san casciano

Maryamado Bonorlo IGT Toscana 2021

Bonorlo era il vecchio nome della villa. La villa medicea che è al centro della tenuta era conosciuta come Villa di Bonorlo, perché siamo su un costone che veniva chiamato Bonorlo — “orlo buono” — perché era una zona dove venivano bene le cose.

Qui andiamo sulle uve diciamo tipicamente di Bordeaux, anche se ormai non amo più dire “internazionali” — perché quanto è che il Cabernet e il Merlot sono in Toscana? Ormai da tantissimo tempo. Però l’idea è di creare un vino con le sembianze del taglio bordolese: 75% di Cabernet Sauvignon e 25% di Merlot. E qui chiaramente si va nel contenitore più piccolo, quindi barrique da 225 litri. Sono vini di grande forza, di concentrazione, però teniamo sempre ad avere questa bella spina acida — e lì l’altezza ci aiuta, perché i vigneti vanno dai 250 ai 350 metri sul livello del mare. Si sente che è un taglio bordolese macchiato dalla toscanità: non è un taglio bordolese della costa, che sono sempre un pochino più ricchi, più larghi.

Ecco, questo è il vino che ci si aspetta da una tenuta del genere, che vuole affacciarsi su quello che è il palcoscenico toscano. Bene o male la zona è quella dove sono nati i Supertuscan e tanti altri vini famosi, quindi ci si aspetta che ci si cimenti col Cabernet-Merlot. E direi che il risultato, comunque — di nuovo, di sicuro — è un vino dall’impostazione meno moderna degli altri, però il suo lavoro lo fa egregiamente. Anche qui, rispetto all’impostazione che ci poteva essere qualche tempo fa, sicuramente il passo è più felpato, più leggero.

Io ve l’avevo servito abbastanza fresco, ma avete sentito che in realtà la temperatura giusta… chiaro che si sente un pochino il morso tannico, viene aumentato un po’ dalla temperatura. Però comunque, anche se fosse stato un Supertuscan di vecchia impostazione, non l’avremmo sentito in bocca così: servito a 14–15 gradi, invece questo regge.

Al naso, anche qui, lasciatelo pure nel bicchiere — sentirete quando arriva poi la carne, che è tutt’altro vino: prende. E comunque anche così, la quantità di frutta di bosco, di cassis, di mora, di ribes, di sambuco… le note quasi di rosmarino, di ginepro, poi chiaramente la parte speziata, la verbena, note quasi balsamiche, quasi di eucalipto. Che comunque è una zona sì abbastanza alta, abbastanza fresca, ma c’è un bel sole — e il Cabernet col sole tira fuori questo lato balsamico dell’eucalipto molto forte, il timo, la mentuccia. Il caramello, l’apporto diciamo del Merlot si sente, però non è mai troppo dolce, non è mai svenevole. E anche pur avendo le barrique nuove, se le è mangiate bene. Cioè, se l’avessi dato [al buio], si sentiva quasi più la botte grande sul Sangiovese che la barrique qua sopra — quindi vuol dire che la buccia del Cabernet è molto ricca.

Estrazione medio-leggera: anche quella è una scelta molto moderna. Prima invece giocavano a estrarre tutto il possibile. E poi anche lì, è tutto comunque ancora in fase di definizione, perché sono state acquistate diverse barrique da diversi produttori, e poi man mano che si va avanti con le vendemmie si sceglie, si trova la propria strada — perché d’altronde c’è una vendemmia all’anno.

L’importante è però che il vino più importante, più costoso della tenuta, non deve deludere. Secondo me questo in bocca è veramente piacevolissimo: ti viene fuori anche un lato agrumato che al naso avete sentito — quasi proprio d’arancia rossa, una nota di bizzarria, questo agrume dei giardini medicei che è un misto fra mandarino e pompelmo — che viene fuori nel retrogusto, molto molto bello, resinoso.

E poi sentirete in realtà sull’abbinamento: questo è un vino che oggi va abbinato, per forza tirerà fuori altri lati, altre sfaccettature, e vi accompagnerà molto bene il resto della serata.

Maryamado Arali IGT Toscana 2021

Arali è basata sulle uve autoctone, quindi è il miglior Sangiovese che abbiamo — 80% — e 20% di Colorino. Il Colorino è un’uva che poi è il Colorino del Corno, in zona molto comune: un’uva piccola, molto tannica, con tanto colore. Va trattata bene, perché altrimenti ti può dare delle note stringenti, ma c’ha proprio questa bella struttura, questo bel colore, che ti aiuta un pochino a sostenere il Sangiovese. Tornando anche un po’ al vino di prima: man mano che ci stiamo spostando da Fonteboni ad Arali a Bonorlo, cambiano i contenitori dell’affinamento. Fonteboni è botte grande, cemento, acciaio — quindi tutti contenitori un po’ più neutri. Qui invece si passa già alla botte tradizionale, quindi la botte grande e un pochino di tonneau di rovere francese da 600 litri. Ecco, per ora è il mio preferito — poi vedremo che succederà. Il mio preferito perché c’ha proprio questo carattere della vecchia vigna, questo gusto che a me ricorda quelle zone. Maryamado, queste note un po’ resinose, queste note di sottobosco… il frutto si fa più scuro, si fa più ribes rosso-nero, un po’ più di mora di rovo. Però si sente che c’è il sangue verde, c’è l’arena, c’è la viola — che magari qui è candita. C’è un po’ di legno, effettivamente: magari col tempo la gestione delle botti chiaramente arriverà, quindi immaginate, sono tutte botti nuove, per forza un vino può essere un po’ più rigido. Però se gli date il beneficio della novità del legno, in realtà sentite che il frutto è bello. Cioè, questo frutto delle vecchie vigne c’ha questa nota un po’ più umami, un po’ più ferrosa, un pochino più speziata — una complessità che anche al naso è poco decifrabile, però che in bocca, al di là dell’effetto un pochino del legno, si vede quant’è la profondità, e soprattutto la saporosità che c’ha questo vino. Avete magari provato su questo piatto? Lì avete un doppio: avete la guancia, quindi avete il formaggio, e c’avete l’umami del vino. E quindi il piatto sarà sembrato molto più ricco e molto più complesso di quanto non fosse senza vino, proprio perché l’umami, la profondità, l’estratto di queste vecchie vigne si combinano con la guanciale — così come la pancetta — concentrato di umami, e il piatto diventa… insomma, praticamente in teoria potreste finire la cena qua e sareste tranquillamente soddisfatti senza bisogno di altro. Proprio perché i due si rincorrono. La magia delle vecchie vigne è proprio questa: ti dà questa idea, questo senso del luogo, il senso del territorio. Secondo me questo vino lo centra molto bene. Anche la scelta di fare solo uve autoctone — e anche il Colorino è di nuovo un elemento di territorio. Prima parlavo della Tenuta del Corno: il Colorino è una bestia difficile da trattare in purezza, secondo me è meglio smettere di provarci, nonostante ci provano tutti. Questo Colorino poi è veramente tannico, ispido. Quindi qui è il Sangiovese che dà la parte dolce e il Colorino che dà la parte serrata — a volte invece c’era il contrario: in altre zone il Sangiovese era ammorbidito. In questo caso è il Sangiovese che ammorbidisce, però è un Sangiovese di vecchia vigna, giocato sulla freschezza e l’immediatezza. Quindi questo è un vino anche qui molto versatile, ma anche molto divertente da assaggiare e da gustarselo così

Maryamado Fonteboni IGT Toscana 2021

Questo nome deriva da una piccola fonte che storicamente era chiamata Fonteboni perché era acqua potabile. Il primo vino di Maryamado vuole interpretare quel territorio lì, dando un accento toscaneggiante: un vino abbastanza scorrevole. Le uve principali sono uve autoctone: un 60% di Sangiovese, 20% di Canaiolo, e poi il restante 20% è fatto dal 15% di Merlot e un pizzico di Cabernet Sauvignon. Dall’annata successiva — perché anche qui noi stiamo chiaramente cercando di aspirare sempre al meglio — nell’idea dell’enologo, con l’annata ‘22 scomparirà quel 5% di Cabernet Sauvignon. Perché il Cabernet Sauvignon, poi lo sentirete nel Bonorlo, è un’uva che marca abbastanza, e vogliamo dare a Fonteboni un’impronta proprio tipica toscana, con questo goccio di Merlot che va un po’ a smussare il Sangiovese e il Canaiolo

E’ un vino che unisce un po’ di freschezza, la piacevolezza del Sangiovese, con quel quarto di nobiltà che una tenuta del genere merita — anche se non c’è una storia lunghissima, sicuramente prima era di qualche famiglia nobile. L’idea è dare a questo vino l’impronta del vino d’ingresso, il primo rosso che per ora si beve della tenuta.
Sentite al naso la viola, la frutta rossa, un po’ anche fragola in confettura, un po’ di bergamotto. Vino fresco, ma non troppo fresco. Però sentite che quando poi l’abbiamo messo sul carciofo, l’abbiamo messo sulla minestra, in realtà non prevaricava particolarmente. Quindi un vino che, anche quando non si assaggia lì per lì, è fresco, però poi c’è una coda anche abbastanza lunga — si può abbinarlo sicuramente anche su carni, eccetera. Abbiamo messo su la minestra per evidenziare il fatto che comunque la leggerezza e la freschezza sono una prerogativa che Mario Amato ha abbastanza in mente.

Un progetto del genere, vent’anni fa, sarebbero stati tutti vini molto più simili al Bonorlo, e un vino del genere non avrebbe avuto forse la luce. Invece in questo momento c’è proprio il tentativo di farlo più fresco — diciamo un Chianti evoluto al gusto d’oggi. Però teoricamente pensatelo come un Chianti, un vino da pane e salame, con un quarto di nobiltà in più, di raffinatezza — che è questa speziatura, questa complessità pepata che lo lascia sul finale.

Tenuta Maryamado Rosè & Me IGT Toscana 2024

Alberto Chioni racconta la storia di Tenuta Maryamado con la calma di chi ha fatto le cose per bene, senza fretta. Le prime due vendemmie — 2019 e 2020 — sono state vendemmie di prova, di ascolto. Solo dopo la 2020, una volta assaggiato, si è deciso cosa tenere. Nel frattempo i vigneti erano stati rimessi in sesto: potature migliori, cura ritrovata per vigne che erano state un po’ lasciate andare. Alcune meritavano di restare, altre sono state estirpate. I vini rossi che si assaggiano oggi vengono tutti da vigne vecchie — piantate negli anni Settanta, Ottanta, Novanta e nei primi anni Duemila — ritrovate in azienda, rivalorizzate, restituite alla loro dignità.
Il rosé è un capitolo a parte. È l’unico vino che proviene già dalle vigne nuove — ed è un vino che, a rigore, non doveva esistere. La vigna è del 2022, la vendemmia è la 2024: si vendemmia sempre dai primi grappoli, per capire cosa sta succedendo. Poi, a dicembre del 2024, ci si è trovati davanti a un tino d’acciaio con qualcosa di inaspettato — un rosé piacevolissimo. Risultato: primo imbottigliamento da 3.000 bottiglie.
Nei nuovi impianti sono state messe a dimora uve rosse — Sangiovese, Canaiolo, Colorino, Merlot, Cabernet — e, dopo studi di zonazione, anche uve bianche a base Vermentino, in vista di un futuro vino bianco.
Ma torniamo al rosé, perché merita una spiegazione. È un rosé atipico per la Toscana. In questa regione i rosé nascono quasi sempre come salasso del Sangiovese: dopo la pigiatura si toglie mosto dalla vasca per aumentare il rapporto tra liquido e bucce, concentrare il colore, dare struttura. Qui il ragionamento è completamente diverso — nasce tutto dalla vigna. Il Syrah è stato piantato in una parte della tenuta volutamente un po’ più in ombra: un’esposizione che non sarebbe ideale per un rosso, ma che per un rosé è perfetta. Non si cerca struttura, non si spinge sulla maturazione: si cerca frutta, freschezza, acidità. Si lascia più uva in pianta, non si defoglia, si vendemmia presto. Poi in pressa si lavora soffice, prendendo solo la prima frazione del mosto — la più fresca, la più acida — e lasciando andare via tutto il resto. Il vino cerca i 12-13 gradi, non di più. Fermentazione e poi sui lieviti fini fino a marzo: la 2024 è andata in bottiglia a marzo 2025, in commercio da maggio. La 2025 è già imbottigliata e uscirà tra un mese e mezzo.
L’azienda è in conduzione biologica integrale. Il progetto punta al recupero agricolo completo e alla biodiversità: non solo vite e olivo, ma anche grano — trasformato in pasta da un pastaio di fiducia con cereale proprio — miele, olio. E per il futuro: una tartufaia di nero pregiato e coltivazione di zafferano. Tutto produzione interna.

Come è al naso questo rosa d’esordio?
Un rosé che sa esattamente cosa vuole essere. Nel bicchiere il colore è luminoso, con riflessi che rimandano già a quello che il naso conferma: mandarino, melograno, fragolina di bosco — frutto preciso, nitido, senza sbavature. La bocca è il punto di forza: c’è acidità, c’è freschezza, ma anche una piccola spalla di corpo che lo rende più serio di quanto ci si aspetti da un vino così giovane e da una vigna di due anni. Divertente, nel senso migliore del termine — un vino che non si prende troppo sul serio ma non delude mai.
L’abbinamento ideale non è solo la bruschetta — anche se ci starebbe benissimo. Funziona sorprendentemente bene sui carciofi, piatto storicamente ostico per il vino, proprio grazie a quella freschezza acida e a quella leggera struttura che reggono l’amaro del carciofo senza soccombere. Un vino da tenere d’occhio, a Palagina e non solo.

d’Assolo 2018 IGT Toscana Tenuta l’Apparita

L’annata fresca, forse l’ultima di sempre, porta il sangiovese di Paolo Tronci verso eleganza e finezza notevoli. Il 100% di sangiovese di San Casciano in “assolo” mostra doti di frutto splendido e raffinato che dopo qualche anno in bottiglia mostra una bella evoluzione di spezia , pepe agrumato, sottobosco e balsamicità affiorante.

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L’Or Già 2020 Igt Toscana Tenuta l’Apparita

Siamo a San Cascino, zona d’elezione per il sangiovese e Paolo Tronci fa nascere qui il suo progetto d’Assolo per un grande vino 100% sangiovese con affinamento in legno. Ma nella creazione del grand vin Paolo si accorge che il vino usato per ricolmare le botti, tenuto in acciaio, ha delle potenzialità notevoli come vino a se’ stante ed ecco che nasce L’or Già che nel nome vuole opporsi all’idea dell’assolo del sangiovese rappresentandone l’opposto…

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d’Assolo 2019 IGT Toscana Tenuta l’Apparita

L’annata grandiosa 2019 in Toscana ma non solo ha regalato vini straordinari e pulsanti di una vitalità impressionante. Questo 2019 di Paolo Tronci in quel di San Casciano ha frutto rosso e nero di notevole definizione, una solarità floreale e fruttata di marasca, melograno, ribes nero, viola, rosa e una componente agrumata felicissima.

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d’Assolo 2020 IGT Toscana Tenuta l’Apparita

La 2020 è l’annata in cui tutti siamo stati chiusi in casa o all’aperto in campagna a contemplare la natura che si prendeva una pausa dall’uomo e nel vino si è sentito tanto. Una sorta di pacifica setosità e tranquilla sostanza fruttata nitida e pulsante caratterizza i sangiovese del 2020 e a Tenuta l’Apparita Paolo Tronci. ha saputo trasmetterla al vino.

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Podere La Villa, Chianti Classico Pargolo 2016

L’azienda degli eredi di Giacomo Tachis è un piccolo gioiello in quel di San Casciano e non potrebbe essere diversamente visto che il fondatore è uno dei più grandi enologi italiani di sempre e certamente colui che ha messo San Casciano sulla geografia dei grandi vini mondiali come il Tignanello e il Solaia da lui messi a punti non molto lontano da dove ora sorge Podere La Villa. Sangiovese e merlot compongono questo Chianti Classico che dopo qualche anno in bottiglia mostra grazia e finezza, note di sottobosco e frutto scuro fresco , mora di rovo e mirtilli, senape e spezie come di cumino.

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Marchesi Antinori, Chianti Classico Riserva 2015 Tenuta Tignanello

Da quando Tignanello è diventato un vino di culto ci si è sempre chiesto cosa sarebbe potuto nascere come Chianti Classico in questa collina. Dal 2011 ci siamo tolti la curiosità quando questo vino da quasi sempre presente nella gamma di Marchesi Antinori vienme prodotto con sole uve della tenuta provenienti da ettari specifici della Tenuta Tignanello. Il blend è un 90% sangiovese e poi 10% tra cabernet e merlot, coltivati tra i 280 e i 380mt con tante sfumature delle uve che si comportano in maniera diversa a seconda del microclima.

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