Questo nome deriva da una piccola fonte che storicamente era chiamata Fonteboni perché era acqua potabile. Il primo vino di Maryamado vuole interpretare quel territorio lì, dando un accento toscaneggiante: un vino abbastanza scorrevole. Le uve principali sono uve autoctone: un 60% di Sangiovese, 20% di Canaiolo, e poi il restante 20% è fatto dal 15% di Merlot e un pizzico di Cabernet Sauvignon. Dall’annata successiva — perché anche qui noi stiamo chiaramente cercando di aspirare sempre al meglio — nell’idea dell’enologo, con l’annata ‘22 scomparirà quel 5% di Cabernet Sauvignon. Perché il Cabernet Sauvignon, poi lo sentirete nel Bonorlo, è un’uva che marca abbastanza, e vogliamo dare a Fonteboni un’impronta proprio tipica toscana, con questo goccio di Merlot che va un po’ a smussare il Sangiovese e il Canaiolo
E’ un vino che unisce un po’ di freschezza, la piacevolezza del Sangiovese, con quel quarto di nobiltà che una tenuta del genere merita — anche se non c’è una storia lunghissima, sicuramente prima era di qualche famiglia nobile. L’idea è dare a questo vino l’impronta del vino d’ingresso, il primo rosso che per ora si beve della tenuta.
Sentite al naso la viola, la frutta rossa, un po’ anche fragola in confettura, un po’ di bergamotto. Vino fresco, ma non troppo fresco. Però sentite che quando poi l’abbiamo messo sul carciofo, l’abbiamo messo sulla minestra, in realtà non prevaricava particolarmente. Quindi un vino che, anche quando non si assaggia lì per lì, è fresco, però poi c’è una coda anche abbastanza lunga — si può abbinarlo sicuramente anche su carni, eccetera. Abbiamo messo su la minestra per evidenziare il fatto che comunque la leggerezza e la freschezza sono una prerogativa che Mario Amato ha abbastanza in mente.
Un progetto del genere, vent’anni fa, sarebbero stati tutti vini molto più simili al Bonorlo, e un vino del genere non avrebbe avuto forse la luce. Invece in questo momento c’è proprio il tentativo di farlo più fresco — diciamo un Chianti evoluto al gusto d’oggi. Però teoricamente pensatelo come un Chianti, un vino da pane e salame, con un quarto di nobiltà in più, di raffinatezza — che è questa speziatura, questa complessità pepata che lo lascia sul finale.