La storia di Villa Rosa è una storia molto semplice. Ce la racconta Andrea Cecchi: “Nel 2014, quando è nata la Gran Selezione, ero uscito dal consiglio del Consorzio del Chianti Classico — quando c’era anche il padre di Giulia Zingarelli insieme a me, insieme a tanti altri — e praticamente ero molto felice quando sono uscito dalla riunione. Sento ancora le vibrazioni nel mio corpo, nel mio essere: avevamo approvato la nascita della Gran Selezione, anche con azione retroattiva. Ma quando sono salito in macchina per tornare in ufficio, in azienda, ho detto: “E io adesso la Gran Selezione dove la faccio?”
È questa la molla propulsiva che mi ha fatto pensare, durante le notti successive, a dove avrei potuto fare — a Castellina, da produttore castellinese — la Gran Selezione. Essendo un agronomo sono andato a cercare terreni, suoli che potevano dare e generare quelli che io definisco i tannini setosi, che troviamo anche in questo vino di Villa Rosa, che nasce dal vigneto in Casetto, a quasi 500 metri sul livello del mare.
Ovviamente, come diceva Giulio — che era nato nel ‘25 come mio padre, tant’è che lo scorso anno abbiamo celebrato i suoi cento anni dalla nascita — poi gaggiolese come tutta la mia famiglia, amico di mio padre: quando facevano forca, come si diceva una volta a scuola, andavano a giocare a biliardo a Poggibonsi, al bar Orazio. E mi diceva sempre: “Mi raccomando, compra Villa Rosa, perché a Villa Rosa il Sangiovese ci nasce.” E questa me la sono tenuta in testa
Quando poi è nata la Gran Selezione, ho cercato in tutti i modi di concretizzare questo mio sogno, comprando la terra buona. Perché quando ho iniziato a lavorare per la mia famiglia, quarant’anni fa, ho pensato: mi racconto la storia della famiglia, perché poi al vino ci penserà Andrea Gori, nel senso che è più bravo di tutti. Ogni generazione deve pensare qual è il proprio ruolo nelle famiglie — e immagino che anche voi operiate in aziende e in situazioni d’impresa. Quindi, quando sono entrato in azienda ho detto: devo capire fin dall’inizio qual è il mio ruolo. Era già un’azienda grande, che aveva già delle tenute, un’azienda che non si poteva segare a metà. Dovevamo solamente dare una tinta, fare qualità, ovviamente cambiare tutto quello che c’era da cambiare. Ci sono voluti solo quarant’anni. Però il mio principio era quello di comprare la terra buona. Ho sempre detto: devo portare la terra buona a bordo. E anche i vini che si trovano in una distribuzione più larga comunque hanno una nascita e un’attenzione particolare.
Questo per noi rappresenta una nicchia: sono poche migliaia di bottiglie, nasce dal vigneto Casetto, e questa sensazione gustativa — che forse si discosta dagli altri vini che abbiamo assaggiato prima — è prevalentemente una tipicità del territorio. Siamo poi confinanti con Gagliole e anche con Castagnoli. Anche se l’azienda è grande, con 1.200 ettari di cui 300 a vite, questo è un vigneto che sta a cinque chilometri da Gagliole, quindi è sempre nello stesso territorio, dove c’è la quercia, dove c’è il cerro. Però è un pochino più distante, e questa sensazione è un po’ la sensazione che prediligeva l’amico Giulio Gambelli trent’anni fa.”
Ma il vino come è? Si può ancora dire Gambelliano? Castellina era in effetti uno dei suoi territori d’elezione. Probabilmente la maggior parte delle sue aziende erano proprio a Castellina e Poggibonsi. Era proprio… e Villa Rosa: ci sono ancora queste bottiglie con l’etichetta nera che girano — se le trovate, non ve le fate scappare. Giulio era bravissimo a identificare: sceglieva lui le aziende, non si faceva pagare come enologo, e questo lo rendeva libero. Vinificava solo i vigneti che reputava di grande livello, e Villa Rosa è sempre stato uno di questi.
Del resto, insomma, assaggiandolo, considerate che è anche una 2019, quindi in questo momento c’è anche un vantaggio: due anni in più di bottiglia, che fanno non poco. Effettivamente un vino che va verso le note più aeree, più soave, più ineffabile come sensazioni. Al di là dell’altitudine — che comunque abbiamo visto anche in altri vini — il tempo in bottiglia l’ha reso molto essenziale, molto scarnificato, e vengono fuori proprio queste note che ricordano il corbezzolo, la rosa canina, una frutta rossa di bosco, il ribes rosso. Ci sono delle note che ricordano anche qualcosa di umami, un po’ terroso, un pochino di ruggine, una nota sanguigna, l’arancia rossa. E anche questo colore: a volte certe Gran Selezione sono molto inchiostrate, eccetera — questo è trasparente, fresco, sembra un vino d’annata, e ci inganna. Quando poi andiamo a berlo ce lo aspettiamo leggero — e infatti è leggero, è arioso anche in bocca — però poi il finale, quanto va lungo! Anche questo ve ne sarete accorti mangiando con la carne, quanto sta dietro benissimo. A un gran pezzo starebbe benissimo. Ma quando i vini sono così, hanno questa eleganza, questo vigneto un po’ particolare, riescono in realtà… Potreste ricominciare dalla torta d’erbi, potreste metterlo anche su un cacciucco, potreste metterlo anche sugli spaghetti alle vongole, e questo direbbe comunque la sua. Perché non è invadente, non entra a gamba tesa come gli altri: dice la sua, condisce l’atmosfera, condisce il piatto, e ci regala insomma un affresco veramente di Castellina, di una complessità e un’intensità veramente rara. Quindi mi fa piacere che abbiate…