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I video girati durante le degustacene e non solo!

Chateau Simon Barsac AOC 2022 e Fegatello di Maiale


Con questo bicchiere siamo a Barsac — un comune confinante con Sauternes, come Margaux e Pauillac nel Médoc: due paesini diventati famosi per i vini muffati. Il Barsac si trova a prezzi leggermente più accessibili del Sauternes, ma rimane un vino impegnativo, anche perché produrlo costa molto.
I vitigni di base sono Sémillon e Sauvignon Blanc — quest’ultimo a Bordeaux cambia completamente rispetto alla Loira o al Friuli: niente note di bosso, niente erba, figuriamoci in versione muffata. Quello che rende questi vini unici è la Botrytis cinerea, la muffa nobile. Funziona così: in autunno, la mattina c’è nebbia che fa sviluppare la muffa sulle uve; nel pomeriggio arriva il sole e il vento, che asciugano l’umidità. La muffa, privata dell’umidità dell’aria, va a prendere quella del chicco d’uva, disidratandolo e cedendogli sostanze particolari. Il risultato è una concentrazione straordinaria — non di alcol, siamo a 13,5° — ma di zuccheri e aromi. Tecnicamente siamo ben oltre il passito: la vendange tardive si raccoglie a fine settembre, il muffato va ancora più avanti, fin quasi al limite della vinificabilità
Nel bicchiere si trovano pepe bianco, leggera nota di umidità, zafferano, funghi, sottobosco, e un comparto fruttato molto maturo: mango, papaya, banana, agrumi. E poi c’è quella componente ematica e ferrosa un po’ particolare, che ritornerà nell’abbinamento. In bocca la dolcezza è potente, ma la muffa introduce sostanze che creano un equilibrio inaspettato — una freschezza quasi paradossale che li rende molto meno pesanti di quanto ci si aspetti. Servito fresco, non è lontanissimo come beva da un Gewürztraminer vendange tardive; lasciato qualche anno in bottiglia, tende quasi ad asciugarsi. Il colore evolve dall’oro al mogano, ma le bottiglie di Château d’Yquem di cento anni fa sono ancora vive e luminose: i muffati sono tra i vini più longevi del mondo, insieme ai Madeira. Se vi nasce un figlio, una cassettina di Sauternes dell’annata è un investimento che vale la pena fare.
Il libro parte proprio da Sauternes, con un primo capitolo — Le liasions dangereuses de Sauternes — che mostra come questo vino si presti a moltissimi abbinamenti. I francesi hanno mostrato la strada col foie gras; noi in trattoria la stessa magia la facciamo col crostino al fegatino e il Vin Santo. Chi viene a pranzo da noi lo sa: il crostino con il Vin Santo continua a sorprendere anche i clienti abituali. L’effetto è simile perché il fegato ha componenti ematiche e ferrose che si ritrovano anche in questo vino, creando un abbinamento per concordanza. Ma c’è anche l’amarognolo — il fegato è amaro, e se da bambini vi avessero dato un Sauternes con la scaloppina di fegato, forse l’avreste mangiata più volentieri. Il dolce bilancia l’amaro, l’alcol e la freschezza acida del vino puliscono il palato dalla grassezza e dalla pastosità, che su un fegatello diventano molto importanti. Il Vin Santo funziona, ma sporca di più il palato; il Sauternes ha quella freschezza ineffabile che i muffati — come gli SGN alsaziani e i Trockenbeerenauslese tedeschi e austriaci — devono proprio alla muffa. È quasi un vermouth per complessità aromatica, ma fatto da un singolo chicco d’uva e dalle sue strane alchimie.

Cascina Melognis Novamen 2021 Barbera e Pinot nero


Questo è il vino per cui è nata l’azienda Cascina Melognis. Michele Antonio Fino racconta che è stata fondata con sua moglie nel 2009: “avevamo piantato la prima vigna di Pinot Nero nel 2002, e nel 2008 abbiamo trovato una vecchia vigna di Barbera in affitto, molto bella, su una punta di collina. Noi siamo nelle Prealpi, non in zona collinare classica — le esposizioni, le pendenze e i suoli sono molto diversi rispetto all’Astigiano. Quella vigna aveva allora una quarantina d’anni, oggi ne ha 55, e ci dà ancora una Barbera di grande struttura. L’idea del blend è nata per imitazione — abbiamo copiato quelli bravi. Il vino che ci piaceva all’epoca era Forteto della Luja “Le Grive”, Barbera e Pinot Nero creato da Giancarlo Scaglione a Loazzolo, in provincia di Asti: un vino che alla fine degli anni Novanta era monumentale. Oggi è molto cambiato, perché quella zona è diventata caldissima con il cambiamento climatico — è diventato una specie di Opus One con un punto in meno di acidità, un po’ seduto. Da noi invece l’acidità della Barbera rimane molto vibrante, e il Pinot Nero porta il tannino che la Barbera non conosce affatto
Questo è un vino che abbiamo in tutte le annate dal 2009 — abbiamo persino un 2007 sperimentale in casa — e non c’è ancora un’annata che abbia scollinato. La capacità di invecchiamento è molto buona: unisce le virtù di due varietà diverse.”
Al naso, da giovane, questo vino è abbastanza sulla sanguinella — ricorda certi Nebbioli più scuri, certi Barali — e può ingannare. Il tannino è nell’ordine di un Barolo di Monforte o di Serralunga, un pochino scorbutico, ma con i suoi estimatori appassionati.
Personalmente non sono un grande fan della Barbera — trovo che abbia spesso troppa acidità, troppa esuberanza, un carattere un po’ sguaiato. Quando invece viene indirizzata su un binario più nordico, più controllato, la preferisco molto. E la Barbera sente il terreno in maniera clamorosa. La nostra vigna è su un suolo molto pietroso, fatto di scisti che si sbriciolano all’aria, con pochissima sostanza organica — e le piante hanno 55 anni. Il risultato è un vino molto longilineo.
Francesco Annibali una volta ha detto: “I tuoi vini hanno tutti i fianchi stretti.” Lo consideriamo un grande complimento alla nostra viticoltura: fianchi stretti vuol dire meno potenza, più eleganza, più persistenza gustativa, più profumo. Anche la Barbera da noi arriva a 14,5°–15° nelle annate calde come il 2022 — che è poco, credetemi, perché a Nizza Monferrato negli ultimi anni si arriva tranquillamente a 17° senza particolari sforzi. Da noi rimane un filo più tesa, con acidità più alta e alcol più basso, e si sposa bene con il Pinot Nero, che è basso di acidità ma ricco di tannino.
Mangiate pure — vedete che arriva quello che non chiamerei involtino, ma Tommasella — e noterete come un po’ di tannino e di struttura siano perfetti per asciugare un piatto con bella succulenza e untuosità. Dal punto di vista aromatico, questo vino unisce il lato più rosso della Barbera e il lato più scuro del Pinot Nero; in bocca è un connubio divertente, intrigante, con quella giusta lunghezza e quella freschezza che al nostro palato suona sempre molto nordica.
È un vino moderno, ma che non rinuncia alla sostanza. A forza di voler scaricare tutto — vendemmiare sempre prima, alleggerire sempre — a volte si toglie il vino dal vino. Si sta andando un po’ troppo dall’altra parte. Dai vini Kardashian ai vini-fantasma, c’è qualcosa in mezzo. E questa moda del monovitigno a tutti i costi è abbastanza estranea alla tradizione italiana in generale — con l’eccezione della Vernaccia, che è talmente esile che se la mescoli con qualcosa perde la sua identità. Tutti gli altri sono sempre stati vini da taglio.
Michele ricorda che ” Noi facciamo anche un blend Barbera e Chatus — un altro vitigno tipico locale, il vino di tutti i giorni dei Saluzzesi. Questo è un blend nuovo, e con il nome latino l’abbiamo chiamato Noamen, che significa “novità”. L’idea di fondo è che il blend sia il modo migliore per valorizzare le diverse attitudini dei vitigni adattati al territorio — ed è questa, in fondo, la forza di tutto il progetto”.

Poggio Lella Pugnitello Collezione 2021 Maremma Toscana DOC

Questo brillante vino da uve pugnitello ha un profilo aromatico che ci regala sentori di more e prugne arricchito da erbe aromatiche e un accenno di mirtillo. Speziature di vaniglia e chiodi di garofano si uniscono a sentori floreali di geranio e rosa rossa. Al palato presenta una struttura robusta evidenziata da un tannico vigoroso che si lega bene alla sua freschezza e sapidità regalando un finale lungo con ritorni di affumicature, castagne e fiori secchi.

Nel video Antonella Giannini dell’azienda PoggioLella ci racconta del perchè si sono dedicati a questo vitigno:


https://youtube.com/shorts/x9HEOAfEJUo

Cascina Melognis Vermouth Artigianale Aromatum Umor

Un prodotto fuori programma e fuori regola di Cascina Melognis questo vermouth…Solo 80 bottiglie all’anno, non hanno etichetta e sono quasi “illegali”, perché chi fa il vermouth deve denunciare ai Monopoli l’uso dell’alcol. Sono quindi prodotte esclusivamente in modo artigianale, da condividere con gli amici e non poste in commercio. La base è il vino bianco di Michele Antonio Fino fermo Comies. Nel vino sono stati macerati cedro, arancia, mandarino e bergamotto; ci sono poi genzianella e Artemisia genepi a dare la componente erbacea, tintura di semi di Riesling e tintura di semi di albicocca che donano una nota morbida e mandorlata, e infine le quattro spezie: anice stellato, pepe del Sichuan, coriandolo e cardamomo.
Tutto viene macerato nel vino per 15 giorni, poi filtrato, rinforzato fino a 18 gradi alcolici e zuccherato con 80 g di zucchero per litro.
È un dry senza essere un extra dry, e si caratterizza per una nota molto agrumata, nello stile tipico dei Lillet, i vermouth di Bordeaux, molto più agrumati di quelli tipicamente prodotti in Piemonte. Ci piace perché è perfetto per il Vesper — quello che in Italia chiamiamo Martini Cocktail — la ricetta creata da Fleming: si sporcano solo i cubetti di ghiaccio, si shakera il gin, e con questo vermouth il profumo è mondiale. Le note agrumate sono belle, toniche e vivaci.

Cascina Melognis Divicaroli 2024 Colline Saluzzesi Doc Pelaverga

Il vitigno catalogato nel registro nazionale delle varietà si chiama semplicemente Pelaverga. Nel Verdunese — una zona del Barolo — si produce un vino chiamato Verduno Pelaverga, ma è fatto con un’uva diversa: il Pelaverga Piccolo, che non è geneticamente imparentato con il “nostro”. Condividono una certa speziatura, ma quello là è molto più speziato e più alcolico; questo invece è leggerissimo.
È un vino ideale per l’estate: lo serviamo dal frigo, al posto di un bianco. A 10°–12° va benissimo, perché fa solo 11,5° e ha un’acidità molto contenuta — è meno alcolico persino del frizzante che avete bevuto prima. L’anno scorso l’ho portato a Firenze, l’ho servito da Buca Mario, e ha avuto un successo enorme.
È un vino che ha questa speziatura naturale — il pepe viene fuori, ma delicatamente. C’è soprattutto molto zenzero, una nota di garofano, e una componente vegetale che contribuisce a renderlo fresco e leggero. Manca la componente tannica, ed è proprio per questo che si può servire tranquillamente freddo, anche con il ghiaccio.
Michele Antonio Fino: È un vino assolutamente divertente e accattivante. La 2025 è un po’ più tannica — ma la 2024 è quella giusta, e hai perfettamente ragione. La 2024 ha incontrato molto bene il mercato: ha preso ottimi riconoscimenti da IS e da Slow Wine, e sta girando un po’ in tutto il mondo. Non male per un’uva che veniva considerata povera dal punto di vista dell’alcolicità — ma oggi, in realtà, l’uva “poverina” non è più uno svantaggio.

Da noi su Acquacotta Casentinese (pomodoro, pane, salsiccia, cipolle) è andato alla grande!

Terrazze Chianti Classico Riserva 2020 Castagnoli

Filippo Forte racconta la realtà su scisto e terrazze affascinanti ma faticosissime da lavorare a Castellina in Chianti. Naso accattivante fitto di resine e ribes rosso e nero, cassis e pepe , sorso pronto e vivace che risponde in armonia e grinta. Finale piccante tra sandalo tabacco resine , lunghezza notevole divertente a tavola anche su un sugo di pasta ricco di grassi e acidità come l’amatriciana di Paolo Gori con cinta senese.

Cantina Custodi – Pertusa Vendemmia Tardiva 2022, Orvieto Classico Superiore

La vendemmia tardiva e i vini dolci e muffati sono una specialità storica dell’Orvieto doc che sta vivendo un momento di parziale rilancio negli ultimi periodi. Merito di un territorio che regala un sottofondo salino muschiato e intrigantemente saporito a vini altrimenti molto dolci e ricchi. Il naso è intensamente tropicale tra mango, papaja e frutto delle passione poi anche albicocche e pesche sciroppate, tante spezie dolci tra curry, curcuma e pepe bianco. Ottimo sulla Rocciata tradizionale ma favoloso anche in abbinamenti salati come il piccione alla leccarda o la pasta all’amatriciana dove duetta splendidamente con il rancetto umbro o la guancia laziale. La Cantina Custodi si trova in località Canale sulle colline di Orvieto, su circa 70 ettari tra oliveto, seminativo e vigneto, metà dei quali a DOC Orvieto Classico. La Pertusa è un dolce da Malvasia bianca lunga e Grechetto, da vigne con esposizioni particolari e uve soggette ad attacchi di muffa nobile, raccolte dopo il 25 ottobre fino a novembre. Pressatura soffice, fermentazione in acciaio a max 18°C arrestata col freddo al tenore zuccherino voluto, imbottigliamento l’anno successivo.

Altarocca – Albaco 2023, Orvieto Classico Superiore DOC

Altarocca è uno dei più grandi e bei resort della zona nasconde al suo interno una cantina che si sta ritaglianodo un bello spazio nell’Orvieto DOC. Siamo a Rocca Ripesena, di fronte a Orvieto città, fondata nei primi anni 2000 dalla famiglia Ceprini, 11 ettari a viticoltura biologica certificata. Albaco nasce da Grechetto, Chardonnay e Procanico (Trebbiano Toscano) su terreni vulcanici, sedimentari e argillosi a 300 metri. Pigiatura soffice con contatto sulle bucce per 12-18 ore, fermentazione in acciaio a max 16°C; affinamento di 2 mesi in barrique di rovere francese nuove per il solo Chardonnay prima dell’assemblaggio, poi 6-8 mesi in bottiglia. Note piccanti e sulfuree un poco da riduzione e un poco da terroir al naso insieme a bella frutta fresca a polpa bianca e gialla, fiori d’acacia e un tocco di legno dolce che affiora per poi sfociare in un sorso apparentemente semplice ma dotato di energia e brio perfetti anche su una palomba alla leccarda di Paolo Gori.

Argillae – Panata 2022, Orvieto Classico Superiore DOC

Giulia di Cosimo è la nipote del dott Bonollo che ebbe l’intuizione di acquistare questi terreni confinanti con il celebre Castello della Sala nell’Orvieto DOC e portare alla massima espressione il potenziale del vino su questi terreni argillosi ma non solo vista la presenza di conchiglie fossili enormi che lei ama portare sempre dietro come talismano. Il suo vino, raccontato da Filippo Lazzerini proviene dell’alto Orvietano e nasce appunto su suoli calcareo-argillosi e calanchi. Panata è la selezione di vertice di Argillae, da Grechetto 50%, Procanico 20% e Chardonnay 30%, vendemmia manuale e rese ridotte. Vinificazione separata delle tre uve con breve macerazione a freddo in pressa chiusa, fermentazione in acciaio a temperatura controllata, eccetto una piccola parte di mosto di Grechetto che fermenta e affina in barrique di rovere francese; segue un anno in bottiglia, con uscita due anni dopo la vendemmia. Pompelmo, frutti esotici, pasta di mandorla, sapido e persistente ma soprattutto una dimostrazione che ci vogliano tempo e tanto lavoro sulle fecce per avere un vino intensamente gastronomico come questo capace di stare alla grande su una amatriciana con il rancetto umbro ma anche con cacciagione di piuma e penna.

Vicchiomaggio Ripa delle More Igt Toscana 2021

Che è un tempo li avremmo definiti Super Tuscan! Oggi comunque si vanno a vedere e contestualizzare nel suo territorio. In Maremma è praticamente una zona molto adatta per questo tipo di vini. C’è chi usa Cabernet e Merlot senza l’apporto di Sangiovese. Secondo me il Sangiovese, soprattutto in bocca, gli dà un altro smalto, un altro brio, un’altra struttura.
Qui c’è veramente, soprattutto al naso, le note del Cabernet e del Merlot vengono fuori, quindi appunto abbiamo detto il caramello, la frutta di bosco, ma più mirtillo, prugna, ribes nero, la mora di rovo prima, magari la mora di gelso. Ecco, anche lì mora di gelso e mora di rovo potete giocarvela: mora di rovo nel Cabernet, mora di gelso nel Sangiovese.
Le zone un po’ di sole… qui c’è una bella nota di eucalipto, anche quello viene fuori spesso quando il Cabernet sta al sole. E di nuovo una bella sventagliata di pepe appena macinato, qualche idea di castagna, la macchia mediterranea — l’elicriso, il lentisco, un po’ d’alloro.
E sicuramente un vino che probabilmente l’abbinamento col piatto, meno a livello aromatico, era con questa nota affumicata, un po’ fumé, ci stava molto bene. Perché c’è anche la tostatura del legno e un po’ la nota del Cabernet con un pochino di invecchiamento — questo è il 2021 — questo fumo va a trovare questa nota un po’ affumicata, un po’ anche di bacon che c’è nel vino, viene esaltata da questa nota affumicata della polenta. E poi la carne ovviamente ci dà la succulenza, e il vino ne sentiamo quasi il bisogno per ripulire il nostro palato.
Quindi ecco, un bel percorso. La sensibilità chiantigiana in Maremma crea anche questi vini qui, molto più accattivanti, forse un pochino più massicci, più intensi, più sfacciati. Il Chianti Classico seduce e magari colpisce meno lì per lì, però probabilmente va a finire che avete bevuto un bicchiere o due di Ripa delle More, ma tre o quattro di Chianti Classico. E quello è giusto, visto che si fa molto più col Sangiovese che col Cabernet: bene che il Sangiovese si beva di più e meglio.
Senza nessun invito all’alcolismo ovviamente — mettiamo i disclaimer — ma insomma, dopo una scena… una serata così, anche se avete bevuto mezza bottiglia di vino, potete tranquillamente affrontare la serata. Anzi, direi che sogni d’oro come stasera li fate poche altre volte.