Cibodiario

Recensioni ristoranti e piatti vari

Rimedi contro l’afa in cucina da Burde (e pure in cantina)

piatti estivi fiorentini toscaniLa scusa ufficiale è che fa un caldo boia ma in realtà per giustificare le uscite “fuori” occorre proporre sempre qualcosa di nuovo per i clienti, nostri come per chiunque altro. Per questa Estate, Burde vi propone due carrellate di piatti freddi e semifreddi per continuare a mangiare (e bere) toscano pure con ‘sto caldo.

Come minestre sono tornati infatti i classici di stagione ovvero la Panzanella (con cipolla a parte per chi ha incontri di lavoro importanti nel pomeriggio), il Farro freddo con zucchini in umido, il Passato di Minestrone Speziato, e la classicissima Pappa al Pomodoro. Come secondi piatti invece vi rammento l’Insalata di Trippa e verdure sottaceto, l’Insalata di Magro con lesso, fagioli, cipolle e pomodori, le Melanzane alla Parmigiana “leggere” (ovvero non ripassate in forno ma “soltanto” fritte e impodorate), il Lesso freddo con Salsa Tartara, la Lingua a fette con salsa verde.

Oltre a questi piatti un pochino rinfrescanti vi segnalo poi l’arrivo delle verdure fritte IN PADELLA, quindi Fiori fritti (pastella di farina e birra senza uovo) e Pomodori Verdi Fritti (alla fermata del 35).

Tra i dolci, oltre alla Torta di Mele che ci costringete a fare anche in Estate, ecco la Crostata di Pesche senza crema, il nostro Creme Caramel e soprattutto il grandissimo Zuccotto semifredddo Fiorentino, pan di spagna bagnato con l’Alkermes, panna e cacao. Non manca la Torta Pistocchi “classica” che pure d’Estate è richiestissima dato che è fredda e tutto sommato pure leggera.

Poi stiamo mettendo a punto una collaborazione speciale con un astro nascente della Gelateria Fiorentina che è attualmente in fase di test ma su cui daremo presto un annuncio ufficiale…tenetevi da parte un pò di biscottini Mattei!

In cantina continua la rotazione dei vini al bicchiere. Ogni giorno 12 vini al bicchiere alla temperatura ottimale (nonostante “Ehi sommelier ma questo vino rosso è freddo” “No guardi che è a 16 gradi” “E no, allora  me lo porti caldo”) con in grande spolvero i Chianti Classico veri come Ormanni (Poggibonsi), Castello di Tornano (Gaiole) e Cennatoio (Panzano), i Nobili di Montepulciano Contucci e Gattavecchi (vai Luca chiarisci tutto e torna a trovarci!), il Brunello di Montalcino Mastrojanni , e l’outsider forestiero (come stile) Le Cupole della Tenuta di Trinoro che a 25 euro in tavola sta spopolando. Tra i bianchi ecco l’Arioso di Campo alla Sughera e il Rosato di Riecine For Jasper 2007 (sempre più di moda i rosati quest’anno).

Ah, dimenticavo, cominciate a liberarvi il venerdì 1 agosto, se siete in città, c’è una novità da provare da Burde e stavolta non è SOLO da mangiare e da bere…

Insomma la gente sparisce e va in ferie, la crisi regna sovrana, ma almeno noi ci proviamo! 🙂

Londra e l’Anima italiana della City

Può succedere, effettivamente più facile a Londra che a Quaracchi, che due hedge fund da 800 milioni di sterline decidano di spendere due briciole (comunque 3 milioni dei suddetti) per aprire un ristorante, magari sotto i propri dilatati uffici in Liverpool Street in piena City.

LA City è l’anima dell’Inghilterra odierna, che qualcuno ha definito appunto come un gigantesco Hedge Fund mondiale più che un paese vero e proprio.
Passeggiando la sera tra Caxton street, passando sotto il Ghurken e slogandosi il collo per seguire la verticalità inaudita di questi palazzi e il continuo cozzare di diagonali e frecce d’acciaio (ma il feng shui qui nessuno sa cos’è?) non penseresti proprio che sia il posto ideale per metter su un Ristorante Italiano, per di più dall’altisonante nome L’Anima . E che aspira a diventare l’anima latina gastronomica in mezzo a tanto freddo e tintinnar di denari.
Ma tutta Londra pullula un pò ovunque di iniziative italiane degne di nota e che secondo me pure riescono davvero a trasmettere un pò di dolce vita in queste zone. Vedere per credere l‘Obika in pieno SelfRidges: ci credereste che qua potete ordinare un panino con la Mortadella di Prato? Roba quasi impossibile persino direttamente in Toscana! E invece questo “Mozzarella Bar” funziona davvero bene…
L’altra sera, finita Italia- Francia nel migliore dei modi possibili (veder vincere la tua nazionale mentre sei all’estero è un piacere atavico e indescrivibile, forse pure provincialotto ma sublime) e abbracciati i festanti allievi del Primo Livello AIS Londra al Jolly Hotel (altra bandiera italiana ammainata, ora è tutto di proprietà spagnola NH), con Andrea Rinaldi e la graditissima sorpresa di Luca Boschian, illustre e celebre collega sommelier dallo Zafferano , decidiamo che se dobbiamo brindare alla nostra Italia dobbiamo appunto farlo nell’avamposto più ambizioso che la nostra cucina ha piazzato nel mercato della ristorazione globale, L’Anima, appunto.
Piccola nota su Luca Boschian: sono stato davvero al settimo cielo nel ricevere da lui i complimenti per la lezione sui distillati, non credevo proprio di risucire ad insegnare qualcosa a questi ragazzi che già lavorano nei più esclusivi bar e ristoranti della città. Oltretutto una persona della sua esperienza e umanità ti fa capire davvero che nella professione di sommelier spesso le chiacchere stanno a zero e quello che veramente conta è l’anima e la passione, in generale tutta l’umanità che riesci a metterci dentro. Leggete la bella intervista che Ziliani gli ha fatto qualche tempo fa sul sito AIS.
Eppoi da piccolo sommelier di provincia ad ascoltare i suoi racconti di Abramovich e Shevchenko alle prese con il Ronco delle Mele di Venica e i Vermentini della Liguria e le bottiglie da 20mila sterline che apre quasi ogni giorno (qualcuna pure “falsa”, ricordate il Petrus 1961 rifiutato?) fa sempre un magnetico effetto.
Scusate l’inciso, torniamo nell’anima del post. L’ambiente è di quelli ultra COOL e del resto da Claudio Silvestrin, già architetto poliedrico e interior designer per Armani, non ci saremmo aspettati niente di banale. Francesco Mazzei è un cuoco di origine calabrese (Cosenza) che ha girato l’Italia prima e l’Inghilterra poi sempre con l’idea fissa in mente che la cucina italiana non doveva e non deve assolutamente essere considerata grande per quanto riesce a scimmiottare e a farsi simile alla francese o spagnola di turno. Crede nelle materie prime e crede nella semplicità dei piatti e non dà molta importanza alle costruzioni immaginifiche nell’impiattamento. Nell’anima ha disegnato di persona gli oltre 100 mq di cucina con ogni sorta di apparecchiatura, ovviamente ad esclusione di pacojet e sifonistica assortita ma con un bellissimo forno Jasper spagnolo, diavoleria alla brace chiusa capace di cuocere in 5 minuti una pancetta di maiale in maniera perfetta donandogli profumi e aromi da brace estremizzata.

E oltretutto è pure simpatico e curioso di ogni aspetto della cena dal punto di vista di noi ospiti, che lui continua a definire illustri (e mi giro per vedere di chi sta parlando).
Siamo accolti dallo chef ma anche dalle hostess (nella city è la norma trovare al tuo ingresso almeno due ragazze altissime non proprio spiacevoli a vedersi che ti accomodano in una lounge apposita di attesa a sorseggiare Champagne, ideona mi pare perfettamente replicabile anche da Burde (inviate pure CV e foto).

Barman di eccezione un ragazzo palermitano, campione Aibes dalla cultura sconfinata su distillati e metodi di preparazione dei liquori, davvero un plus graditissimo. Ci prepara un “semplice” aperitivo Champagne, aperol, succo di ciliegie sotto spirito guarnito con una fetta di arancia sbucciata: delicato e persistente, davvero ottimo.
Ci accomodiamo nella sala bianca con marmi bianchi e scuri ma mai freddi con un bianco abbacinante delle tovaglie e delle ceramiche. Se fossi Vuggì noterei pure la cura nella stiratura delle tovaglie e tovaglioli ma ve la risparmio.
Presenza di camerieri e sommelier costante ma mai invasiva, pane fatto in casa di tre tipi (focaccia ligure, pane toscano sciapo e grissini) con tanto di olio da taggiasca per una fettunta veloce (per fortuna il burro da pane è bandito).
Partiamo con una zuppa di cozze e vongole e La Montina Saten che peschiamo da una carta dei vini accorta senza troppe grandeur ma con vini (per lo più ovviamente italiani) di sicuro interesse. Grandissima idea la presenza di due vini calabresi come il Vigna Garrone di Odoardi, ovviamente invendibile ma il giorno che un manager della city lo bevesse per sbaglio, siamo sicuri che la smetterebbe di ordinate il “solito” St Emilion (che qui è il vino di default per la ciccia se il londinese non sa cosa prendere…come da noi il Chianti Classico insomma).
Per primo andiamo su Zitoni Nduja e Melanzane e protestiamo con lo chef calabrese per l’utilizzo troppo parsimonioso dell’amata Nduja ma ovviamente qui il cliente medio scapperebbe anche solo davanti alla piccantezza dell’odore di una vera Nduja di Spilinga.
Per main course provo la pancetta di maiale al forno con purè ed è una scoperta notevole per come bilancia il grasso e il morbido della patata e la croccantezza della pelle arrostita: ottimo pure l’abbinamento con un Niedermayr Pinot Nero 2003 Alto Adige. Prima del dolce, spazio a formaggi per un Chianti Classico che Boschian ci raccomanda e che non conosco (è mai possibile???) ovvero il Doccio di Matteo Riserva Casarsa 1999. Davvero niente male e stupisce come certi vini con 10 anni sulle spalle vengano accettati prontamente qui a Londra mentre in Toscana pure le Riserve 2004 paiono a molti clienti troppo stagionate…
Un solerte e elegantissimo cameriere croato (ci siamo dati appuntamento nella finale degli Europei discorrendo di Drazen Petrovic, Kucoc e vari eroi sportivi degli anni 90) ci serve un dolce meraviglioso e da applausi un soufflè di mirtilli con meringa spumosa come base e salsa di cassis servito caldo. Abbinamento da urlo con la Ciroc Vodka di uva (ovvero ottenuta da 50% di distillato di cereali e 50% di distillato di vino della zona dell’Armagnac): invece del solito quarzo neutro della vodka classica, questa ha un fruttato di prugna e mirtillo che si sposa alla perfezione con il soufflé regalandoci una chiusura di cena con i fiocchi.

Tour della cantina a giorno e della sala riunioni (trasformata in una curva da stadio con sedie Kartell per la partita della Nazionale) ma che in genere è una piccola caverna di marmo e cascate vere dalla pareti con fiori giapponesi che spuntano dai muri, piccolo capolavoro di design moderno che riesce a non farti rabbrividire.
Si parlava di anima italiana a tavola e di come questi spazi ne abbiano disperatamente bisogno ed è un concetto di cui abbiamo parlato anche a lezione con i ragazzi ovvero del fatto che la differenza nella ristorazione e in genere nel wine ad food non la fanno solo i prodotti italiani ma pure gli italiani che le servono e le presentano dai camerieri agli chef e ai sommelier, sarebbe riduttivo parlare di cucina italiana come se fosse una serie di regole e di ingredienti.
Gli stessi dipendenti qui all’Anima sono incoraggiati e spesati a trascorrere periodi di acclimatazione e formazione in Italia che sarebbe riduttivo paragonare a dei semplici stage. Prendete il nostro solerte e impeccabile sommelier Gal Zohar, israeliano.

Di formazione “francese”, ama ovviamente i vini d’oltralpe e ne vende senza problemi casse intere ma sui vini italiani, per quanto preparatissimo pare sempre un pò titubante a presentarli come se non ne fosse intimamente convinto. Ma se si vuole sperare di vendere vino italiano ai londinesi, Franciacorta al posto di Champagne e bianchi del Collio al posto dei Graves o dei Montrachet è ANCHE da questo tipo di professionisti che occorre partire più che da un italiano preparatissimo nato cresciuto e bevuto dai nostri nettari dai 3 anni. Professionisti che nascono francesi e che vengono piano piano sedotti dai nostri vini e dalle nostre terre. Gal dice che vuole venire in Toscana e Francesco me lo vuole mandare da Burde, e capisco che forse non è al corrente che posto sia la mia trattoria.

L’italianità a tavola è qualcosa di molto più simile ad un modo di essere e di interagire con le persone: qualcosa che rende i nostri ragazzi che ho incontrato in questi due giorni, capaci di imprese e servizi di altissimo livello.
Per molti di loro Andrea Rinaldi è un riferimento importante, non cura solo i corsi per sommelier e nemmeno si limita a fare da agente per molti importatori e aziende vinicole italiane, è come un console o un ufficio del lavoro permanente che lega insieme una serie di aspetti tutti attinenti al concetto di Italian Way of Life a Londra. Ovviamente non è l’unico a farlo, ma ha uno stile e una garbata educazione che in un Toscano sono difficili da trovare ma quando si uniscono alla nostra inventiva e passione hanno un effetto incredibile sulle persone che ruotano attorno.
Per questi ragazzi è davvero importante la presenza di associazioni come l’AIS a Londra e durante le lezioni ti accorgi proprio di come cerchino di attingere, da chi è lì a parlare, un sorso di linfa italiana.
Da parte mia, cerco invece sempre di ricordargli e fargli capire che per moltissimi di noi sommelier la loro posizione è quasi una terra promessa e un eden di sogni irrealizzabili in Italia; che la loro presenza è importante e fondamentale per tutto il sistema del Made in Italy gastronomico a Londra e nel mondo.
Mi guardano un pò basiti ma in fondo credo si sentano a metà tra il responsabilizzati e il gratificati e soprattutto spero si rendano conto che ogni sforzo che fanno nel conoscere e far conoscere i nostri vini è un grandissimo servizio che rendono al nostro paese.
Leggendo mi pare di aver raccontato solo di italiani qui in terra d’Albione ma soprattutto nel settore ristorazione la superiorità e la completezza dell’offerta londinese si basa piuttosto su uno straordinario mix di internazionalità e professionalità di alto livello che credo proprio non abbiano uguali al mondo e di cui, anche solo per un pò, mi sembra quasi di aver immeritatamente fatto parte…

Dal BlogCafè ad Amsterdam: da Squisito al cimitero di Van Gogh passando per il Consolato

Forse il titolo è un pò esagerato e dalla foto qui a fianco potete immaginare che proprio male qui all’Hilton di Amsterdam non si sta ma tutta la professionalità e il grado di coccole che un moderno 5 stelle riesce ad offrire (9 tipi diversi di sapone da richiedere? il menu dei cuscini??? e io che non mi sono nemmeno abituato alla carta delle acque minerali).

Si sta benissimo ma abbiamo solo due sere qui alla corte di Rembrandt quindi torniamo al Vinomio per incontrare Claudia, la proprietaria e fare due chiacchere sul vendere vino italiano in olanda. E già che ci siamo mangiamo una fantastica mozzarella di latte di bufala ma intrecciata e caseificata qui in olanda da mani italiane. Non è niente male e nemmeno il prosciutto (Di Parma) che l’accompagna. Acqua dalla fontanella a disposizione per chi beve qualcosa che non sia vino, un prosecco Rosè (!) come abbinamento e bella musica in sottofondo. Comode le vespe per sedersi, nonostante nei video la gente sembra meno goffa di me.

Ecco qui Claudia Pacifici e il vino in Olanda:

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Claudia Pacifici VinoMio Amsterdam
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Il giorno successivo, dopo la lezione, trovo finalmente il tempo di andare al punto di ritrovo degli Italiani qui ad Amsterdam ovvero il museo di Van Gogh (anzi Van Coch come si pronuncia qui) e come spesso accade quando vedi una espressione artistica di cui si sente troppo parlare rimani colpito e abbacinato da ciò che non ti aspetti. Con i Baustelle e il loro Nulla (“Mi spieghi che dietro ogni campo di grano C’è il Divino C’è Van Gogh, Invece temo il peggio” ) entro pensando solo ai Girasoli e ai Mangiatori di Patate ovvero i due quadri che ogni studente italiano della mia età è stato costretto a vedere in una mostra a Roma ai tempi (tristi) del liceo, anzi forse addirittura ai tempi del ginnasio.

E invece rimango folgorato da uno dei primi quadri (Maggio 1885) ovvero Il Cimitero dei Contadini di cui esistono almeno 3-4 versioni e temi analoghi ma quello di cui parlo è questo qua:

Colori e risoluzione non rendono la benchè minima idea del senso misto di angoscia, desolazione, calma e serenità che questo quadro riesce ad infondere. Non so perchè ma mi ha fatto ripensare a come mi immaginavo l’ingresso del regno dei mostri leggendo Cabal di Clive Barker. Sarà stato il sonno e la stanchezza e la monotonia della audioguida ma mi sono ritrovato a immaginarmi di entrare dentro la porta socchiusa sotto la finestra ormai colma di erbacce per trovarmi di fronte ad una immensa scalinata che porta in basso, altre volte invece entrando capivo che quello che si vedeva in superficio non era che l’ingresso di un ascensore, ovviamente che va solo giù. Uscendo la finestra sulla destra mi pareva persino illuminata in modo sinistro e i corvi neanche tanto fermi.

Passando oltre si va un pochino più sul Van Gogh tradizionale ma dopo questo quadro anche i Girasoli così gialli e luminosi sono a suo modo inquietanti (e in teoria sono pure responsabili del primo attacco di nervi dopo la rottura con Gaughin che andò a stare con Van Gogh proprio perchè affascinato dai Girasoli). E vogliamo parlare della sedia dedicata proprio al pittore francese che fa tanto Alone in the Dark?

E l’alternanza lancinante tra gioia, morte disperazione e speranza di vita normale sono ancora più commoventi osservando uno accanto all’altro i quadri dipinti a Saint Remy durante il ricovero per malattia mentale. Vedere accanto i profumatissimi e azzurri Mandorli in fiore (un inno alla vita per il nipotino appena nato) alla sinistra e solare metafora del Mietitore ti colpisce non poco e quando arrivi ai famosissimi Campo di Grano con Corvi e il Campo di Grano sotto un cielo nuvoloso sei ormai quasi nella testa di Vincent e hai voglia te di scrivere nella didascalia del quadro che non ci sono prove sul fatto che siano stati gli ultimi due dipinti…è come dire che l’ultima canzone di Freddie NON è stata The Show Must Go On, quindi la ignoriamo.

Chiude la mostra una foto della lapide di Vincent e di suo fratello, sopravvisutogli di soli 6 mesi. Ed è davanti a quella foto che ti rendi conto che razza di personaggio rock maledetto e affascinante Vincent possa essere stato e capisci come mai continua ad affascinare il mondo con le sue Starry Nights. Non è solo il tratto e il colore e nemmeno l’orecchio tagliato, è proprio tutta la sua vita di ostinato autodidatta e di eterno perdente ma mai domo dietro ai suoi sogni che ti colpisce quadro dopo quadro, e non ce n’è alcuno che sia autocompiacimento o fine a se stesso, piuttosto sempre una ricerca continua e incessante della verità della sua arte. Che come spesso accade, divenne chiara solo anni dopo la sua morte, con l’arrivo della nostra cosidetta “era moderna”.

Non chiedetemi come ma dopo questa esperienza molto Stendhal, vengo prelevato dall’albergo e mi trovo a stringere la mano al console dimissionario italiano in Olanda che parte per il Sud Africa (in tempo per i Mondiali, mi confessa, ma non strappo un invito): due chiacchere, stretta di mano, una parola sui sommelier e via di buffet al mitico Ristorante Caruso in Muntplein in questo esclusivo evento con tutta l’Italia che conta in Olanda (e appunto che ci faccio io?!?). Si beve Bolla (Valpolicella e Soave) ma la coda c’è dietro all’evergreen e ubiquitario Prosecco Carpenè Malvolti…(tre giorni fa lo bevevo a Napoli al Dinnanna a Posillipo).

In sala un sacco di fiorentini in quasi esilio che si vogliono sentire raccontare quanto è bella Firenze e rispondono che vorrebbero tanto tornare ma che tutto sommato in Olanda si vive un po parecchio meglio. Intanto fuori piove e qualche olandese in bici scivola sui binari dei tram in bicicletta. Almeno il tram a Firenze glielo faremo trovare… Okay il buffet è andato ed è ora di andare nella serata più cool ad Amsterdam il lunedì ovvero da Pasta e Basta che di Italiano ha praticamente solo il nome e i vini ed è un lussureggiante jazz bar con musica dal vivo con camerieri e personale di sala che sale sul palco e improvvisa balli, canzoni (e obbligatorio canale YouTube). Stasera guida le danze e i fiati un personaggione del Jazz qui ad Amsterdam di cui adesso mi sfugge il nome (tutte a dire che era belloccio ma Barbara, Marina, Cinzia, mi aiutate a ricordare come si chiamava?!?). Isaac e il proprietario del locale Hans Duyf (miei allievi al corso) ci innaffiano di bianchi, da uno Chardonnay Argentino 2007 di Bianchi ad un WineSpectator Top 100 Ataraxia 2007 dal Sud Africa (notevole), un Riesling di Dr Loosen e soprattutto un sontuoso Chablis Grand Cru Vaudesir 2004 di William Fevre che accompagna benissimo le note del sax e delle diverse perfomer che si alternano al microfono. (Fa parecchio figo e allora dichiaro che Vaudesir è il mio Grand Cru di Chablis preferito, visto che tutti i sommelier ne hanno uno diverso).

Ma decidete pure voi se lo spettacolo valeva la pena (ok giudicate solo l’audio che si vede molto poco):

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Sax Amsterdam Pasta e Basta
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Bellissima compagnia a tavola con tutto lo zoccolo duro di Quelli di Astaroth e incontri e chiacchere di vita olandese che mi fanno capire diverse cose di questo paese e soprattutto mi chiariscono come mai ci sono tanti italiani qui. Usciamo e ovviamente piove, meno male che Marika (ligure, attrice, interprete e corrispondente olandese del CorSera e SOPRATTUTTO della Gazzetta dello Sport!) mi accompagna (in bici) fino ad un taxi. Già la Gazzetta, lì uno che scrive di vino gli manca davvero…quasi quasi mi faccio raccomandare.

Dalle ultime frasi è evidente che son stati giorni un pò pieni…un saluto 1500 km più in basso a San Patrignano e al BlogCafè che lancia la sfida per il prossimo anno e via di corsa a nanna che domani in aula ci sono Lazio Umbria Sicilia e Sardegna da affrontare…e nel pomeriggio (ma mi sa che me lo perdo) ci sarebbe l’evento più glamour della stagione VIP qui in Olanda ovvero la scofanata di aringhe “nuove” appena pescate con 1200 invitati sull’esclusivo pratino sotto la finestra della mia camera in arrivo in battello da ogni dove (testuali parole).
Antonino e Nicola mi hanno chiesto di restare ma ho praticamente già trovato 10 persone che mi comprano l’invito: sono parecchio indeciso ma alla fine farò lo snob e rientrerò in Italia con il Meridiana delle 19. Di VIP olandesi non è che ne conosca poi molti…

Aggiornamento ore 14:34 sull’esclusivo Hilton HaringParty: ecco un bel video che mi convince che tutto sommato  me lo posso perdere…

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HaringParty Hilton
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Amsterdam per lavoro…5 mosche, nuove frontiere, trappiste olandesi, locali 2.0 e Schiopetto!

Ogni volta che vengo quassu’ mi tocca sempre giustificarmi su come passo il tempo e per dimostrare il fatto che non sono stato ad oziare (o peggio) ho messo su flickr una Foto gallery delle mie peripezie di questi giorni.

Ricapitolo solo che sono andato (finalmente) nell;autoproclamatosi tempio della New Dutch Cuisine ovvero le D’ Vijnf Fliegen (ovvero le 5 Mosche) che invece di essere un sequel di Dario Argento e’ un ristorante un po’ pretenzioso come proposta ma incantevole come atmosfera….e’ infatti dislocato su 5 case del 1600 con incisioni di Rembrandt (vere!) alle pareti e un sacco di dettagli d’atmosfera come le armature e le armi dell’epoca. Servizio molto cordiale, da ricordare una mousse di trota e scalogno e una quaglia con salsa mostardata notevole. Torno in albergo e cerco di imbucarmi nella festa piu’ cool di Olanda degli ultimi mesi con una stella della TV che occupa tutte le sale dell’Hilton con musica a palla e gran fiorire di veline, vallette (qualcuna “carina”) e tipi quantomeno originali. Non conosco pero’ nessuno e neanche loro conoscono me (:-) e quindi evito tentativi di imbucarmi e vado a nanna “presto”.

Nottata di riposo e lunedi’ impegnativo: riepilogo in aula con l’uso delle schede AIS di degustazione e l’uso della scheda a punti e un oretta e mezzo su Val D’Aosta e Piemonte (appena abbozzato…). Nel pomeriggio pausa pranzo THAI (a pranzo mi dice Barbara di Mammamsterdam si trova poco di meglio a giro) dal famoso (c’e’ sempre la coda fuori!) “Bird” in pieno quartiere a luci rosse. Guardate che spettacolo questa pasta, riso, gamberi e manzo: cottura al volo nel wok, cuochi e camerieri che ti sbucciano la verdura nel tavolo accanto, niente alcolici permessi ma un ottimo the’ oolong da abbinamento di territorio. Ottimo e abbondante direi.

Van Gogh lo rimando alla prossima volta e decido di farmi portare da Barbara nella nuova frontiera di Amsterdam ovvero le nuove terre piu’ o meno isole che gli olandesi continuano a strappare al mare. Passando per l’impressionante cantiere intorno alla Stazione, ammiro il Nemo di Renzo Piano e un sacco di costruzioni che mi lasciano quasi basito. Questi uffici ad esempio sfiorano il mio posto di lavoro ideale, ovvero una specie di testa di robot umanoide uscito da Robotech tutto vetri e alluminio:

Ma e’ ovunque un susseguirsi di soluzioni architettoniche e urbanistiche poco concepibili da noi mediterranei ma che mi ricordano molto la Germania del Nord e Amburgo, e ogni tanto spuntano delle case a dir poco geniali. Cosa ne dite di questa specie di loft su due piani in pieno nulla (pare quasi il parco cileno del Torres del Paine) ma a 10 minuti di tram dalla stazione di Amsterdam?

Torno un po’ stralunato dal tour della new ‘Dam e faccio appena in tempo ad andare a vedere un nuovo concept di Wine Bar basato sui vini italiani.

Si chiama VinoMio sta proprio di fronte alla Banca d’Olanda e si presenta con sedili a forma di Vespa Piaggio, vini doc da tutta italia e etichette curiose con latitudine e longitudine di ogni vigneto che ha prodotto quel vino. Ai tempi dell’inaugurazione cercavano un sommelier che avesse esperienza informatica (ma io dov’ero???) perche’ avevano idea di aprire un canale YouTube. Cosa che hanno fatto, con almeno un video geniale postato (How to sit on a vespa…). Peccato che da Ottobre 2007 di video ne abbiano messi su solo due…Sito molto interessante e completo, ma parecchio parecchio poco 2.0 nonostante le apparenze, peccato perche’ le premesse per far bene ci sono tutte. Si possono anche comprare i vini online.  Dentro si mangia e si beve ma secondo me la ricchezza delle nostre DOC e del nostro territorio e’ un po’ sacrificata dietro questi vini “Rosso Regolare“, e “Bianco Premio” secondo me non suonano come “Sangiovese di Romagna” e “Ribolla Gialla Collio”… Ma e’ il mercato, baby e ha le sue regole!

La sera torno sfinito in albergo ma ho tempo per passare da Antonino, grande maitre del Roberto (il ristorante italiano all’interno dell’Hilton Amsterdam di Apolloaan che mi ospita molto comodamente) e gustarmi un Risotto Capesante Cozze e Gamberi con abbinamento triplice da Chardonnay…Tra Donnafugata Contessa Entellina DOC, il Blanc de Rosis di Schiopetto (anche con Tocai ovvio) e il (appena passabile) Sierra Foothills California di casa Hilton la cena passa veloce.

Uscita serale con Barbara e Marina Vizzinisi, ex direttrice de La Cucina Italiana edizione olandese, in una mitica birreria con una impressionante catalogo di trappiste e birre olandesi in genere. Vado su una incredibile Tripel e chiudo con un Genever invecchiato 18 mai provato prima e che non era proprio niente male.

Ma vi lascio il piacere di sfogliare il menu delle birre alla spina disponibili.

Si e’ fatto tardi e mi rimangono giusto 7 ore di sonno prima di stamani con le ultime SEI ore di corso tra Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige e Friuli e relativi vini. Classe commoventemente attentissima e vini di buon livello. Piacevolissima visita a meta’ mattinata di Schiopetto qui all’Hilton con un po’ di stampa wine e food che si lamenta (grande!) del fatto che i sommelier siano in Italia dannatamente sottovalutati come leva di acquisto e pochissimo renumerati per il grande servizio che rendono al vino in genere. E auspica che in futuro le cose possano cambiare aggiungendo che da produttore in noi sommelier crede molto e si aspetta che la considerazione circa l’utilita’ del nostro lavoro aumenti e metta l’Italia alla pari di altri paesi dove l’importanza del sommelier in sala e’ unanimante riconosciuta come fondamentale per il business della ristorazione.

Fine mattinata con un Pinot Grigio Isonzo DOC e un Teroldego Rotaliano prima di salutare tutti e inchiodarmi qui al PC aspettando lo shuttle per Schiphol…quasi quasi torno su in camera a godermi il panorama…

Andrea Gori Missione Amsterdam

Tra gli incarichi di un vicecampione europeo sommelier (a parte oggi a Taste discutere con Paolini, Romanelli, Fabio Luglio della Velier e i tipi di Decanter di vini biodinamici) c’è quello di fare delle spedizioni in Europa per insegnare sommellerie italiana all’estero. Per cui, onoratissimo per questo incarico, da stasera sono ad Amsterdam fino a martedì per delle lezioni AIS in un corso per Sommelier che dovranno operare qui in Olanda.

Dato che il tempo non va sprecato e ad Amsterdam di distrazioni ce ne sarebbero fin troppe, tappe obbligate di ogni gourmet nella terra dei mulini a vento (almeno secondo KelaBlu che ho lasciato a gozzovigliare a Firenze) sono Nomads (per una serata un pò diversa dal solito) e il mitico tempio della New Dutch Cuisine (che detto così un pò di paura la mette) ovvero D’Vijff Vlieghen (The five flies). Stasera le “cinque mosche” è strapieno quindi dirotto sui divani del Nomads.nomads

Ah dite dove lo mettiamo The Supper Club? Già dato e ampiamente…speriamo che al Nomads ci siano meno camerieri in bondage e fetish…

(la foto qua l’ho presa da Flickr…stanotte metto su le mie)

Via lo zucchero dai tavoli! Arriva il caffè…

chicchiEbbene si, almeno di partenza da Burde abbiamo deciso da oggi di non portare più la zuccheriera in tavola insieme al caffè e nemmeno le bustine, nè di canna nè raffinato nè dolcificanti nè miele…Insomma da oggi da Burde vi piaccia o non vi piacci il caffè si beve amaro!

tazza caffè molaricoMa siamo sicuri che sia amaro sul serio? Ogni volta che lo serviamo ci impegniamo a convincere il cliente che in realtà il caffè è così come deve essere ed è solo una consuetudine mettere lo zucchero (spesso a badilate come facevo io fino poco tempo fa…). Quindi non ha senso dire che è amaro in quanto l’amaro è solo una delle componenti organolettiche del caffè che ha la sua analisi e le sue gradazioni ma deve essere SEMPRE E COMUNQUE presente in un caffè espresso italiano. Se manca la componente amaro, neutralizzata dallo zucchero o da altro dolcificante, ecco che le miscele così preziose e per cui siamo giustamente famosi nel mondo, non ottengono più il risultato per cui sono state selezionate. Voglio dire, è vero che i gusti sono gusti ma bere il caffè zuccherato e pretendere di capire le sue sfumature magari confrontandole con quelle di altre miscele, è un pò come confrontare il Sassicaia e l’Ornellaia bollendoli e zuccherandoli come Vin Bruleè o usandoli come base per una Sangria!!!
Il nostro caffè, miscela MKBar di Mokarico, storica e dinamica torrefazione fiorentina di cui siamo il cliente più antico ancora in attività, è composta all’85% di arabica lavata brasiliana, colombiana, domenicana e costarica e per il 15% da Robusta indiana lavata.
La tostatura per entrambe le varietà è molto leggera per cui ci troviamo di fronte ad una miscela molto delicata e dall’equilibrio, diciamo, precario! Infatti è un caffè che gioca la sua piacevolezza sulla buona acidità e freschezza, un discreto corpo non invadente e un naso ricco di note non solo tostate ma fatto di frutta candita, nocciole e radici di ginseng. In bocca poi appunto è delicatamente amaro con un gusto davvero avvolgente ma delicato che non lascia la bocca ruvida e non richiede per esempio il classico bicchiere di acqua a corredo per “rifarsi” la bocca.
Come da disciplinare del vero espresso italiano, ecco come vi dovrebbe apparire una tazzina del nostro caffè al tavolo (la foto è di un caffè fatto da me nel primo pomeriggio di una giornata con umidità media):

crema caffèUna crema color nocciola, tendente al testa di moro e con riflessi fulvi; una tessitura finissima, senza maglie larghe o bolle; un intenso profumo evidenzia note di fiori, frutta, pane tostato e cioccolato. Sensazioni che permangono in bocca per decine di secondi, a volte anche per minuti. Il gusto è rotondo, consistente e vellutato; l’acido e l’amaro risultano bilanciati senza che vi siano prevalenze dell’uno sull’altro. La percezione astringente è assente, o comunque ridottissima.
Al corso che ho frequentato organizzato da Mokarico e dal Centro Studi Assaggiatori ho scoperto davvero un mondo dietro alla tazzina del nostro caffè (e dietro a tante altre…)
I freddi numeri che contribuiscono a ottenere questo risultato, ancora da disciplinare espresso italiano, sono:

7 grammi la miscela macinata da grani tostati di diversa origine, rigorosamente senza additivi o aromatizzanti, macinati al momento della preparazione.
88 gradi la temperatura dell’acqua
9 bar la pressione
25 secondi il tempo di erogazione ideale
25 ml la quantità di caffè nella tazzina (crema compresa)
67 gradi la temperatura che il caffè deve avere in tazza

Vero che forse 67 per metterlo in bocca sono tanti ma al solito, per assaporarne al massimo le potenzialità espressive, sembra sia proprio la temperatura ideale, un pò come i 18° per un Brunello insomma…

Pizza e Champagne : proviamoci parte 1

pizza champagne Quello che vedete nella foto è l’epilogo di una serata per famiglie di sommelier e conoscenti vari che cercava di conciliare praticità culinarie e piaceri enoici. Ed è anche l’ultimo degli innumerevoli tentativi di realizzare questo abbinamento ossimorico che affascina sempre più. A Firenze il primo a parlarne apertamente e con cognizione di causa è stato Maurizio Zanolla che ha organizzato un paio di serate appunto Pizza e Champagne nella sua Accademia dei Palati in via Valdinievole con pizze cucinate da lui e Champagne di livello.
In versione più casereccia (ma che servono come prove per un progetto-sogno futuro sulle bollicine in collaborazione con gli altri due Andrea del vino fiorentino, ovvero Formigli e Conti) noi le pizze le abbiamo prese sotto casa (di un mio amico che abita zona stadio) e abbiamo provato ad abbinarle con tre bollicine molto diverse.

charpentierCHARPENTIER JACKY -Villers Sous Chatillon Brut reserve
Da Pinot Meunier quasi in purezza, uno champagne di corpo deciso e fruttato senza particolare note amarognole, al naso non finissimo ma dotato di una persistenza interessante. Si è dimostrato molto eclettico e capace di star dietro sia alla grassezza della quattro formaggi che alla focaccia provola e prosciutto. Date le sue caratteristiche “neutre” dal punto di vista gustativo, praticamente è stato il passepartout della serata.

geofroyCHAMPAGNE RENE’ GEOFFROY -Cumieres 1 er cru Rose’ de SaignéeRosato atipico e un pò austero, ma piacevolissimo sulla margherita alla ricotta e bufala, con una peristenza ovviamente ben superiore alla pizza ma con un bel gioco tra la carnosità alcolica e note di lampone e la consistenza e aroma della bufala della pizza.

laasingeJACQUES LASSAIGNE – Montgueux BRUT BLANC DE BLANCS CUVE’ LES VIGNES MONTGUEUXSecondo me il miglior dei tre champagne della serata, particolarmente apprezzato in virtu della sua persistenza e finezza, con note minerali spiccate e una penetrante nota di miele speziato. Di difficile abbinamento anche in virtù del suo retrogusto amarognolo, è stato alfine proclamato abbinabile solo con una “mezzaluna” (sorta di calzone) ripieno al mascarpone e pancetta.

Sicuramente ripeteremo l’iniziativa e vi aggiorneremo sui risultati…

Abbinamento per tradizione: Birra (tedesca) e pesce (del mare del nord)

mare nord birraDato che mi e´capitato di essere diventato relatore AIS abilitato per Birra e Distillati (materia bellissima purtroppo presa sottogamba da molti sommelier) ogni volta che sono in Germania divento sommelier della birra e vado ad assaggiare le produzioni locali piu´interessanti. Produzioni che purtroppo sono per lo piu´riservate al mercato (enorme) interno e poche delle birre che si vedono qui arrivano sui nostri scaffali. Se si eccettuano le bavaresi e l´onnipresente Becks (che tra láltro e´proprio di qui vicino, Brema, dove sono atterrato ieri), all´estero le birre tedesche non godono ne´di un mercato di massa come molte Pils e Lager australiane e americane ne´hanno la popolarita´”underground” delle birre belghe (trappiste, gueze & co.).
So di incorrere nelle ire e nei potenziali attacchi di Schigi a parlare di birra in un blog ma vi assicuro che dopo una frequentazione assidua (per dolci motivi familiari) della crucclandia, non riesco praticamente a bere birra se non tedesca! E qui San Kuaska mi ha gia´scomunicato, e pure Spaghetto alias Daniele Merli di Hobbybirra.it.
Sara´perche´qua e´un po´ simbolo del bere quotidiano come il fiasco di Chianti di qualche anno fa, sara´che la lego sempre a mia moglie, sara´perche´e´molto diversa dalla classica birra inglese o irlandese, sara´perche´mi fa pensare ai paesaggi malinconici e solitari del nord europa ma ha un fascino speciale che nelle altre birre (per ora) non trovo.
Per chi non sapesse come il Mare del Nord, vi dico solo che per stare in riva al mare si e´comunque obbligati a stare negli strandkorb, cioe´dei cestini da persone di legno e paglia dove ci si siede e ci si ripara dal vento patagonico che altrimenti ti congela. Lo giri via via a seconda del sole e ne esistono versioni iperaccessoriate, ovviamente anche con predisposizione per notebook e simili. strandorb. Se andate sul sito, capite come mai tedeschi e giapponesi vanno dáccordo…guardate questo konfiguratore di strandkorb!
La prima che mi e´rimasta nel cuore e´la Jever che ovviamente ha un sito tutto in tedesco pero´molto ben fatto e navigandoci potete scoprire quanta creativita´serva per creare un brand riconoscibile in un paese che ha piu´birre che sindaci…
gamma jever
Tralasciamo le Jever per bimbi e per teenager, l´unica da considerare e´quella a sinistra ovviamente! Il colore e´veramente dorato, lucidissimo e convincente, con riflessi cangianti intriganti. Spuma bianchissima di media consistenza. Ti colpisce subito al naso per via di un sapore di grano dolcissimo subito smorzato da una nota metallica ematica penetrante. Poi note luppolate molto evidenti e un fruttato fresco con accenno floreale di glicine. Insomma, una vera meraviglia che ti entra nel naso e non ne esce piü´. Ma la vera magia e´in bocca con un amaro coinvolgente dovuto al luppolo che con quest´acqua particolare reagisce estraendo piu´olii essenziali di altre. Non ho una misura precisa ma credo siamo sui 25-30 Ibu.
Retrogusto penetrante e freschissimo, lascia la bocca estremamente asciutta tanto che e´quasi un peccato berla da sola. Il matrimonio d´amore secondo me e´con una specialita´del luogo ovvero l´anguilla affumicata. Viene mangiata a mano, spezzando il capo e sbucciando la pelle tirandola e poi rosicchiandola come se fosse una pannocchia di mais. Con tanto di grasso dolcissimo che ti cola sulle mani e su tutto il viso. Senza una birra cosi´amara e fresca sarebbe impossibile mangiarne piu´di meta´. E invece in queste ex baracche di pescatori dove si mangiano oggi le anguille affumicate, ti capita di buttarne giu´anche un paio, con ovvio contorno di bratkartoffeln, cipolle arrostite e pane scuro imburrato. spieker
Grasso, untuosita´persistenza gusto olfattiva notevole…anche da manuale AIS per un cibo cosi´servono acidita´, intensita´olfattiva e gustativa lunghe e una sensazione amaricante nella birra che contrasti la dolcezza elevata dellánguilla.
E vi assicuro che una volta provata questa accoppiata in un posto come Der Spieker tempio locale di questo cibo, cambierete idea su molti aspetti della birra e del pesce! Pensate che addirittura dopo il mio matrimonio qui in terra tedesca, alla sera sono venuto proprio qua, ancora in abito da sposo.
aal

RinTANAto tra gli “orsi”: Caterina e Simone

tana ingressoSi lo so che i post su questo posto sperduto nel Casentino hanno tutti nel titolo un gioco di parole più o meno divertente e nemmeno io ho saputo resistere alla tentazione ma un posto che si chiama “La tana degli orsi” non può non finire che stregarti fin dal nome che evoca appunto sensazioni di conforto, di tenerezza ma al contempo anche di forza e solidità. Davide Paolini nella sua prefazione alla Guida dei Ristoranri de il Sole 24 ore dice che sta ancora, dopo anni, cercando il ristorante ideale, ovvero un posto (come lui lo descrive) con non più di 20-30 posti a sedere, tranquillo ma non troppo, luci calde, menù che cambia con le stagioni, piatti che non vogliano stupire ma sfamare con gioia e una carta dei vini che non sia una enciclopedia britannica. Ecco (forse tralasciando per fortuna l’ultimo punto) io posso dire che questo posto esiste! E per fortuna si trova a più di un’ora e mezzo da casa mia, altrimenti ci passerei la metà delle mie serate…
La cena nella tana inizia due giorni prima e anche di puiù quando occorre prenotare (non accettano persone se non prenotate fino alle 22) e in quel momento si può scegliere il menu oppure fidarsi di quanto si troverà. Nel caso si scelga prima, vi ritroverete sotto al piatto di vetro il foglio pergamena con i nomi dei piatti che mangerete che in genere non sono la solita caterva di piattate da menu degustazione ma una entreè, due primi, due secondi e un dolce (se volete).coperto
Mio fratello paolo che era in vacanza in casentino era passato e aveva fissato per noi il menu (e un appartamento in aagriturismo dove dormire la notte visto che a firenze con i due pargoli in auto non volevo tornare dopo cena…).
Si comincia con un prosciuitto del casentino con fico e scelgo con l’aiuto di Caterina un Priè Blanc Valdostano, un Blanc de Morgex et la Salle 2005, sapidissimo e tenue come “fiori d’altura” (come recita la retroetichetta). Piacevole come apertura ma sui primi piatti Caterina ci consiglia un vino del suo amico Damian Podversic dal Carso, una grandiosa ribolla biodinamica (5 grappoli ais mi pare) che ci lascia a naso aperto. Sensazioni agrumate insieme a note di miele, noci, lieve ossidatura e col tempo e con il salire della temperatura, un sorprendente rafano e un ginger quasi balsamico. Veramente uin grande vino e soprattutto un vino che è stato un piacere bere sulle caramelle di ricotta e borragine con pomodoro fresco e pesto. damianVi assicuro in bocca l’uno bilanciava l’altro e il connubbio veramente riuscitissimo. L’alltro primo invece stava meglio con il Blanc de Morgex ed erano una cosa buonissima gli gnocchi di patata rosa con pancetta di grigio del casentino, ne avrei divorati due vassoi…Per fortuna che c’erano i miei due figli che ogni tanto mi costringevano ad alzarmi per essere un pò portati in giro.
Quando Malwin ha detto “babbo, Barolo” e ha quasi tirato giù un Voerzio dallo scaffale, ci siamo decisi a passare ai secondi sui quali già da un’oretta con Caterina avevamo deciso di gustarci un Barolo Scarzello 1999, barolo scarzelloun Barolo di Barolo, iper tradizionale ma ottimo. L’abbinamento era con cervo in salsa di chianti e con un fantastico filetto di maiale con farcia ai funghi. Vista la varietà deri piatti non resisto e oltre al Barolo mi faccio portare un paio di bicchieri di Etna Rosso Tenuta delle Terre Nere (vedi anche lo speciale vini del vulcano sull’ ultimo numero di Spirito di Vino) tenuta terre nereche scorgo nella Enomatic e pure una Barbera la Spinetta Vigneto Gallina del 1998. L’esito ha visto il nerello dell’Etna andare d’accordissimo con il filetto di maiale mentre il Barolo è stato esemplare nell’asciugare la succulenza del cervo e a farne risaltare il profumo discreto ma penetrante.
La barbera è stata invece il classico rosso della staffa che con la sua cioccolosa rotondità ci ha preparato il palato per i dolci.

Su questi pescando dalla carta ordino un Loazzolo Borgo Maragliano 2003 (anche se, visto il prezzo, volevo un Occhio di Pernice Avignonesi 1989), loazzolomoscato bianco freschissimo dolce e vivace quanto basta per accompagnare la mia torta di mele (ma sembrava più un “mela tortata”) con crema alla vaniglia.

torta mele
Ho già parlato tanto e tanto altro ci sarebbe ma mi preme sottolineare che una cena qua è una delle esperienze più piacevoli che un sommelier o anche solo uno cui piace mangiar bene possa fare. Caterina in sala e Simone in cucina sono riusciti con impegno ma soprattutto con tantissima PASSIONE a creare un posto dove non si può non restare contagiati dall’atmosfera che vi si respira. Un aria che spinge i produttori di vino stesso a portare qui direttamente i propri vini e ad assagggiarli insieme a Caterina e Simone e parlarne insieme, così come possono fare tutti quelli che arrivano dopo una certa ora. Alle 22 circa infatti la cucina chiude e simone accende il fuoco a legna e butta dentro un pò di focaccine mentre in sala la tana si trasforma in una sala degustazione pronta e soddisfare le voglie degli appassionati.
Che trovano una scelta ampissima di Barolo di annate anche passate e “pronte” e non solo dal 2003 in poi…ed è questo uno degli aspetti che ad un sommelier piace di più! un posto dove si rifiutano di servirti un Barolo troppo giovane o anche un bianco troppo fresco.
E come ultima nota, veramente dulcis in fundo, i PREZZZI! Quelli dei vini sono spesso oltraggiosamente bassi (flaccianello 1996 a 34 euro a tavola?!?) e quelli della cucina, decidete voi! Un primo 8 euro un secondo 12 e un dolce 5.
Se non ci credete date un’occhiata al nostro conto per 7 persone e mezzo (mio figlio grande si è fermato ai primi…).
conto tana oresi
Insomma, io bene come l’altra sera, sono stato poche volte e invito chiuinque apprezzi un locale genuino costruito e diretto con amore a provarlo, almeno una volta!

La tana degli Orsi
Via Roma, 1
52015, Pratovecchio (AR)

Telefono 0575 583377
Fax 0575 583377
Chiusura Mercoledì – Aperto solo la sera

Ferie Novembre

Only a brief summary because is really tons better if you trid this restaurant by yourself! Remember to make your reservation some weeks before ’cause the tana degli orsi is always full, expecially saturdays and sundays.
Friendly people, good and a bit creative food (but made with ingredients taken from casentino and fresh for the season) and a stunning array of old vintage good wines. If you love Barolo, Brunello and honest wines, this is the place for you!