Perchè il vino biodinamico non vende, VinoVinoVino e Vinitaly a confronto

Lo scorso anno visitammo tutte e 3 le fiere e fu quasi una chiusura del cerchio. Quest’anno non ce l’abbiamo fatta con Villa Favorita (e a Cerea siamo solo stati alla bella cena del venerdì) ma ci fidiamo delle impressioni di altri, nonchè delle discussioni su Intravino. L’evento di Cerea, VinoVinoVino è stato un indiscutibile successo di pubblico, di qualità delle proposte, di gioia dei produttori e perfino di presenze di giornalisti e blogger. Ma da queste parti si comincia a pensare che l’uscita dalla nicchia per questi vini sia ancora molto lontana.Se da un lato non ci stupisce più una testimonianza che dice che il “bio” in etichetta non vende e fa peggio del “convenzionale”, dall’altro ci pare di capire che ogni scrittore di vino di questo modo trovi estremo godimento in queste etichette, con conseguente gran voglia di bere e scriverne quanto prima. Ma cosa pensare di certi vini godibili solo dopo mezzora nel bicchiere? O come fare a spiegare al clienti certi odori e sapori? Fino a che punto posso accettare una variabilità da bottiglia a bottiglia? Domande non banali che presuppongono in sala un sommelier estramente attento e preciso e un cliente soprattutto disporso a fidarsi, per sè e per i suoi commensali. Niente apertura bottiglia, annusata veloce e approvazione: qui ci vogliono minuti e discussioni prima di arrivare al dunque e quasi mai ce li possiamo permettere. E anche allora, terroir, personaggi, descrizioni di tecniche e modalità produttive particolari. Vero i clienti dovrebbero istruirsi e coltivare di più la propria cultura ma su scala grande non si può onestamente pensare che le facili chiavi di lettura date in mano per decenni agli appassionati di vino vengano abbandonate molto repentinamente in favore di un approccio “olistico” al prodotto “vino”.

L’impressione è forte, che questi vini saranno per sempre rinchiusi in uno splendido orto dove saranno coltivati da produttori eroici ed entusiasti, i loro fan e seguaci, il loro pubblico di appassionati fedeli alla linea. E questi eventi non fanno certo del business il loro punto centrale, tutti focalizzati come sono sull’incontro, sul rafforzamento delle idee comuni, sulle speculazioni. Mai un modello e un approccio business oriented e con modelli di marketing, azioni di sensibilizzazione e quant’altro se non attacchi e critiche (ormai vecchiotte) alla “non digeribilità” dei vini convenzionali, alla coscienza ecologica e alla cultura superficiale. Non so se possa esistere davvero un modo di far sì che questi vini escano allo scopera e giungano nei bicchieri di un pubblico più vasto: certo che mi piacerebbe ma a volte mi pare che l’intero movimento si stia avvitando su sè stesso e perda di vista l’elemento più importante di chi produce vino, ovvero il mercato di quel vino stesso.

P.S.

Quanto ai vini, tra i tanti assaggi fatti alla cena emozioni dal Barbaresco Cascina delle Rose 2005, curiosità nel Prosecco sur lie di Carolina Gatti (ma ci ha sconvolto di più il suo Raboso, servito insieme ad un Grange Penfolds del 1998!) , la batteria 2007 e 2008 di Valgiano, il 2004 Otin Fiorin di Cappellano, il Margon  e gli Champagne Boulard della distribuzione Cave des Pyrenèe , il rosso da Aleatico della Famiglia Carfagna all’Isola del Giglio, l’Etna 2008 di Chiara Vico, il sanguigno Nero d’Avola da Marsala di Barraco (e pure il Catarratto…) e il Ponte della Lama Rosato di Cefalicchio a base Uva di Troia pugliese. Per finire (oh, ce li siamo lasciati per ultimi)  i bianchi da urlo di Cascina degli Ulivi e quelli di Cotar. Poi  fenomenale un Penfolds Grange Hermitage del 1998, ovviamente bistrattato e deriso da quasi tutti i presenti. E qui ci sarebbe da discuterne… Insomma ovunque ti girassi grandi persone, grandi vini, emozioni particolari.

Ma quanti sarebbero in grado di toccare i cuori di centinaia di clienti “normali”?

Aggiornamento 26 Aprile 2010 (dopo le solite polemiche dei puristi e qualche intervento illustr)

Per “sindrome di Cerea” si intende la tendenza di produrre e discutere di vini per lo più  per sè stessi e per il proprio circolo di amici, escludendo che ci possanoe essere altri tipi di consumatori che vogliono gustarsi del vino senza passare anni per fiere e per studi specifici.  La sindrome si manifesta varie volte durante l’anno e ha dei picchi in concomitanza del Vinitaly e settimane successive, in un momento di frenesia giornalistica dove l’alto fuoco del terroir riesce quasi a vincere ogni logica produttiva e  ogni forma di realismo.Certo, scandali e smentite grottesche che smentiscono sè stesse come quelle dell’azienda Brancaia, meriterebbero di essere studiate per capire come ci si possa fare molto  male in rete senza paracaduti. Di certo a molti sfugge che  se esistessero solo le splendide aziende di Cerea e simili non esisterebbero riviste, guide, mercato, politiche, scandali e gente che ci marcia scrivendone.
Un mondo del vino dove i vini siano tutti come quelli di Cerea è praticamente impossibile e soprattutto non economicamente sostenibile se non ci fossero le aziende industriali che reggono su il sistema. Le stesse aziende che foraggiano e che permettono a molti cronisti del vino di svolgere le loro (spesso lucrative) attività parallele. Cronisti che si fanno molto belli esaltando un vino delle radici fedele al territorio e anti industriale, salvo poi essere pagati per scrivere su riviste che senza le aziende industriali non esisterebbero.

Un giorno di Cerea (o VinNatur o Vignaioli Eretici o quello che volete voi) per stare in piedi economicamente ha bisogno di almeno 3 giorni di Vinitaly, questa è economia spicciola.