Alain Graillot 2023 Crozes Hermitage

Il Domaine Alain Graillot, oggi in mano ad Antoine e a suo fratello Maxime. Alain, il padre, è quello che ha fondato l’azienda. Siamo a Crozes-Hermitage, zona un po’ insidiosa. L’Hermitage è quella famosa collina sopra Tain-l’Hermitage, stupenda, con la cappella del cavaliere che torna dalle crociate, pianta l’uva e la chiama Syrah perché verrebbe da Shiraz. Tutta fantasia che i francesi ci hanno venduto per secoli. Però è vero che quello che nasce su quella collina, su quelle terrazze, è straordinario.

Il problema è che quella è l’Hermitage. Crozes-Hermitage è un’area molto più vasta, dove succede un po’ come a Bordeaux: c’è Château Margaux, ma ci sono anche vini decisamente dimenticabili. Nel Rodano settentrionale Hermitage è la parola magica, e allora uno ci attacca davanti Crozes. I terreni sono molto diversi tra loro. Questo però è un territorio parente stretto dell’Hermitage: tanti ciottoli, inverni in cui nevica, estati in cui si muore di caldo, escursioni eccezionali. Il suolo è poverissimo e la resa molto limitata. Lavorano in biologico e vinificano a grappolo intero. Prima qualcuno di voi ci sentiva l’acciuga. Non è elegante dirlo, ma c’è davvero una nota ferrosa mescolata a qualcosa di marino e salato che porta lì.

Il frutto è squillante. Si sente che siamo 500, 600, anche 700 chilometri più a nord, e che è un vino di grandi contrasti climatici. Quando l’uva prende così tanto freddo, con il vento e la temperatura che crolla la sera, reagisce così: concentrazione pazzesca di profumi. Pepe verde, pepe rosa, il famoso blackcurrant, il ribes nero, il cassis che tutti ci trovano, frutti di bosco molto concentrati. Sopra c’è una dolcezza che ricorda una pesca melba, pesca con un po’ di panna e mandorla, e cresce man mano che il vino prende qualche grado.

In bocca cambia tutto. Al naso sembrava compiuto, pronto. In bocca è ancora crudo, deve distendersi, ma è già godibilissimo. La bellezza della Syrah di qui è questa: grande opulenza al naso e poi una specie di mazza ferrata in bocca, rivoli ferrosi, salati, sanguigni, quella nota quasi di sangue che colpisce. Lunghissimo. Divertente con piatti speziati e non troppo corposi: stasera Paolo ha fatto una scottiglia proprio per stare lontano da stracotti, umidi e troppo pomodoro.

Con qualche anno sulle spalle regge anche il pesce, ma da giovane la morsa di tannino e acidità si fa sentire. Poi c’è il raspo, che porta una componente verde, un po’ aggressiva. Con tutto questo estratto di frutto se lo può permettere. È un vino di carattere, e fa piacere berlo. Se Gabriele e tanti altri hanno deciso di dedicare la vita alla Syrah, è perché hanno assaggiato vini come questo. Rifarlo in Toscana è impossibile: vengono buoni anche da noi, ma per forza diversi. Quando si parla di Syrah si intende questo modello. Se ne può prendere un pezzo, il pepe, il ribes nero, la prugna, il sottobosco. Ma la grande Syrah del Rodano Nord è questa roba qui, e spero vi piaccia quanto piace a me, perché è un vino goloso.

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