia Chianti Classico Riserva 2020

Julien ci racconta del vino più importante di Casina di Cornia, una riserva dal naso intrigante ed esotico , ricco di visciole ed ematico , pepe e macis miele di corbezzolo, arancia sanguinella, pomodoro confit, pepe e zenzero, sorso pieno e carnoso con finale succulento. A Tavola da Burde, ottimo anche su una amatriciana ricca di guanciale di Paolo Gori.

Le Strie – Sforzato di Valtellina 2017 (Stefano Vincentini)

Lo Sforzato è un vino decisamente inconsueto nel panorama dei vini rossi mondiali e questo delle Strie, annata particolare come la 2018, si mostra intenso, scuro, ricco ma non così pesante come ci si aspetterebbe da un vino passito. Ed in effetti qui c’è la magia: note di dattero, candito, albicocca secca, fico secco, prugna della California e frutta secca come mandorla tostata, mallo di noce e castagna si mescolano a quelle di un frutto e di un fiore ancora vivaci.
La viola nera e rossa, la rosa damascena, la fragola matura, il ribes in confettura si fondono con tabacco dolce, anice stellato, cardamomo, cacao amaro, china e pepe nero, donando un naso di una complessità, ricchezza e dolcezza veramente impressionanti. Emergono anche note balsamiche di eucalipto, mentolo, resina di pino e una componente terrosa di humus e funghi porcini secchi tipica del Nebbiolo evoluto.
Al sorso la corposità dovuta all’alcol è ovviamente importante (sui 15°) perché quasi tutto lo zucchero dell’appassimento si è trasformato in alcol, ma la grande polpa e buccia del Nebbiolo vengono fuori esprimendo un tannino che equilibra il tutto, donando un vino di una piacevolezza incredibile, capace di grandi abbinamenti (brasati, stracotti, selvaggina, formaggi erborinati) ma anche di grandi soddisfazioni se bevuto così per conto proprio.

Come nasce
https://youtu.be/K7t9Oz67wy8

Come è
https://youtu.be/RRScxGtpvzk

Alessio Magi – Rosso di Valtellina DOC 2020

Bellissimo scoprire la Valtellina con un vino come questo di Alessio Magi, che esprime il carattere solare e allo stesso tempo fresco di questa zona d’Italia così particolare. Le note principali sono quelle del Nebbiolo di montagna: incenso, rosa rossa, geranio e violetta, accompagnate da un bel corredo balsamico di timo, mentuccia, pepe bianco, lino e talco che danno quasi un’idea di zucchero filato, una dolcezza che ovviamente nel vino non c’è ma che la suggestione aromatica è veramente forte. Si aggiungono note di ciliegia sotto spirito, ribes rosso, fragola di bosco e una leggera componente speziata di liquirizia e anice stellato.
Al sorso grinta e carattere, con una bellissima acidità, un bel tannino fine e una dolcezza di fragola mista a ciliegia e melagrana nel finale di bocca che restituisce la sorgente dolcezza di questi ripidi e scoscesi lembi di montagna. La mineralità ferrica dona persistenza e verticalità.

Castellaccio Chianti Classico Lama dei Cortacci Riserva 2023

Finora il miglior vino di Davide Bottai e la piena dimostrazione di cosa può fare la vigna più alta del Chianti Classico in un’annata comunque molto complicata. E’ un vino in grandissima forma, roboante di intensità floreale e fruttata ma senza smancerie dolci con una sapidità che esce anche al naso insieme a viola, iris, rosa selvatica, poi ciliegie e mandorle, caramello, fichi maturi lamponi e mandarino. La bocca è di succo e profondità dinamica, con una lievissima volatile che tiene sollevata una materia incandescente e affilatissima. Ottimo sul cinghiale in umido di Paolo GOri…

Chianti Classico Gran Selezione Montemaggio 2013

Ecco un Chianti Classico che non ha mai paura di uscire in ritardo infatti questa 2013 è l’ultimo andata in commercio per Montemaggio.Ilaria è una vinaio esperta e quando esce sa che può contare su un prodotto fine d’istinto elegante e di una classe sorprendente queste selezioni 2016 sfoggia una rilassatezza impressionante fatta di note di ebanisteria di frutta sottospirito mirtillo ribes nero viola candita per Moto da tabacco olive e un finale che va da vincenzo ginepro. Al sorso a Corona bellissima freschezza, un frutto terzo e nitido e soprattutto un tannino rilassato, ma che non manca di pungere. Un vino notevole per tutto pasto su carne ma non eccessivamente si è alzato e che a tavola si è rivelato un bellissimo compagno della zuppa inglese

Gewurztraminer Gruss VT e Ribollita

Con questo Gruss Gewurztraminer Vendage Tardive 2023 siamo in Alsazia, la zona di confine fra Francia e Germania, dove non si sa bene se la gente sia francese o tedesca — e spesso non lo sanno nemmeno loro, né nei nomi, né nei paesi, né nel modo di fare il vino. È una regione a doppia anima: convivono sia lo stile di elaborazione tedesco che quello francese. Come in tutte le zone di confine — pensate allo Champagne, dove Krug, Bollinger, Deutz sono tutti nomi tedeschi — anche Gruss non è un nome francese. Sono però generazioni che vivono in Alsazia: sono diventati francesi, ma l’origine è germanica.
Il Gewürztraminer di Gruss è famoso per i suoi aromi di litchi, pesca, note tropicali e soprattutto quella fortissima nota di rosa — rosa moscata in particolare. Se volete approfondire, su Intravino abbiamo pubblicato qualche mese fa diversi articoli scientifici sull’evoluzione degli aromi del Gewürztraminer, condotti dalla Cantina di Termeno, che in Italia è chi ci ha lavorato di più. Anche chi non sa niente di vino, appena mette il naso nel bicchiere, capisce immediatamente: questo è uno Traminer. L’origine etimologica del nome viene proprio da Termeno, e le caratteristiche aromatiche sono inconfondibili.
Vendange tardive: cosa significa
Le vendange tardive sono vendemmie tardive — ottobre, novembre — con rese per ettaro molto basse. In Alsazia esiste anche la Sélection de Grains Nobles, che sono invece vini da muffa nobile; questo è “solo” una vendange tardive, ma è comunque il vino più importante e costoso della serata — nonostante ci sia anche uno Sauternes in giro — perché queste bottiglie sono piuttosto rare. L’Alsazia, per quanto famosa, è una regione relativamente piccola, e i vini da singola vigna come questo sono produzioni molto limitate.
Avete sentito i profumi, gli aromi, e avete sentito l’impatto in bocca: quella grassezza, quella sensazione pesante dovuta allo zucchero ma non solo. È proprio una questione di chimica del vitigno: anche vinificato secco, il Gewürztraminer tende all’amaro e sviluppa molto alcol. Non tutto si trasforma in alcol — una parte rimane come residuo zuccherino — ed è questa convivenza tra potenza alcolica e dolcezza a renderlo così complesso.
L’abbinamento: perché ribollita e gelato al timo
L’abbinamento di questa sera è stato costruito attorno al cavolo nero. Uno potrebbe dire: il cavolo, che storia vuoi che ci sia? Ma il cavolo nero con le giornate fredde, nella ribollita, con un buon olio extravergine che ne spinge l’aromaticità, crea un gioco molto interessante con la rosa e il litchi del Gewürztraminer — un contrasto che diverte molto il palato. Il timo nel gelato aggiunge ulteriore aromaticità erbacea, creando un dialogo di erbe aromatiche con il vitigno. E poi c’è la componente fredda del gelato, che è fondamentale: il Gewürztraminer, appena sale di temperatura, si apprezza molto meno. Il gelato di Simone Bonini aiuta a tenere il vino fresco e in equilibrio.
La ribollita, va detto, è un piatto complicato da abbinare. Di solito ci vai con un rosato, con un bianco molto strutturato, o quasi con un rosso di medio corpo — un Pinot Nero, un Sangiovese giovane — perché ha una componente importante: c’è il fagiolo, c’è la ribollitura, c’è una nota fermentativa. La ribollita è un po’ il nostro kimchi: è uno dei piatti fermentati della tradizione toscana, come se fossimo in Corea. E questa fermentazione, a livello molecolare, crea in bocca con il vino una complessità che tutti voi avete sperimentato stasera.
Non dico che dobbiate sempre proporre la ribollita con un Gewürztraminer vendange tardive — ma vale la pena tenerlo in mente. Se i vostri ospiti si fidano abbastanza di voi e lo provano, penso che si divertano. Come spero vi siate divertiti stasera.

Champagne Rousseaux-Batteux Montagne de Reims Grand Cru “Blanc de Noirs” EB

Verzenay è un posto particolare perché accanto ad Aÿ comunque lo stile è quello di entrare in densità, struttura, a volte anche esagerata, poco alata. Quando si dice “eleganza maschile” in Champagne, si prende un pochino brusco qualche volta, soprattutto prima, perché è una zona dove l’acidità è altissima, è protetto dal bosco, freddo, però esposto al sud. C’è un po’ un mix di considerazioni da far.
Qui è quasi tutto Verzenay, anche se questa è un’azienda piccolissima: due ettari e solo la quarta generazione, e l’ultimo è appunto Rousseau, che ha iniziato… Suo nonno del 1920 compró mezzo ettaro pian piano con pazienza, quindi una zona dove un ettaro costa uno o due milioni di euro, si è arrivati a 2 ettari e mezzo di oggi.
E questo Blanc de Noirs dosato attinge dai millesimi 2021 e 2022 insieme. questo è praticamente un extra brut, non c’è la morbidezza dello zucchero, è pochissimo. in bocca è veramente da carne perché ha materia tagliente e acida. Tante note rosse di fronte di bosco , ribes nero , melograno? fragola mirtillo poi anche liquirizia e olive tocco quasi di peperoni e tante sensazioni di Spezia quasi esotica. È appena iniziata l’evoluzione della sua complessità .
Però questo fatto che c’è poco zucchero, di Verzenay, un bel verde, cioè è un po’ basico, un tocco di gusto duro che piace e non piace,. Ora pensateci: questa sboccatura recente, risale a tre mesi fa. È una cosa che non si fa mai in Champagne, quindi almeno sei mesi, un anno di bottiglia ci vorrebbe. nonostante questo, la struttura e anche la lunghezza in bocca avviano alla complessità , cioè un bambino che è ancora lì che evoca un po’, diciamo, note di nocciola quasi di cuoio.
Solo così sono champagne comunque molto maschili, molto duri, eh, che hanno i loro estimatori, ma se non sono abbinati bene non rendono quanto dovrebbero , e speriamo di esserci riusciti invece bene noi con il cappone ripieno di Paolo Gori!