Ok lo so che non sono Sigrid ma accontentatevi per stavolta…Domani vi scrivo cosa ho mangiato!






Ok lo so che non sono Sigrid ma accontentatevi per stavolta…Domani vi scrivo cosa ho mangiato!






Tra gli incarichi di un vicecampione europeo sommelier (a parte oggi a Taste discutere con Paolini, Romanelli, Fabio Luglio della Velier e i tipi di Decanter di vini biodinamici) c’è quello di fare delle spedizioni in Europa per insegnare sommellerie italiana all’estero. Per cui, onoratissimo per questo incarico, da stasera sono ad Amsterdam fino a martedì per delle lezioni AIS in un corso per Sommelier che dovranno operare qui in Olanda.
Dato che il tempo non va sprecato e ad Amsterdam di distrazioni ce ne sarebbero fin troppe, tappe obbligate di ogni gourmet nella terra dei mulini a vento (almeno secondo KelaBlu che ho lasciato a gozzovigliare a Firenze) sono Nomads (per una serata un pò diversa dal solito) e il mitico tempio della New Dutch Cuisine (che detto così un pò di paura la mette) ovvero D’Vijff Vlieghen (The five flies). Stasera le “cinque mosche” è strapieno quindi dirotto sui divani del Nomads.
Ah dite dove lo mettiamo The Supper Club? Già dato e ampiamente…speriamo che al Nomads ci siano meno camerieri in bondage e fetish…
(la foto qua l’ho presa da Flickr…stanotte metto su le mie)
Ebbene si, almeno di partenza da Burde abbiamo deciso da oggi di non portare più la zuccheriera in tavola insieme al caffè e nemmeno le bustine, nè di canna nè raffinato nè dolcificanti nè miele…Insomma da oggi da Burde vi piaccia o non vi piacci il caffè si beve amaro!
Ma siamo sicuri che sia amaro sul serio? Ogni volta che lo serviamo ci impegniamo a convincere il cliente che in realtà il caffè è così come deve essere ed è solo una consuetudine mettere lo zucchero (spesso a badilate come facevo io fino poco tempo fa…). Quindi non ha senso dire che è amaro in quanto l’amaro è solo una delle componenti organolettiche del caffè che ha la sua analisi e le sue gradazioni ma deve essere SEMPRE E COMUNQUE presente in un caffè espresso italiano. Se manca la componente amaro, neutralizzata dallo zucchero o da altro dolcificante, ecco che le miscele così preziose e per cui siamo giustamente famosi nel mondo, non ottengono più il risultato per cui sono state selezionate. Voglio dire, è vero che i gusti sono gusti ma bere il caffè zuccherato e pretendere di capire le sue sfumature magari confrontandole con quelle di altre miscele, è un pò come confrontare il Sassicaia e l’Ornellaia bollendoli e zuccherandoli come Vin Bruleè o usandoli come base per una Sangria!!!
Il nostro caffè, miscela MKBar di Mokarico, storica e dinamica torrefazione fiorentina di cui siamo il cliente più antico ancora in attività, è composta all’85% di arabica lavata brasiliana, colombiana, domenicana e costarica e per il 15% da Robusta indiana lavata.
La tostatura per entrambe le varietà è molto leggera per cui ci troviamo di fronte ad una miscela molto delicata e dall’equilibrio, diciamo, precario! Infatti è un caffè che gioca la sua piacevolezza sulla buona acidità e freschezza, un discreto corpo non invadente e un naso ricco di note non solo tostate ma fatto di frutta candita, nocciole e radici di ginseng. In bocca poi appunto è delicatamente amaro con un gusto davvero avvolgente ma delicato che non lascia la bocca ruvida e non richiede per esempio il classico bicchiere di acqua a corredo per “rifarsi” la bocca.
Come da disciplinare del vero espresso italiano, ecco come vi dovrebbe apparire una tazzina del nostro caffè al tavolo (la foto è di un caffè fatto da me nel primo pomeriggio di una giornata con umidità media):
Una crema color nocciola, tendente al testa di moro e con riflessi fulvi; una tessitura finissima, senza maglie larghe o bolle; un intenso profumo evidenzia note di fiori, frutta, pane tostato e cioccolato. Sensazioni che permangono in bocca per decine di secondi, a volte anche per minuti. Il gusto è rotondo, consistente e vellutato; l’acido e l’amaro risultano bilanciati senza che vi siano prevalenze dell’uno sull’altro. La percezione astringente è assente, o comunque ridottissima.
Al corso che ho frequentato organizzato da Mokarico e dal Centro Studi Assaggiatori ho scoperto davvero un mondo dietro alla tazzina del nostro caffè (e dietro a tante altre…)
I freddi numeri che contribuiscono a ottenere questo risultato, ancora da disciplinare espresso italiano, sono:
7 grammi la miscela macinata da grani tostati di diversa origine, rigorosamente senza additivi o aromatizzanti, macinati al momento della preparazione.
88 gradi la temperatura dell’acqua
9 bar la pressione
25 secondi il tempo di erogazione ideale
25 ml la quantità di caffè nella tazzina (crema compresa)
67 gradi la temperatura che il caffè deve avere in tazza
Vero che forse 67 per metterlo in bocca sono tanti ma al solito, per assaporarne al massimo le potenzialità espressive, sembra sia proprio la temperatura ideale, un pò come i 18° per un Brunello insomma…
Quello che vedete nella foto è l’epilogo di una serata per famiglie di sommelier e conoscenti vari che cercava di conciliare praticità culinarie e piaceri enoici. Ed è anche l’ultimo degli innumerevoli tentativi di realizzare questo abbinamento ossimorico che affascina sempre più. A Firenze il primo a parlarne apertamente e con cognizione di causa è stato Maurizio Zanolla che ha organizzato un paio di serate appunto Pizza e Champagne nella sua Accademia dei Palati in via Valdinievole con pizze cucinate da lui e Champagne di livello.
In versione più casereccia (ma che servono come prove per un progetto-sogno futuro sulle bollicine in collaborazione con gli altri due Andrea del vino fiorentino, ovvero Formigli e Conti) noi le pizze le abbiamo prese sotto casa (di un mio amico che abita zona stadio) e abbiamo provato ad abbinarle con tre bollicine molto diverse.
CHARPENTIER JACKY -Villers Sous Chatillon Brut reserve
Da Pinot Meunier quasi in purezza, uno champagne di corpo deciso e fruttato senza particolare note amarognole, al naso non finissimo ma dotato di una persistenza interessante. Si è dimostrato molto eclettico e capace di star dietro sia alla grassezza della quattro formaggi che alla focaccia provola e prosciutto. Date le sue caratteristiche “neutre” dal punto di vista gustativo, praticamente è stato il passepartout della serata.
CHAMPAGNE RENE’ GEOFFROY -Cumieres 1 er cru Rose’ de SaignéeRosato atipico e un pò austero, ma piacevolissimo sulla margherita alla ricotta e bufala, con una peristenza ovviamente ben superiore alla pizza ma con un bel gioco tra la carnosità alcolica e note di lampone e la consistenza e aroma della bufala della pizza.
JACQUES LASSAIGNE – Montgueux BRUT BLANC DE BLANCS CUVE’ LES VIGNES MONTGUEUXSecondo me il miglior dei tre champagne della serata, particolarmente apprezzato in virtu della sua persistenza e finezza, con note minerali spiccate e una penetrante nota di miele speziato. Di difficile abbinamento anche in virtù del suo retrogusto amarognolo, è stato alfine proclamato abbinabile solo con una “mezzaluna” (sorta di calzone) ripieno al mascarpone e pancetta.
Sicuramente ripeteremo l’iniziativa e vi aggiorneremo sui risultati…
Dato che mi e´capitato di essere diventato relatore AIS abilitato per Birra e Distillati (materia bellissima purtroppo presa sottogamba da molti sommelier) ogni volta che sono in Germania divento sommelier della birra e vado ad assaggiare le produzioni locali piu´interessanti. Produzioni che purtroppo sono per lo piu´riservate al mercato (enorme) interno e poche delle birre che si vedono qui arrivano sui nostri scaffali. Se si eccettuano le bavaresi e l´onnipresente Becks (che tra láltro e´proprio di qui vicino, Brema, dove sono atterrato ieri), all´estero le birre tedesche non godono ne´di un mercato di massa come molte Pils e Lager australiane e americane ne´hanno la popolarita´”underground” delle birre belghe (trappiste, gueze & co.).
So di incorrere nelle ire e nei potenziali attacchi di Schigi a parlare di birra in un blog ma vi assicuro che dopo una frequentazione assidua (per dolci motivi familiari) della crucclandia, non riesco praticamente a bere birra se non tedesca! E qui San Kuaska mi ha gia´scomunicato, e pure Spaghetto alias Daniele Merli di Hobbybirra.it.
Sara´perche´qua e´un po´ simbolo del bere quotidiano come il fiasco di Chianti di qualche anno fa, sara´che la lego sempre a mia moglie, sara´perche´e´molto diversa dalla classica birra inglese o irlandese, sara´perche´mi fa pensare ai paesaggi malinconici e solitari del nord europa ma ha un fascino speciale che nelle altre birre (per ora) non trovo.
Per chi non sapesse come il Mare del Nord, vi dico solo che per stare in riva al mare si e´comunque obbligati a stare negli strandkorb, cioe´dei cestini da persone di legno e paglia dove ci si siede e ci si ripara dal vento patagonico che altrimenti ti congela. Lo giri via via a seconda del sole e ne esistono versioni iperaccessoriate, ovviamente anche con predisposizione per notebook e simili.
. Se andate sul sito, capite come mai tedeschi e giapponesi vanno dáccordo…guardate questo konfiguratore di strandkorb!
La prima che mi e´rimasta nel cuore e´la Jever che ovviamente ha un sito tutto in tedesco pero´molto ben fatto e navigandoci potete scoprire quanta creativita´serva per creare un brand riconoscibile in un paese che ha piu´birre che sindaci…

Tralasciamo le Jever per bimbi e per teenager, l´unica da considerare e´quella a sinistra ovviamente! Il colore e´veramente dorato, lucidissimo e convincente, con riflessi cangianti intriganti. Spuma bianchissima di media consistenza. Ti colpisce subito al naso per via di un sapore di grano dolcissimo subito smorzato da una nota metallica ematica penetrante. Poi note luppolate molto evidenti e un fruttato fresco con accenno floreale di glicine. Insomma, una vera meraviglia che ti entra nel naso e non ne esce piü´. Ma la vera magia e´in bocca con un amaro coinvolgente dovuto al luppolo che con quest´acqua particolare reagisce estraendo piu´olii essenziali di altre. Non ho una misura precisa ma credo siamo sui 25-30 Ibu.
Retrogusto penetrante e freschissimo, lascia la bocca estremamente asciutta tanto che e´quasi un peccato berla da sola. Il matrimonio d´amore secondo me e´con una specialita´del luogo ovvero l´anguilla affumicata. Viene mangiata a mano, spezzando il capo e sbucciando la pelle tirandola e poi rosicchiandola come se fosse una pannocchia di mais. Con tanto di grasso dolcissimo che ti cola sulle mani e su tutto il viso. Senza una birra cosi´amara e fresca sarebbe impossibile mangiarne piu´di meta´. E invece in queste ex baracche di pescatori dove si mangiano oggi le anguille affumicate, ti capita di buttarne giu´anche un paio, con ovvio contorno di bratkartoffeln, cipolle arrostite e pane scuro imburrato. 
Grasso, untuosita´persistenza gusto olfattiva notevole…anche da manuale AIS per un cibo cosi´servono acidita´, intensita´olfattiva e gustativa lunghe e una sensazione amaricante nella birra che contrasti la dolcezza elevata dellánguilla.
E vi assicuro che una volta provata questa accoppiata in un posto come Der Spieker tempio locale di questo cibo, cambierete idea su molti aspetti della birra e del pesce! Pensate che addirittura dopo il mio matrimonio qui in terra tedesca, alla sera sono venuto proprio qua, ancora in abito da sposo.

Si lo so che i post su questo posto sperduto nel Casentino hanno tutti nel titolo un gioco di parole più o meno divertente e nemmeno io ho saputo resistere alla tentazione ma un posto che si chiama “La tana degli orsi” non può non finire che stregarti fin dal nome che evoca appunto sensazioni di conforto, di tenerezza ma al contempo anche di forza e solidità. Davide Paolini nella sua prefazione alla Guida dei Ristoranri de il Sole 24 ore dice che sta ancora, dopo anni, cercando il ristorante ideale, ovvero un posto (come lui lo descrive) con non più di 20-30 posti a sedere, tranquillo ma non troppo, luci calde, menù che cambia con le stagioni, piatti che non vogliano stupire ma sfamare con gioia e una carta dei vini che non sia una enciclopedia britannica. Ecco (forse tralasciando per fortuna l’ultimo punto) io posso dire che questo posto esiste! E per fortuna si trova a più di un’ora e mezzo da casa mia, altrimenti ci passerei la metà delle mie serate…
La cena nella tana inizia due giorni prima e anche di puiù quando occorre prenotare (non accettano persone se non prenotate fino alle 22) e in quel momento si può scegliere il menu oppure fidarsi di quanto si troverà. Nel caso si scelga prima, vi ritroverete sotto al piatto di vetro il foglio pergamena con i nomi dei piatti che mangerete che in genere non sono la solita caterva di piattate da menu degustazione ma una entreè, due primi, due secondi e un dolce (se volete).
Mio fratello paolo che era in vacanza in casentino era passato e aveva fissato per noi il menu (e un appartamento in aagriturismo dove dormire la notte visto che a firenze con i due pargoli in auto non volevo tornare dopo cena…).
Si comincia con un prosciuitto del casentino con fico e scelgo con l’aiuto di Caterina un Priè Blanc Valdostano, un Blanc de Morgex et la Salle 2005, sapidissimo e tenue come “fiori d’altura” (come recita la retroetichetta). Piacevole come apertura ma sui primi piatti Caterina ci consiglia un vino del suo amico Damian Podversic dal Carso, una grandiosa ribolla biodinamica (5 grappoli ais mi pare) che ci lascia a naso aperto. Sensazioni agrumate insieme a note di miele, noci, lieve ossidatura e col tempo e con il salire della temperatura, un sorprendente rafano e un ginger quasi balsamico. Veramente uin grande vino e soprattutto un vino che è stato un piacere bere sulle caramelle di ricotta e borragine con pomodoro fresco e pesto.
Vi assicuro in bocca l’uno bilanciava l’altro e il connubbio veramente riuscitissimo. L’alltro primo invece stava meglio con il Blanc de Morgex ed erano una cosa buonissima gli gnocchi di patata rosa con pancetta di grigio del casentino, ne avrei divorati due vassoi…Per fortuna che c’erano i miei due figli che ogni tanto mi costringevano ad alzarmi per essere un pò portati in giro.
Quando Malwin ha detto “babbo, Barolo” e ha quasi tirato giù un Voerzio dallo scaffale, ci siamo decisi a passare ai secondi sui quali già da un’oretta con Caterina avevamo deciso di gustarci un Barolo Scarzello 1999,
un Barolo di Barolo, iper tradizionale ma ottimo. L’abbinamento era con cervo in salsa di chianti e con un fantastico filetto di maiale con farcia ai funghi. Vista la varietà deri piatti non resisto e oltre al Barolo mi faccio portare un paio di bicchieri di Etna Rosso Tenuta delle Terre Nere (vedi anche lo speciale vini del vulcano sull’ ultimo numero di Spirito di Vino)
che scorgo nella Enomatic e pure una Barbera la Spinetta Vigneto Gallina del 1998. L’esito ha visto il nerello dell’Etna andare d’accordissimo con il filetto di maiale mentre il Barolo è stato esemplare nell’asciugare la succulenza del cervo e a farne risaltare il profumo discreto ma penetrante.
La barbera è stata invece il classico rosso della staffa che con la sua cioccolosa rotondità ci ha preparato il palato per i dolci.
Su questi pescando dalla carta ordino un Loazzolo Borgo Maragliano 2003 (anche se, visto il prezzo, volevo un Occhio di Pernice Avignonesi 1989),
moscato bianco freschissimo dolce e vivace quanto basta per accompagnare la mia torta di mele (ma sembrava più un “mela tortata”) con crema alla vaniglia.

Ho già parlato tanto e tanto altro ci sarebbe ma mi preme sottolineare che una cena qua è una delle esperienze più piacevoli che un sommelier o anche solo uno cui piace mangiar bene possa fare. Caterina in sala e Simone in cucina sono riusciti con impegno ma soprattutto con tantissima PASSIONE a creare un posto dove non si può non restare contagiati dall’atmosfera che vi si respira. Un aria che spinge i produttori di vino stesso a portare qui direttamente i propri vini e ad assagggiarli insieme a Caterina e Simone e parlarne insieme, così come possono fare tutti quelli che arrivano dopo una certa ora. Alle 22 circa infatti la cucina chiude e simone accende il fuoco a legna e butta dentro un pò di focaccine mentre in sala la tana si trasforma in una sala degustazione pronta e soddisfare le voglie degli appassionati.
Che trovano una scelta ampissima di Barolo di annate anche passate e “pronte” e non solo dal 2003 in poi…ed è questo uno degli aspetti che ad un sommelier piace di più! un posto dove si rifiutano di servirti un Barolo troppo giovane o anche un bianco troppo fresco.
E come ultima nota, veramente dulcis in fundo, i PREZZZI! Quelli dei vini sono spesso oltraggiosamente bassi (flaccianello 1996 a 34 euro a tavola?!?) e quelli della cucina, decidete voi! Un primo 8 euro un secondo 12 e un dolce 5.
Se non ci credete date un’occhiata al nostro conto per 7 persone e mezzo (mio figlio grande si è fermato ai primi…).

Insomma, io bene come l’altra sera, sono stato poche volte e invito chiuinque apprezzi un locale genuino costruito e diretto con amore a provarlo, almeno una volta!
La tana degli Orsi
Via Roma, 1
52015, Pratovecchio (AR)
Telefono 0575 583377
Fax 0575 583377
Chiusura Mercoledì – Aperto solo la sera
Ferie Novembre
Only a brief summary because is really tons better if you trid this restaurant by yourself! Remember to make your reservation some weeks before ’cause the tana degli orsi is always full, expecially saturdays and sundays.
Friendly people, good and a bit creative food (but made with ingredients taken from casentino and fresh for the season) and a stunning array of old vintage good wines. If you love Barolo, Brunello and honest wines, this is the place for you!
Noi in Toscana siamo stati tra i pionieri del turismo gastronomico ma non abbiamo idea del fatto che ormai il vino è un motore turistico globale che non “risparmia” paese alcuno. Un nostro affezionato cliente (Francesco Romiti ) è stato in un bel viaggio alternativo ai soliti flussi italioti (tant’è che di italiani ne ha visti pochi, incredibile!) in Uzbekistan, ex poverissima regione CCCP e adesso lo stato più popoloso dell’Asia centrale con i suoi 25 milioni di abitanti. La sua posizione dal punto di vista enologico è “strategica” almeno per il fatto che si trova appunto in mezzo alla culla della Vitis Vinifera il cui succo allieta i nostri banchetti. Non siamo ai livelli della Georgia dove già ci sono cantine famose e distribuite in Italia (di recente ho assaggiato un ottimo Rkatsiteli Grand Cru Tsarapi della Velier, scoperto da Nicolas Joly ) ma a quanto mi racconta Francesco, le cose un pochino si muovono perfino laggiù! E se anche su internet si possono prenotare “wine tasting” ecco cosa dovete aspettarvi nel racconto del “sopravvissuto” Francesco.
“Non ritengo assolutamente di essere un degustatore provetto e tantomeno organizzo i miei viaggi, mia vera passione, a seconda delle degustazioni o dei vitigni.
Mi è capitato però in questo ultimo viaggio in Uzbekistan, di poter partecipare inaspettatamente ad una “wine tasting” di vini locali.
A dire il vero è stata una vera esperienza.
La città era Bukara, bellissima e affascinante, e quella sera c’erano “solo” 38 gradi anche se il sole era già calato da un paio d’ore. All’interno di una ex Madrassa – termine per definire una scuola dove si insegna il corano, in pratica un cortile circondato da piccole aule – siamo stati invitati ad entrare in una stanzetta, non più di 16 mq., per partecipare ad un assaggio di vini. L’ambiente era molto elegante e ordinato: tavoli apparecchiati, bottiglie ben disposte e immagini al muro… niente finestre e tantomeno impianti di areazione eccetto un ventilatore sparato al massimo… Abbiamo iniziato a sudare!
Il programma prevedeva l’assaggio di 8 vini. Eravamo in quattro, due di noi erano totalmente astemi e si sono arresi al primo assaggio, noi invece abbiamo continuato a sudare… la terza ha dovuto arrendersi al terzo assaggio dato i postumi da un malessere lampo della mattina stessa… io ormai ero in un bagno di sudore… Con grosso dispiacere del gestore ho dovuto cedere anche io al quinto assaggio… a digiuno con quel caldo, niente aria e anche io con dei postumi di un piccolo disturbo era impossibile bere ancora!
Mi è dispiaciuto però dire “no grazie!” quando il gestore ci ha chesto se volevamo comprare una bottiglia da portare alla cena in famiglia uzbeka dove eravamo diretti. A dire il vero avrei voluto rispondere: “ma non lo vedi come siamo messi? Siamo cascati uno ad uno come birilli!”
Un commento sui vini? Non ho molta esperienza in merito, comunque, nonostante che qualcuno di quelli assaggiati avesse vinto qualche premio, non mi sembravano eccezionali, o perlomeno mi hanno dato l’idea di essere un po’ estremi, indecisi o truffaldini, nel senso che mi sembrava macassero di equilibrio tra olfatto e gusto, mai l’uno confermava l’altro. Ma non sono io a dover dare dei giudizi in merito…
Il viaggio invece… merita!”
Grazie Francesco per il racconto…Vi rammento alcune delle varietà comuni di uve in Uzbekistan: Bayan-Shirey, Rkatsiteli, Saperavi, Morastel, Muskat, Aleatiko, Kabern e altre più esotiche come Asyl-kara, Khindogny, Mtsvani, Kuldjinski,Soyak, Bakhtiori and Bishty.
Di queste personalmente ho assaggiato (non uzbeke) il Rkatsiteli georgiano e un ottimo Saperavi (rosso) che però era barricatissimo quindi del frutto si intuiva poco.
E capisco quindi cosa vuol dire Francesco quando parla di “vini truffaldini”…quanto al gusto, almeno per come me li ha descritti a parole credo che fossero molto sbilanciati verso le componenti dure, ovvero acidità mentre al naso erano comunque molto piacevoli di qui il grosso contrasto una volta assaggiati.
Le frontiere del vino sono infinite…e ogni giorno si scopre qualcosa di più interessante. Personalmente questi vini asiatici non mi fanno per niente impazzire (ho assaggiato anche roba turca ma mai nulla di trascendente), però fa cultura! Se volete un nome (una cantina) da tenere d’occhio, sia Francesco che il web ci dicono che sia questa Samarkand Wine che almeno il nome giusto per il mercato ce l’ha!
Che era buona, anzi buonissima, lo avevamo scoperto insieme in una bellissima serata da Burde lo scorso 30 Marzo. In quella occasione avevamo provato 5 ricette a base di pasta Fabbri veramente speciali con zafferano, fagiolo zolfino e cecino rosa del Valdarno. In più vi avevamo anche accennato come alcuni ristoranti dell’empireo gastronomico stellato avevano cominciato a scoprire quel piccolo tesoro artigianale della Pasta Fabbri di Strada in Chianti e soprattutto insieme avevamo scoperto quanto può essere gratificante per il palato trovarsi sotto i denti pasta fatta come si deve e non la simil colla da esportazione che ogni tanto troviamo a 0,35 euro nei discount.
Ma addirittura nel numero di questo mese (in edicola mi pare da oggi) nel grande interessante spazio che il Gambero Rosso dedica alla pasta, c’è anche un bella ricetta (pag. 59) a base di Spaghettoni Fabbri all’Ajo e Ojo, cucinata dallo chef Adriano Baldassarre de “Il Tordo Matto” di Zagarolo. Ovvero la semplicità fatta piatto…
Cavolo in una settimana siamo già a due specialità del nostro negozio che finiscono in “altre” vetrine! Siamo un pò gelosi…
Il passo sembra breve ma non lo è! Dalla questa settimana, l’Oca Bianca di Viareggio di cui abbiamo già mostrato delizie culinarie ed enoiche, mette in tavola il “consueto” sfiziosisissimo menù degustazione (55 euro) con scelta di 3 champagne in abbinamento (25 euro) ma come novità nel menù presenta come secondo piatto i “Gamberi con finocchiona di Burde su salsa di fichi e champagne“.
Avete letto bene, con la nostra amatissima e celebratissima Finocchiona Sbriciolona! Quella con cui i barrocciai ieri e i lavoratori tutti oggi verso le 10 del mattino si fermano a mangiare con un bel gottino di vino per ripartire con il resto della giornata, una siesta tutta toscana.
Che dire? Siamo orgogliosi che uno dei prodotti della nostra vetrina alimentari viaggi così lontano e siamo felicissimi che Adolfo Giannecchini abbia avuto questa idea…
Se poi il piatto piace, magari potrà anche diventare un classico dell’Oca Bianca, a noi non dispiacerebbe certo! Anzi chi di voi legge questo articolo può scrivermi che prepariamo una lettera-petizione ad Adolfo per introdurre la nostra finocchiona come presenza fissa a Viareggio…
Devo ancora decidere se mio nonno sarebbe contento di questo gemellaggio “altolocato” però io sono contentissimo!
E già che ci siamo, vi facciamo leggere tutto il menù della settimana così che (come a noi…) vi viene voglia di fare un altro tuffo quasi fuori stagione in Versilia…
E per tutti gli altri, ricordatevi che la Finocchiona vi aspetta nel banco alimentari gastronomia da Burde, comodamente in via pistoiese!
Menu Degustazione Pesce
4 Antipasti
Panzanella di crostacei
all’aceto balsamico tradizionale di Modena
Filetto di sogliola con rigatino croccante e
cecina biologica di pegli
Trancetto di Branzino con funghi porcini crudi
Zuppetta di moscardini
2 Primi
Spaghetti con Vongole
Maltagliati con pesce azzurro e pomodoro, profumati al basilico
1 Secondo
gamberi con finocchiona del Burde su salsa di fichi e champagne
Degustazione vini (1 bicchiere per tipo)
3 vini bianchi €. 15,00
3 Champagne €. 25,00
Lo so il titolo del post è banale però vi assicuro che è l’unica parte banale della serata di ieri sera…Non sono io che posso scoprire per voi (molti mi hanno preceduto in questi 20 anni…) l’osteria FuoriPorta in San Niccolò a Firenze e soprattutto non sono il primo che parla della sua enciclopedica carta dei vini che mantiene intatto il suo fascino e soprattutto si lascia bere benissimo grazie alla scelta sempre intelligente dei vini al bicchiere. Ieri sera festeggiavamo il 39° compleanno di un amico Gherardo della Abraxas Records insieme a sommelier noti e meno noti (compreso Riccardo Margheri) e visto che pure lui è un grande appassionato e acculturato bevitore di vino (nonchè cliente affezionato delle serate enoiche da Burde…) quale posto migliore dell’Osteria di Andrea Conti??? Si mangia più che bene, si sta freschi, il personale è gentile (con punte di eccellenza, vedi l’ostessa Daniela) e ciò che è più importante per un sommelier, si possono assaggiare vini mai banali. Voglio dire, a parte i “soliti” (per me) Chianti e Morellini di livello, ieri per esempio c’era il Carmenero di Cà del Bosco, piuttosto che il Red Angel Pinot Nero di Jermann o un Fleur du Cap Passito del SudAfrica…
Insomma, ogni 3-4 mesi cerco sempre di liberarmi una serata per approfondire la conoscenza di vini e vitigni grazie ai camerieri cui chiedo sempre di portare a me e ai miei poveri commensali calici “anonimi” che poi cerchiamo di riconoscere a turno partendo da profumi e sapori che riusciamo a cogliere nei bicchieri.
Fra gli assaggi di ieri, vi segnalo un buonissimo Viogner (un mio “pallino” recente) di Calatrasi Accademia del Sole, dai profumi tipici di albicocca miele e pesca bianca, resi un pò più caldi dal sole siciliano ma sempre affascinanti. In bocca non elegantissimo ma sempre un gran bere. Tra i rossi siamo rimasti un pò perplessi dal Red Angel di Jermann (comunque da provare, ma ieri sembrava più un pinot nero toscano che friulano) mentre abbiamo avuto riprova della grande piacevolezza del Nero d’Avola Zisola dei Mazzei.
Ci è sembrato un pò troppo legnoso (ma sempre piacevole) il Teroldego di Foradori (la “base” del mitico Granato) in cui il frutto faticava un pò a farsi strada tra la cipria della barrique.
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Al naso era veramente buonissimo invece il Nebbiolo d’Alba di Sandrone, iper conosciuto per i suoi Barolo, primo fra tutti il Cannubi Boschis.
ieri nel bicchiere avevamo il Nebbiolo d’Alba
Valmaggiore e al naso era veramente di uno spessore superiore con rosa, ciliegia sotto spirito e spezie varie. In bocca un pò poco ruvido con tannini forse un pò troppo leggeri (ma il 2003 è stato difficile) ma decisamente interessante.
Tornando al nome del post, ieri sera finito di mangiare cercavamo qualche bollicina per finire in bellezza. Devo dire che le bollicine sono forse la specialità più “negletta” nella carta del FuoriPorta…non che ne abbia bisogno visto che non fa aperitivo e non serve ostriche, pesce particolare e cibi simili il cui abbinamento modaiolo richiama sempre le bollicine, però ecco in chiusura di serata il sommelier un pò evoluto e snob cerca sempre di chiudere con la bolla (anche perchè le papille sono ormai piallate dai tannini e le narici anestetizzate dai mille profumi assaggiati nelle ore precedenti).
Ecco che allora abbiamo chiesto a Daniela di consigliarci una bollicina senza spendere un capitale (altrimenti saremmo andati a bomba sulla mammina di Zanella, Annamaria Clementi) e è venuto fuori questo N.V. Champagne Francois Hemart Brut Rose della casa madre Henry Giraud da Ay. Raramente ho ricevuto una dritta migliore! E’ vero che lo Champagne rosè sta attraversando un momeno commercial a dir poco di grazia ma ciò che cerca il pubblico normalmente sono profumi fruttati stile brachetto, piacevolezza, bollicine fini e spuma bianchissima che si veda bene sul rosa…E invece raramente cercano ciò che avevamo ieri nel bicchiere…ovvero un liquido color RAME (riprova che dagli champagne accettiamo tutto ciò che riufiuteremmo in qualsiasi altro vino) acceso lucente con un perlage finissimo ma non abbondante. Nel bicchiere ci ha messo una trentina di secondi per aprirsi ma poi è stato un effluvio di note di frutta elegantissime (fragole, ribes rosso, ciliegia), di caramello, di vermouth carpano, metalliche e dolci allo stesso tempo. Corredo di tostatura e minerale (iodio, gesso) quasi da manuale. In bocca le stesse note si aprivano in sfumature più carnose e fruttate, ma sempre finissime con una piacevole sapidità residua che rendeva invitante un altro bicchiere. Ci siamo tutti ricordati le parole di Roberto Bellini sulla difficoltà di valutare con i parametri classici uno champagne, per di più rosè, e la prova era davvero lì nei nostri bicchieri!
Insomma, va bene che al FuoriPorta non ci sono 300 etichette di champagne ma se quelle che ci sono sono tutte così, chi se ne frega!!! Mi acconteterò di quelle che ci sono…
Però chiaccherando ieri sera ci è venuta una idea balsana…e se Andrea avesse voglia di aprire un posticino dedicato alle bollicine? magari con la sua benedizione e l’aiuto di qualche sommelier interessato potrebbe nascere un “Bollicine FuoriPorta” o un “Fuori Bolla” che potrebbe anche avere un certo successo visto che a Firenze SCANDALOSAMENTE manca ancora una Champagneria di livello???? Se ti piace l’idea, batti un colpo Andrea che ti seguiamo ovunque!!!