Cibodiario

Recensioni ristoranti e piatti vari

Wine For Fashion Gala Dinner in Orsanmichele (contiene gioco aguzza la vista)

Bella conclusione ieri sera per Wine And Fashion in uno dei posti più sconosciuti e mozzafiato di Firenze ovvero il Museo di Orsanmichele (famosa tra i turisti come quella “chiesa strana quadrata in mezzo a via Calzaioli che sembra un granaio“). Bella cena con i vini della Fattoria Lavacchio (grande il Pachar e anche il Cedro Chianti Rufina niente male) e la polenta con peposo di Villa La Massa.

Sopra la Chiesa, pochi sanno che c’è un bel museo di sculture e per esempio anche io ignoravo che ci fosse una specie di “mansarda” con una vista a dire poco incredibile su Firenze con una finestra che dà su Palazzo Vecchio, una che dà sul Duomo e Cupola e una su Santa Croce (che non vogliamo farci mancare nulla). E se volete un’idea dell’effetto complessivo , date un’occhiata a questo video “panoramico“. Al centro del museo era esposta la collezione di 28 bottiglie etichettate da Simonetta Doni secondo lo stile di 28 famosi stilisti. E quindi vi proponiamo un piccolo gioco, ovvero riconoscere quali stilisti vengono citati nel video qui riportato (simonetta non ti arrabbiare che le riprese non sono perfette!),

Quanti e quali stilisti riuscite a riconoscere da una etichetta?

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=BVAFPz057YI[/youtube]

Torre Marabino Relais e Ristorante: un angolo di Sicilia che vale la pena scoprire

Tra i ricordi più belli della trasferta a Catania, di cui solo ora trovo il tempo di scrivere, c’è sicuramente la cena e la notte passata in questa bellissima e imponente Torre saracena del XIV secolo, recentemente restaurata e trasformata in un relais comodissimo e per pochi intimi (6 comodissimi stanze, altrove le chiamerebbero suites!). PierPaolo ci viene addirittura a prendere in aeroporto a Catania e nemmeno in 40 minuti siamo quasi a Ragusa. Ci sistemiamo nelle camere e siamo subito a tavola con lo chef Giuseppe Catanese che ci guida in un bellissimo percorso di carne e pesce del territorio. Eppoi visto che siamo a tavola con PierPaolo Messina ci permettiamo il lusso di scegliere il vino e poi di farci cucinare qualcosa di adatto in cucina, il sogno di ogni sommelier! E a proposito di questo, la passione per il vino del proprietario si vede dalla carta con bollicine grandissime (Salon 97, Don Perignon 99, Krug 96) eppoi Alsazia, Margaux, grandi Barolo e Barbaresco…insomma non facciamoci mancare niente!pachino

Fa ancora caldo e siamo a Pachino, non solo una sottozona della DOC Eloro (la DOC originaria del Nero d’Avola, l’unica che prevada una tipologia Riserva) ma anche terra da grandi pomodorini che ci vengono serviti profumatissimi e perfetti da degustare con l’olio dei monti Iblei ovviamente prodotto dall’azienda Natura Iblea le cui serre circondano il resort.

Dicevamo bollicine e infatti iniziamo con un grande Champagne a base Pinot Nero 100% servito su Hamon Serrano (importato direttamente dalla Spagna) e su un crudo di scampo, gambero rosso e un passato di pesce e spezie davvero delizioso. Ci addentriamo nel menu ed ecco arrivare seppie croccanti crude ma “cotte” con ghiaccio e sbattendole dentro un panno contro una superficie dura in modo da rompere i capillari e provocare un irrigidimento della seppie. Il risultato è sinceramente impressionante dato che la consistenza sembra quella di uno snack piuttosto che di un mollusco!. Spunta dalla cantina un particolarissimo Chardonnay Bothtitizzato di Nikolaiof dalla Wachau (Austria), che accompagna il cappuccino di baccalà e bottarga (molto particolare e delicato) e soprattutto è perfetto sulla Pescatrice arrosto con marmallata di cipolle ed erba cipollina croccante, uno dei piatti migliori della serata, specie quando la marmellata abbonda e completa la tipica carne della pescatrice. Il vino fa il resto e anzi richiede un ulteriore piatto chè la bottiglia prosegue. Chiediamo allo chef un altro sforzo e ed ecco che esce un delicatissimo fegato di pescatrice su crostino caldo e soprattutto un raviolo di mare con seppie e gamberetti con aceto balsamico a rifinire. Piatto piuttosto complesso e con una dolcezza di fondo che richiama anche del vino rosso e infatti proviamo sia il Rosè Marabino che il “cru” aziendale Archimede, un Nero d’Avola affascinante e nervoso, vinificato in purezza con 12 mesi di barrique ma che soprattutto scopriremo provenire da un vigneto di 30 anni di età ad alberello.

Finale di serata dolcissimo con il succulento Moscato della Torre (uno dei pochi, purtroppo Moscato di Noto DOC), sicuramente per ora il migliore dei vini di Marabino, con una dolcezza notevole ma un corpo e una struttura che raramente si trovano e che si integrano alla perfezione sul tortino con pistacci e zafferano che chiude la nostra cena. Cena che idealmente prosegue nella nottata perchè il gentilissimo e attento maitre Salvo Gennaro (davvero squisita la sua ospitalità) ci preannuncia una colazione con ricotta calda appena fatta per le 9:30 dell’indomani. Pensando alla solita sparata, vado a letto comunque felice ma al mattino, apro la finestra e vedo questo spettacolo!

Quindi la ricotta a questo punto me l’aspetto e arriva puntuale, calda, con il pane siculo a pezzettoni dentro e marmellate e vari miele della zona da mangiarci insieme. Incantevole, sul serio!

Manca solo di visitare la cantina , costruita a guisa di classico Baglio Siciliano in colore rosso, molto funzionale e calda nonostante l’estrema razionalità di tutte le scelte.

E poi la cosa più bella, ovvero il vigneto da cui proviene l’Archimede ovvero un bellissimo pianoro ad alberello che si presenta a noi con colori davvero incantevoli.

Concludiamo con assaggi dalle vasche, dalle botti e dalle cisterne in acciaio. Particolarmente espressivo lo Chardonnay che andrà a comporre l’Eureka 2008 (che già prenoto)  e ovviamente il Nero d’avola colore rubino incredibile che finirà nell’Archimede prossimo venturo.

Recensioni dal mondo: The Tavern on The Green, New York

tavern on the greenNon siamo ubiquitari ma abbiamo un pò di amici gourmet che amano viaggiare e per fortuna ci raccontano le loro esperienze…Penso vi ricordiate di Giulia del corso di Sommelier di Roma di qualche mese fa, ecco la sua istruttiva esperienza nel mitico The Tavern on the Green ristorante e sala da the per WASP (ma non quelli di Blackie Lawless, ah! che tempi…) negli anni ottanta, sede ideale per matrimoni, bridal showers, première di film e di show di Broadway e che oggi, diciamo, fatica un pò a mantenere il blasone in cucina (e anche lo stile con i dipendenti, a dirla tutta…).

Però la cantina è grandiosa, ha pure preso due award da Wine Spectator!

Vai Giulia…

“Mai fidarsi delle cene organizzate… soprattutto negli Stati Uniti, men che meno a New York…
Combattuta qualche remora, ci siamo detti che tutto sommato valeva la pena salutare il gruppo con cui avevamo affrontato il tour sulla costa est, con quello che doveva essere un desinare d’alto livello, almeno a detta di chi ci accompagnava. La location era tutt’altro che sconfortante: The Tavern on the Green, nel cuore di Central Park. E se non fosse stato per quell’insopportabile odore di cavallo che costringeva chiunque ad infilare il proprio naso nei polsini di giacche e golfini, l’accoglienza non sarebbe stata così malvagia. Va bene, un po’ troppe luci. Ok, ve la do buona, sembrava la festa di Piedigrotta, con tutti gli alberi attorno avvolti da file di lampadine e i calessi pronti a partire per passeggiate romantiche al chiaro di luna…
La sala un vero e proprio salto indietro nel tempo: in quale epoca devo ancora capirlo adesso, con marmi e stucchi colorati e sette ingombranti lampadari di cristallo stile rococò, tutti diversi fra loro e decisamente colorati che pendevano dal soffitto senza una sequenza logica. Nel dehor erano in atto i festeggiamenti per un matrimonio ebraico, con musica tipica e i rituali balli in cerchio. Dentro il gelo, con i commensali che chiedevano l’un l’altro se qualcuno avesse un foulard o una maglia che gli avanzasse. Appena ambientati, ecco che inizia la sfilata dei camerieri. A tutti è sembrato di essere finiti nell’ultimo film girato da Frank Capra, Angeli con la pistola, in cui una combriccola di malfattori e poveracci viene trasformata per una sera nell’alta società Newyorkese, con abiti ed acconciature adatti, ma modi che proprio non stanno al passo.

Ecco, in sala nemmeno la forma si adeguava all’ambiente. Il primo a presentarsi al tavolo è stato uno spilungone che evidentemente faceva il cameriere fra un concerto e l’altro, perché era identico a tutta la lunga serie di emuli di Elvis che si vedono in giro per il mondo, con tanto di basettoni e ciuffo ad hoc. La prima risata mi è scappata quando, prendendo le ordinazioni, ad un tratto, non riuscendo più a trattenersi, il Bobby Solo di New York si è lasciato andare al classico movimento d’anca che da sempre associa il nome di Elvis a “in the Pelvis”. Ho pensato: “Però, simpatico. Guarda, riesce a mantenere il suo stile anche sotto a sti’ lampadari…”

Poi arriva la seconda cameriera, con il vassoio pieno di bicchieri. Probabilmente era stata assoldata la sera stessa e la direzione non aveva avuto il tempo di procurarle una divisa su misura, perché continuava ad inciampare con una giacca di almeno tre misure più grandi della sua fra gli steli dei calici, tutta sudata a causa degli inutili slalom, in cui continuava comunque a “bere” i bicchieri con le maniche. E i pantaloni non erano da meno, tanto che vedendola da dietro sembrava anche lei un’imitatrice, ma di Chaplin. Sorvolo sull’antipasto, una caprese condita da un filo di pesto anti-vampiro, per soffermarmi sul vino. Con mia somma soddisfazione ho potuto fare sfoggio di un termine inglese che non avevo ancora mai potuto sfruttare: undrinkable, ovviamente dopo aver risputato il sorso di Cabernet aperto da almeno dieci giorni nel suo contenitore di origine…
Poi un’attesa di tre quarti d’ora per il main course , con il personale fra i tavoli che dava l’idea di non sapere proprio cosa fare per occupare il tempo: chi rideva, chi andava avanti e indietro misurando a lunghi passi il pavimento senza portare niente in mano e chi giocava con un palloncino attaccato al bancone.

Finalmente arrivano i piatti e con loro la chicca della serata: un cameriere, evidentemente non soddisfatto della disposizione della fetta di maiale asciutto, dei fagiolini crudi e del purè a blocchi in un piatto, ha pensato bene di spostare la carne con le mani prima di depositarla sul tavolo vicino al nostro, non senza un cenno di soddisfazione con la testa appena compiuta l’opera. Ho pensato: siamo a New York, ora salta fuori qualcuno esclamando: “Sorridi, sei su Candid Camera!”. Nessuno. Non stavano scherzando, nemmeno con una torta al cioccolato che è rimasta intatta davanti ai più, tanto era invitante…
Sul conto hanno provato ad infilarci anche i due bicchieri di vino che ho mandato indietro ed ovviamente la classica mancia “lasciata al buon cuore dei commensali”, con una piccola postilla sulla ricevuta: Se non avete apprezzato il servizio, lasciate il 15%, se invece siete rimasti soddisfatti, includete il 20% per il personale. Io giuro che ancora adesso mi aspetto che salti fuori l’omino che mi dica: Smile!

[foto: www.centralpark.com, N.Wilkins]

Firenze deserta ma da Gastone un salto si può fare (se vi piacciono i biodinamici poi…)

Visto che sabato finiscono le mie ferie fiorentine (ovvero al lavoro ma con famiglia al mare lontana 1400 km e casa libera e serate a spasso) e cominciano le ferie “vere“, in questi giorni cerco di sfruttare ogni occasione per rimettermi in pari con le aperture di locali sulla scena cittadina.

Da quasi ultimo (già Leonardo e Elena sono passati di qua) sono stato finalmente da Gastone, Vinoteca fiorentina di belle speranze che comincia subito bene piazzando i tavoli in mezzo di strada (Via Matteo Palmieri) davanti al Danny Rock, la pizzeria (insieme allo Yellow Bar di via del Proconsolo) delle mie serate di adolescente pizzarolo che il massimo da gourmet che mi concedevo erano le crepes di grano con il prosciutto dolce e la rucola (cavolo, che tempi!). Gastone si presenta trendy e al passo con i tempi, apparecchiatura informale ma curata, bei bicchieri e personale all’altezza. Scelta dei vini non banale e grandissimo spazio ai biodinamici della Velier e altre etichette, mossa che ha fatto affezionare non poche persone a questo locale.

Noi abbiamo optato per uno stellare Rosato (ma praticamente era un rosso) di Massavecchia di Fabrizio Niccolaini, cantina biodinamica dura e pura con vini oggettivamente cari ma che ti deludono raramente. Così come ci ha convinto (nonostante i 40 euro) questo Rosato (Merlot, Malvasia Nera, Aleatico) capace di barcamenarsi tra un cacciucco, delle calamari ripieni e una cotoletta milanese formato lenzuolo con grande disinvoltura.

In apertura abbiamo invece provato uno spumante dalla Savoia francese, Varichon Le Clerc, buona alternativa al Prosecco (finalmente?) bandito da una carta dei vini. Scelta coraggiosa ma non priva di intuizione.

I piatti, siano essi antipasti che primi o secondi, sono enormi e ti tolgono ogni minimo morso di fame che tu possa avere, quindi il problema semmai è regolarsi e non ordinare tutto l’ordinabile. A me sono piaciuti particolarmente i calamari al curry ripieni di patate e tra i primi dei maccheroncioni (paccheri) con pomodori, fiori di zucca (anche fritti!) e pinoli e pure gli gnocchetti ai gamberoni erano notevoli.

Soprattutto ho apprezzato gli abbinamenti nel piatto con vari tipi di insalata e verdure con scelte azzeccate e convincenti (io, che la verdura e l’insalata in genere le fuggo al minimo cenno, qui invece ho trovato molto piacevole star lì ad annusare a brucare le erboline modello capretta).

Semmai l’unico appunto che posso fare è che molti piatti sembrano un pò troppo costruiti per giustapposizione piuttosto che per integrazione e ci sono persino troppi elementi tutti insieme da gestire… Ma sono convinto che sarà un equilibro che sarà raggiunto presto, insieme alla gestione del sale, che porta alcuni piatti ad essere un pò saporiti.

La cantina e i vini invece direi che sono già di livello davvero alto e le proposte sfiziose non mancano di certo (un pò di Bordeaux, buone bollicine, Borgogna…), lasciatevi consigliare senza paure.

Tra i dolci il Gelato di Carapina, torte fatte in casa e un buon latte in piedi. Noi siamo stati particolarmente coccolati e riveriti e serviti in maniera squisita da Simone (uno dei soci) ma mi pare che lo stesso trattamento sia riservato un pò a tutti… fatemi sapere!

In Pineta a Marina di Bibbona: il senso dello Zazzeri per il vino (e un piccolo omaggio a Gianni Masciarelli)

Noi privilegiati che abitiamo nella città più bella che mente umana possa concepire, abbiamo pure la fortuna di risiedere a nemmeno un’ora da uno dei litorali più gourmet del Mondo, ovvero quel lembo di costa (ed entroterra) toscana che racchiude una serie di ristoranti, trattorie e osterie che vanno da Viareggio fino giù all’Argentario (spesso ve li descrivono il Paglia e il Fiordelli con dovizia di succulenti particolari) e oltre.

Ieri avevo deciso di regalarmi (povero piccolo sommelier abbandonato) un pranzo da Luciano Zazzeri, conosciuto di recente nella “gloriosa” trasferta franciacortina a Contadi Castaldi. A sentirlo parlare a colazione del menu del banchetto che avrebbe preparato quella sera mi ripromisi che mi sarei fiondato alla prima occasione disponibile, cosa non facile visti i 15 giorni standard di attesa per un tavolo (colpa pure degli inglesi?). Grazie ad una fortuita disdetta domenicale oggi avevo il mio tavolo a due (e neanche sotto tortura vi dirò con chi…).

Tralascio la descrizione di come si arriva che è già di per sè un piccolo capolavoro di informalità e di tocchi di classe, con il mitico “bicchiere” che gestisce il parcheggio e mi indica il poso riservato per il mio tavolo (altro che valet parking). La prima sensazione è dannatamente importante in un ristorante e su questo punto resto conquistato in 10 secondi dando un’occhiata al tavolo, al fatto che non c’è aria condizionata (ma 34°) ma si sta benissimo per via della brezza del mare che ti entra dappertutto e ti fa scordare qualsiasi stress del viaggio. Una camminatina e due chiacchere in veranda affacciati sul bagnasciuga ti fanno subito capire come mai siamo così irrimediabilmente attratti dal mare e dalle sue onde e come mai ci sobbarchiamo ore di coda pur di passare un pò di tempo sulla riva.

Siamo arrivati prestissimo ma ci accomodiamo al tavolo e dopo poco arriva Luciano affabile e livornese fino al midollo e si siede a cercare di capire cosa vogliamo mangiare. Non ripeterò le solite verissime questioni che mai come qui si può dire “si va dallo Zazzeri” perchè in effetti è così, tu arrivi e dipendi da quello che ti propone e ti conviene sempre seguire le sue ispirazioni. Antipasto crudo, spaghetto alle vongole di rito, panino all trippa di pescatrice, raviolo di baccalà con cipolla di tropea e bottarga di muggine, bollito misto di pesce con maionese e mostarda, cacciucco leggero. Pur rimanendo affascianato dalla carta dei vini (ricarichi onestissimi e scelta enorme) come sempre decido di non decidere e lascio fare a Luciano anche per i vini.

Sì perchè non ho le competenze e l’esperienza per trattare di piatti e di cibo, e neanche per fotografarli (Sigrid perdonami per le imitazioni di foto che ho provato a fare!) e mi permetto solo di far notare che Luciano ha un senso per il vino e per le scelte non comune. Lascio fare e si parte con uno dei vini toscani più originali ovvero la Bugia di Bibi Graetz, piccolo miracolo di forza equilibrio e concentrazione ottenuto da un piccolo vigneto sull’isola del Giglio che regala una luce tutta particolare al tonno fatto in casa e allo stupendo panino con trippa di rana pescatrice (davvero un piccolo capolavoro, avrei potuto mangiarne una decina!). Pure il vino oggi ha una magia tutta particolare e una povera coppia di tedeschi del tavolo accanto viene convinta ad assaggiarne un pò. Sabato tornano in Germania e quando gli dico che anch’io sabato mi sposto sul Mare del Nord per fare un pò di vacanza mi guardano allibiti…

Andiamo avanti e ci ritagliamo con lo Zazzeri al tavolo un momento per una dedica a Gianni Masciarelli, aprendo un Castello di Semivicoli 2006, toccante Trebbiano dal profumo stordente e soave di miele di tiglio, erbe aromatiche, campo di ginestra e sambuco, uno dei pochi vini capaci di saltare a piè pari lo stucchevole fruttato di tanti vini bianchi moderni per unire magicamente fiori e spezie. Si sprecano sempre un sacco di parole sul fatto che certi uomini ti parlano attraverso i vini e pur non conoscendolo direttamente, capisco lo sguardo e le parole di quanti lo ricordano in questi giorni anche solo sorseggiando questo piccolo grande vino e ripescando la memoria recente del Villa Gemma 1992 degustato a Roccamonfina neanche una settimana fa. Luciano riceve una telefonata da amici colleghi e giornalisti riuniti a S. Martino sulla Marrucina per i funerali e anche lì si sta bevendo il Semivicoli: ” e cos’altro vorrebbe che facessimo adesso?“si sente dire.

Il Semivicoli ci accompagna per mano pure sul mitico spaghetto alle vongole (anche qui leggete pure altrove, ogni parola che scrivono è vera!) e sul raviolo di baccalà in equilibro tra la dolcezza della cipolla di tropea e il salino della bottarga. Altra tappa obbligata il cacciucco leggero e uno dei bolliti di pesce più straordinari che mi sia mai capitato di incontrare.

Su questi Luciano tira fuori un Fortuni 2005 e allora mi consola pensando che non sono l’unico fissato con questo Pinot Nero mugellano… Concordiamo che è forse ancora un filino troppo grasso e robusto ma anche sul fatto che questo 2005 ha avuto una evoluzione importante da Febbraio quando è stato presentato ad oggi e che merita sicuramente altri assaggi nel tempo (poco male, il Brogi sta a 20 minuti da casa mia). Se il Semivicoli non se ne vuole andare dalla tavola e accompagna degnamente anche il bollito misto di pesce, anche se condito con la mostarda semi piccante abbinata mentre il Fortuni fa il suo dovere egregiamente sul cacciucco leggero, piccolo miracolo di equilibrio tra la forza del vero cacciucco e i suoi aromi decisi e la leggerezza di cottura del pesce che conserva ogni dettaglio di profumo.

C’è spazio e tempo per il dolce e il cavallo di battaglia quest’anno è il millefoglie sbriciolato con caramello e frutta, servito su un piatto impazzito e accompagnato con un Moscato di Noto Planeta.

Questo dolce riesce quasi a sembrare leggero tanto è buono e credo che è uno di quei casi che la testa si rifiuta di mettersi a contare le calorie e tu prosegui imperterrito a mangiare e ti interrompi solo quando arriva una mattonellina di semifreddo al pistacchio forse ancora meglio.

Guardo l’orologio e un minimo mi vergogno visto che segna le 16:30 e siamo parcheggiati da quasi quattro ore al tavolo…ma è dura alzarsi visto che Luciano ha ancora voglia di raccontarci qualche storia e qualche ricetta. Ovviamente parliamo anche di vino, mi segno due o tre bottiglie che devo tornare quanto prima a bere (bella scusa) e discutiamo di abbinamenti rossi e bianchi, di grandi vini, grandi operazioni d’immagine, e per fortuna spesso, anche grandi emozioni. Fa solo un pò rabbia sentir parlare di un’apertura di un Petrus ’82 e un Sassicaia ’77 e degli effetti di queste bottiglie. Se non altro Luciano dimostra al mio orecchio di sommelier di avere una sensibilità per il vino rara tra i cuochi del nostro paese e non significa che cucina con in mente un vino (sarebbe spesso un errore, credo) ma che si rende conto di quanto un pasto perfetto possa essere reso indimenticabile dal vino giusto servito alla persona giusta, al di là di schemi, tabelle e grafici di abbinamento tanto cari a noi sommelier.

Si è quasi fatta ora dell’aperitivo (serale), se ne sono andati anche i tizi di Decanter quindi decido che forse sarà il caso di alzarsi e salutare. E credetemi che alzarsi da questo pranzo, fare tre gradini e sdraiarsi sotto l’ombrellone per una dolce siesta pare una ricompensa persino eccessiva.

Mi lascio cullare dalle onde per dei minuti, esco e mi addormento sotto il giornale, davvero poche altre volte sono uscito da un posto così soddisfatto per come ho passato cinque ore a tavola…e raramente una domenica d’agosto mi ha riappacificato con il mondo come questa.

Amici di Bevute in Toscana: Chianti Classico e Montalcino raccontati da Angelo di Costanzo

La mia posizione (nel senso di PR di Google) mi permette di dare spazio e voce a qualcuno di quei tanti sommelier italiani che scrivono di vino in maniera sincera ed appassionata e che riescono sempre a distinguersi per imprese e iniziative interessanti. E così, dopo l’esordio di Giulia, ecco a voi la stella nascente della sommellerie del Sud Italia ovvero Angelo di Costanzo, fresco vincitore del Concorso Miglior Sommelier della Campania che se vi ricordate nei commenti qui aveva lanciato la proposta (e l’invito) ad unirsi a lui per il prossimo tour toscano in programma nei giorni scorsi. Per chi non si è accodato, eccol il suo racconto, buona lettura e benvenuto Angelo sul mio umile blog!

C’erano sei napoletani, sei puteolani e due americani… Potrebbe essere l’inizio della più classica delle barzellette in realtà è semplicemente il racconto di tre giorni di scorribande e libagioni per le storiche verdeggianti colline del Chianti Classico, di Montalcino e della Maremma Toscana.

L’allegra brigata di “Amici di Bevute” (giuro di non avere mai avuto la sensazione di quanto fosse appropriata questa definizione prima di adesso) si è radunata di primo mattina lunedì 30 presso L’Arcante e sancite le ultime raccomandazioni di rito è iniziato il viaggio, direzione Greve in Chianti. Lungo l’autostrada del sole tutto è filato liscio e chilometro dopo chilometro siamo giunti in terra di Toscana, prima tappa l’antica Macelleria Falorni a Greve in Chianti che dal 1729 rimane un luogo di riferimento assoluto per il prodotto tipico locale, anche se a dire il vero che con la crescita esponenziale soprattutto negli ultimi anni ormai della vecchia Macelleria Falorni di Giò Batta ne rimane giusto qualche testimonianza nei reperti “archeologici” in bella mostra nei locali.

Il banco macelleria è un capolavoro di lobate e bistecche di Chianina, costate di cinghiale, ventresche e salsiccie di Cinta Senese; il senso di compiutezza dell’espressione del territorio lo si ha solo dopo l’assaggio durante le continue degustazioni della saletta dove una miriade di prodotti in degustazione danno l’idea dell’offerta di casa e diverse Enomatic spruzzano chianti classico a go go!
Una telefonata ci obbliga a raggiungere Villa Nozzole dove ci attende per il nostro tour nel meraviglioso mondo delle Tenute Ambrogio e Giovanni Folonari (a cui vanno mille ringraziamenti per averci accolti con tanto garbo e disponibilità) il buon Filippo Volpi che scopriremo poi essere non solo un grande conoscitore e comunicatore del territorio chiantigiano ma anche ottimo connosseurs delle nostre terre partenopee per aver a lungo lavorato in Campania in passato.

Villa Nozzole è un sogno, 600 ettari di terre a perdita d’occhio in corpo unico, non comune qui nel chianti classico. La Villa di stile colonico perfettamente restaurata domina tutto il paesaggio, dopo una scarpinata in lungo ed in largo per le splendide vigne di sangiovese tenute a mò di giardino ci siamo rifugiati nella bottaia dove il fresco naturale ci ha un pò rinsaviti della cuticola esterna.

Botti, tonneau, barriques e pièces di diversa natura e capacità a seguitare intuizioni ed intenzioni che senza stravolgere la tradizionale vocazione di questo territorio volgono a rendere sempre nuova e dinamica l’immagine di un chianti classico sempre più al centro del mondo dopo le ultime notizie da Montalcino. A Nozzole le uve sangiovese dànno vita a tre chianti classico tra i quali mi sembra doveroso esaltare il Riserva La Forra che rappresenta davvero un fuoriclasse per la denominazione, prodotto in quantità limitata per una resa per ettaro davvero irrisoria, è un pò la memoria storica della tenuta, è ricco, polposo, intenso e complesso, pieno e concentrato, di grande armonia ed equilibrio.

La degustazione tecnica che ci ha visti tutti intorno ad un grande tavolo ci ha aperto le porte di tutto il patrimonio di vini di delle Tenute Ambrogio e Giovanni Folonari, dai progetti in Bolgheri, nella Tenuta Campo Al Mare, ambiziosi, che già vede primeggiare il suo Bolgheri rosso come il migliore per rapporto prezzo-qualità, a quello a Montecucco dove la regola numero uno è frutto e bevibilità; I Vini di Nozzole e della Tenuta Cabreo sono espressione di autentica eleganza e longevità, la nuova azienda di Vigna a Porrona in Maremma sarà il futuro da non perdere di vista. La cena in villa ci ha visti ospiti di una esemplare e aggiungerei magistrale interpretazione della cucina chiantigiana, dai magnifici salumi di Cecchini ad uno straordinario ragù di Chianina, dalla cacciagione (anatra e pollo ruspante) arrosto con patate sino ad un gustoso Tiramisù zabaione di Vin Santo Nozzole Riserva ’96.

Un grazie di cuore a Graziella e a Mario, se questa giornata rimarrà memorabile è anche grazie alla loro cura e dedizione. L’indomani di buon ora ricca colazione e partenza per Montalcino, qui guidare è divenuto entusiasmante lungo le più belle colline del chianti sino ad arrivare dove l’emozione diviene fibrillazione e dove lo stupore lascia spazio alla coscienza che qui a Montalcino si vive su di un altro pianeta tanto lontano dalla nostra quotinianità tanto vicina ai confini di tutto mondo.

La tenuta La Fuga non è grande, anzi tutt’altro, a vederla così incastonata tra le vigne di Antinori a Pian delle Vigne, di Castello di Camigliano e Frescobaldi vien da pensare quale strenua lotta abbia dovuto affrontare per resistere alle tentazioni di voracità di questi colossi, ma qui la terra più che un valore economico assume un valore talmente empirico che le poche bottiglie qui prodotte rendono testimonianza di un patrimonio culturale e morale unico ed irripetibile più che di uno spirito imprenditoriale.

La Cantina è un piccolo gioiello tirato a nuovo ricolmo di Tonneau; si possono ammirare a riposare le annate 2004, 2005, 2006, 2007 di Brunello e le loro riserve in una armonia di legni francesi di primissima qualità sovrapposti ed incastonati in piccoli anfratti al buio ed alla frescura del seminterrato. Il Brunello Riserva 2003 Le Due Sorelle assaggiato rimarrà vivido nella memoria per la incomparabile eleganza che esprime con questo vino il sangiovese grosso. Un giri in giro per le vie ilcinesi ci ha condotti all’Osticcio, antica osteria, l’unica a Montalcino a poter vantare una proposta di vini straordinariamente ampia e profonda (nelle annate) con vini provenienti da tutto il mondo, segno di grande intelligenza e voglia di confronto, dura da venire condivisa qui a Montalcino.

Un pranzo fugace, a parlar di vigne e vini dell’areale e di tutto quello che il mondo del vino deve mettere in atto per non perdere contatto con l’appassionato di turno, insomma un merito immenso alle Tenute Ambrogio e Giovanni Folonari che ci hanno concesso questa due giorni entusiasmante e senza remore un accorato stimolo nel continuare a fare di queste iniziative il cuore del nostro modo di vedere il lavoro di comunicatori del vino: “Amici di Bevute” continua a guardare lontano, oltre, sempre.

Rimedi contro l’afa in cucina da Burde (e pure in cantina)

piatti estivi fiorentini toscaniLa scusa ufficiale è che fa un caldo boia ma in realtà per giustificare le uscite “fuori” occorre proporre sempre qualcosa di nuovo per i clienti, nostri come per chiunque altro. Per questa Estate, Burde vi propone due carrellate di piatti freddi e semifreddi per continuare a mangiare (e bere) toscano pure con ‘sto caldo.

Come minestre sono tornati infatti i classici di stagione ovvero la Panzanella (con cipolla a parte per chi ha incontri di lavoro importanti nel pomeriggio), il Farro freddo con zucchini in umido, il Passato di Minestrone Speziato, e la classicissima Pappa al Pomodoro. Come secondi piatti invece vi rammento l’Insalata di Trippa e verdure sottaceto, l’Insalata di Magro con lesso, fagioli, cipolle e pomodori, le Melanzane alla Parmigiana “leggere” (ovvero non ripassate in forno ma “soltanto” fritte e impodorate), il Lesso freddo con Salsa Tartara, la Lingua a fette con salsa verde.

Oltre a questi piatti un pochino rinfrescanti vi segnalo poi l’arrivo delle verdure fritte IN PADELLA, quindi Fiori fritti (pastella di farina e birra senza uovo) e Pomodori Verdi Fritti (alla fermata del 35).

Tra i dolci, oltre alla Torta di Mele che ci costringete a fare anche in Estate, ecco la Crostata di Pesche senza crema, il nostro Creme Caramel e soprattutto il grandissimo Zuccotto semifredddo Fiorentino, pan di spagna bagnato con l’Alkermes, panna e cacao. Non manca la Torta Pistocchi “classica” che pure d’Estate è richiestissima dato che è fredda e tutto sommato pure leggera.

Poi stiamo mettendo a punto una collaborazione speciale con un astro nascente della Gelateria Fiorentina che è attualmente in fase di test ma su cui daremo presto un annuncio ufficiale…tenetevi da parte un pò di biscottini Mattei!

In cantina continua la rotazione dei vini al bicchiere. Ogni giorno 12 vini al bicchiere alla temperatura ottimale (nonostante “Ehi sommelier ma questo vino rosso è freddo” “No guardi che è a 16 gradi” “E no, allora  me lo porti caldo”) con in grande spolvero i Chianti Classico veri come Ormanni (Poggibonsi), Castello di Tornano (Gaiole) e Cennatoio (Panzano), i Nobili di Montepulciano Contucci e Gattavecchi (vai Luca chiarisci tutto e torna a trovarci!), il Brunello di Montalcino Mastrojanni , e l’outsider forestiero (come stile) Le Cupole della Tenuta di Trinoro che a 25 euro in tavola sta spopolando. Tra i bianchi ecco l’Arioso di Campo alla Sughera e il Rosato di Riecine For Jasper 2007 (sempre più di moda i rosati quest’anno).

Ah, dimenticavo, cominciate a liberarvi il venerdì 1 agosto, se siete in città, c’è una novità da provare da Burde e stavolta non è SOLO da mangiare e da bere…

Insomma la gente sparisce e va in ferie, la crisi regna sovrana, ma almeno noi ci proviamo! 🙂

Londra e l’Anima italiana della City

Può succedere, effettivamente più facile a Londra che a Quaracchi, che due hedge fund da 800 milioni di sterline decidano di spendere due briciole (comunque 3 milioni dei suddetti) per aprire un ristorante, magari sotto i propri dilatati uffici in Liverpool Street in piena City.

LA City è l’anima dell’Inghilterra odierna, che qualcuno ha definito appunto come un gigantesco Hedge Fund mondiale più che un paese vero e proprio.
Passeggiando la sera tra Caxton street, passando sotto il Ghurken e slogandosi il collo per seguire la verticalità inaudita di questi palazzi e il continuo cozzare di diagonali e frecce d’acciaio (ma il feng shui qui nessuno sa cos’è?) non penseresti proprio che sia il posto ideale per metter su un Ristorante Italiano, per di più dall’altisonante nome L’Anima . E che aspira a diventare l’anima latina gastronomica in mezzo a tanto freddo e tintinnar di denari.
Ma tutta Londra pullula un pò ovunque di iniziative italiane degne di nota e che secondo me pure riescono davvero a trasmettere un pò di dolce vita in queste zone. Vedere per credere lObika in pieno SelfRidges: ci credereste che qua potete ordinare un panino con la Mortadella di Prato? Roba quasi impossibile persino direttamente in Toscana! E invece questo “Mozzarella Bar” funziona davvero bene…
L’altra sera, finita Italia- Francia nel migliore dei modi possibili (veder vincere la tua nazionale mentre sei all’estero è un piacere atavico e indescrivibile, forse pure provincialotto ma sublime) e abbracciati i festanti allievi del Primo Livello AIS Londra al Jolly Hotel (altra bandiera italiana ammainata, ora è tutto di proprietà spagnola NH), con Andrea Rinaldi e la graditissima sorpresa di Luca Boschian, illustre e celebre collega sommelier dallo Zafferano , decidiamo che se dobbiamo brindare alla nostra Italia dobbiamo appunto farlo nell’avamposto più ambizioso che la nostra cucina ha piazzato nel mercato della ristorazione globale, L’Anima, appunto.
Piccola nota su Luca Boschian: sono stato davvero al settimo cielo nel ricevere da lui i complimenti per la lezione sui distillati, non credevo proprio di risucire ad insegnare qualcosa a questi ragazzi che già lavorano nei più esclusivi bar e ristoranti della città. Oltretutto una persona della sua esperienza e umanità ti fa capire davvero che nella professione di sommelier spesso le chiacchere stanno a zero e quello che veramente conta è l’anima e la passione, in generale tutta l’umanità che riesci a metterci dentro. Leggete la bella intervista che Ziliani gli ha fatto qualche tempo fa sul sito AIS.
Eppoi da piccolo sommelier di provincia ad ascoltare i suoi racconti di Abramovich e Shevchenko alle prese con il Ronco delle Mele di Venica e i Vermentini della Liguria e le bottiglie da 20mila sterline che apre quasi ogni giorno (qualcuna pure “falsa”, ricordate il Petrus 1961 rifiutato?) fa sempre un magnetico effetto.
Scusate l’inciso, torniamo nell’anima del post. L’ambiente è di quelli ultra COOL e del resto da Claudio Silvestrin, già architetto poliedrico e interior designer per Armani, non ci saremmo aspettati niente di banale. Francesco Mazzei è un cuoco di origine calabrese (Cosenza) che ha girato l’Italia prima e l’Inghilterra poi sempre con l’idea fissa in mente che la cucina italiana non doveva e non deve assolutamente essere considerata grande per quanto riesce a scimmiottare e a farsi simile alla francese o spagnola di turno. Crede nelle materie prime e crede nella semplicità dei piatti e non dà molta importanza alle costruzioni immaginifiche nell’impiattamento. Nell’anima ha disegnato di persona gli oltre 100 mq di cucina con ogni sorta di apparecchiatura, ovviamente ad esclusione di pacojet e sifonistica assortita ma con un bellissimo forno Jasper spagnolo, diavoleria alla brace chiusa capace di cuocere in 5 minuti una pancetta di maiale in maniera perfetta donandogli profumi e aromi da brace estremizzata.

E oltretutto è pure simpatico e curioso di ogni aspetto della cena dal punto di vista di noi ospiti, che lui continua a definire illustri (e mi giro per vedere di chi sta parlando).
Siamo accolti dallo chef ma anche dalle hostess (nella city è la norma trovare al tuo ingresso almeno due ragazze altissime non proprio spiacevoli a vedersi che ti accomodano in una lounge apposita di attesa a sorseggiare Champagne, ideona mi pare perfettamente replicabile anche da Burde (inviate pure CV e foto).

Barman di eccezione un ragazzo palermitano, campione Aibes dalla cultura sconfinata su distillati e metodi di preparazione dei liquori, davvero un plus graditissimo. Ci prepara un “semplice” aperitivo Champagne, aperol, succo di ciliegie sotto spirito guarnito con una fetta di arancia sbucciata: delicato e persistente, davvero ottimo.
Ci accomodiamo nella sala bianca con marmi bianchi e scuri ma mai freddi con un bianco abbacinante delle tovaglie e delle ceramiche. Se fossi Vuggì noterei pure la cura nella stiratura delle tovaglie e tovaglioli ma ve la risparmio.
Presenza di camerieri e sommelier costante ma mai invasiva, pane fatto in casa di tre tipi (focaccia ligure, pane toscano sciapo e grissini) con tanto di olio da taggiasca per una fettunta veloce (per fortuna il burro da pane è bandito).
Partiamo con una zuppa di cozze e vongole e La Montina Saten che peschiamo da una carta dei vini accorta senza troppe grandeur ma con vini (per lo più ovviamente italiani) di sicuro interesse. Grandissima idea la presenza di due vini calabresi come il Vigna Garrone di Odoardi, ovviamente invendibile ma il giorno che un manager della city lo bevesse per sbaglio, siamo sicuri che la smetterebbe di ordinate il “solito” St Emilion (che qui è il vino di default per la ciccia se il londinese non sa cosa prendere…come da noi il Chianti Classico insomma).
Per primo andiamo su Zitoni Nduja e Melanzane e protestiamo con lo chef calabrese per l’utilizzo troppo parsimonioso dell’amata Nduja ma ovviamente qui il cliente medio scapperebbe anche solo davanti alla piccantezza dell’odore di una vera Nduja di Spilinga.
Per main course provo la pancetta di maiale al forno con purè ed è una scoperta notevole per come bilancia il grasso e il morbido della patata e la croccantezza della pelle arrostita: ottimo pure l’abbinamento con un Niedermayr Pinot Nero 2003 Alto Adige. Prima del dolce, spazio a formaggi per un Chianti Classico che Boschian ci raccomanda e che non conosco (è mai possibile???) ovvero il Doccio di Matteo Riserva Casarsa 1999. Davvero niente male e stupisce come certi vini con 10 anni sulle spalle vengano accettati prontamente qui a Londra mentre in Toscana pure le Riserve 2004 paiono a molti clienti troppo stagionate…
Un solerte e elegantissimo cameriere croato (ci siamo dati appuntamento nella finale degli Europei discorrendo di Drazen Petrovic, Kucoc e vari eroi sportivi degli anni 90) ci serve un dolce meraviglioso e da applausi un soufflè di mirtilli con meringa spumosa come base e salsa di cassis servito caldo. Abbinamento da urlo con la Ciroc Vodka di uva (ovvero ottenuta da 50% di distillato di cereali e 50% di distillato di vino della zona dell’Armagnac): invece del solito quarzo neutro della vodka classica, questa ha un fruttato di prugna e mirtillo che si sposa alla perfezione con il soufflé regalandoci una chiusura di cena con i fiocchi.

Tour della cantina a giorno e della sala riunioni (trasformata in una curva da stadio con sedie Kartell per la partita della Nazionale) ma che in genere è una piccola caverna di marmo e cascate vere dalla pareti con fiori giapponesi che spuntano dai muri, piccolo capolavoro di design moderno che riesce a non farti rabbrividire.
Si parlava di anima italiana a tavola e di come questi spazi ne abbiano disperatamente bisogno ed è un concetto di cui abbiamo parlato anche a lezione con i ragazzi ovvero del fatto che la differenza nella ristorazione e in genere nel wine ad food non la fanno solo i prodotti italiani ma pure gli italiani che le servono e le presentano dai camerieri agli chef e ai sommelier, sarebbe riduttivo parlare di cucina italiana come se fosse una serie di regole e di ingredienti.
Gli stessi dipendenti qui all’Anima sono incoraggiati e spesati a trascorrere periodi di acclimatazione e formazione in Italia che sarebbe riduttivo paragonare a dei semplici stage. Prendete il nostro solerte e impeccabile sommelier Gal Zohar, israeliano.

Di formazione “francese”, ama ovviamente i vini d’oltralpe e ne vende senza problemi casse intere ma sui vini italiani, per quanto preparatissimo pare sempre un pò titubante a presentarli come se non ne fosse intimamente convinto. Ma se si vuole sperare di vendere vino italiano ai londinesi, Franciacorta al posto di Champagne e bianchi del Collio al posto dei Graves o dei Montrachet è ANCHE da questo tipo di professionisti che occorre partire più che da un italiano preparatissimo nato cresciuto e bevuto dai nostri nettari dai 3 anni. Professionisti che nascono francesi e che vengono piano piano sedotti dai nostri vini e dalle nostre terre. Gal dice che vuole venire in Toscana e Francesco me lo vuole mandare da Burde, e capisco che forse non è al corrente che posto sia la mia trattoria.

L’italianità a tavola è qualcosa di molto più simile ad un modo di essere e di interagire con le persone: qualcosa che rende i nostri ragazzi che ho incontrato in questi due giorni, capaci di imprese e servizi di altissimo livello.
Per molti di loro Andrea Rinaldi è un riferimento importante, non cura solo i corsi per sommelier e nemmeno si limita a fare da agente per molti importatori e aziende vinicole italiane, è come un console o un ufficio del lavoro permanente che lega insieme una serie di aspetti tutti attinenti al concetto di Italian Way of Life a Londra. Ovviamente non è l’unico a farlo, ma ha uno stile e una garbata educazione che in un Toscano sono difficili da trovare ma quando si uniscono alla nostra inventiva e passione hanno un effetto incredibile sulle persone che ruotano attorno.
Per questi ragazzi è davvero importante la presenza di associazioni come l’AIS a Londra e durante le lezioni ti accorgi proprio di come cerchino di attingere, da chi è lì a parlare, un sorso di linfa italiana.
Da parte mia, cerco invece sempre di ricordargli e fargli capire che per moltissimi di noi sommelier la loro posizione è quasi una terra promessa e un eden di sogni irrealizzabili in Italia; che la loro presenza è importante e fondamentale per tutto il sistema del Made in Italy gastronomico a Londra e nel mondo.
Mi guardano un pò basiti ma in fondo credo si sentano a metà tra il responsabilizzati e il gratificati e soprattutto spero si rendano conto che ogni sforzo che fanno nel conoscere e far conoscere i nostri vini è un grandissimo servizio che rendono al nostro paese.
Leggendo mi pare di aver raccontato solo di italiani qui in terra d’Albione ma soprattutto nel settore ristorazione la superiorità e la completezza dell’offerta londinese si basa piuttosto su uno straordinario mix di internazionalità e professionalità di alto livello che credo proprio non abbiano uguali al mondo e di cui, anche solo per un pò, mi sembra quasi di aver immeritatamente fatto parte…

Dal BlogCafè ad Amsterdam: da Squisito al cimitero di Van Gogh passando per il Consolato

Forse il titolo è un pò esagerato e dalla foto qui a fianco potete immaginare che proprio male qui all’Hilton di Amsterdam non si sta ma tutta la professionalità e il grado di coccole che un moderno 5 stelle riesce ad offrire (9 tipi diversi di sapone da richiedere? il menu dei cuscini??? e io che non mi sono nemmeno abituato alla carta delle acque minerali).

Si sta benissimo ma abbiamo solo due sere qui alla corte di Rembrandt quindi torniamo al Vinomio per incontrare Claudia, la proprietaria e fare due chiacchere sul vendere vino italiano in olanda. E già che ci siamo mangiamo una fantastica mozzarella di latte di bufala ma intrecciata e caseificata qui in olanda da mani italiane. Non è niente male e nemmeno il prosciutto (Di Parma) che l’accompagna. Acqua dalla fontanella a disposizione per chi beve qualcosa che non sia vino, un prosecco Rosè (!) come abbinamento e bella musica in sottofondo. Comode le vespe per sedersi, nonostante nei video la gente sembra meno goffa di me.

Ecco qui Claudia Pacifici e il vino in Olanda:

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Claudia Pacifici VinoMio Amsterdam
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Il giorno successivo, dopo la lezione, trovo finalmente il tempo di andare al punto di ritrovo degli Italiani qui ad Amsterdam ovvero il museo di Van Gogh (anzi Van Coch come si pronuncia qui) e come spesso accade quando vedi una espressione artistica di cui si sente troppo parlare rimani colpito e abbacinato da ciò che non ti aspetti. Con i Baustelle e il loro Nulla (“Mi spieghi che dietro ogni campo di grano C’è il Divino C’è Van Gogh, Invece temo il peggio” ) entro pensando solo ai Girasoli e ai Mangiatori di Patate ovvero i due quadri che ogni studente italiano della mia età è stato costretto a vedere in una mostra a Roma ai tempi (tristi) del liceo, anzi forse addirittura ai tempi del ginnasio.

E invece rimango folgorato da uno dei primi quadri (Maggio 1885) ovvero Il Cimitero dei Contadini di cui esistono almeno 3-4 versioni e temi analoghi ma quello di cui parlo è questo qua:

Colori e risoluzione non rendono la benchè minima idea del senso misto di angoscia, desolazione, calma e serenità che questo quadro riesce ad infondere. Non so perchè ma mi ha fatto ripensare a come mi immaginavo l’ingresso del regno dei mostri leggendo Cabal di Clive Barker. Sarà stato il sonno e la stanchezza e la monotonia della audioguida ma mi sono ritrovato a immaginarmi di entrare dentro la porta socchiusa sotto la finestra ormai colma di erbacce per trovarmi di fronte ad una immensa scalinata che porta in basso, altre volte invece entrando capivo che quello che si vedeva in superficio non era che l’ingresso di un ascensore, ovviamente che va solo giù. Uscendo la finestra sulla destra mi pareva persino illuminata in modo sinistro e i corvi neanche tanto fermi.

Passando oltre si va un pochino più sul Van Gogh tradizionale ma dopo questo quadro anche i Girasoli così gialli e luminosi sono a suo modo inquietanti (e in teoria sono pure responsabili del primo attacco di nervi dopo la rottura con Gaughin che andò a stare con Van Gogh proprio perchè affascinato dai Girasoli). E vogliamo parlare della sedia dedicata proprio al pittore francese che fa tanto Alone in the Dark?

E l’alternanza lancinante tra gioia, morte disperazione e speranza di vita normale sono ancora più commoventi osservando uno accanto all’altro i quadri dipinti a Saint Remy durante il ricovero per malattia mentale. Vedere accanto i profumatissimi e azzurri Mandorli in fiore (un inno alla vita per il nipotino appena nato) alla sinistra e solare metafora del Mietitore ti colpisce non poco e quando arrivi ai famosissimi Campo di Grano con Corvi e il Campo di Grano sotto un cielo nuvoloso sei ormai quasi nella testa di Vincent e hai voglia te di scrivere nella didascalia del quadro che non ci sono prove sul fatto che siano stati gli ultimi due dipinti…è come dire che l’ultima canzone di Freddie NON è stata The Show Must Go On, quindi la ignoriamo.

Chiude la mostra una foto della lapide di Vincent e di suo fratello, sopravvisutogli di soli 6 mesi. Ed è davanti a quella foto che ti rendi conto che razza di personaggio rock maledetto e affascinante Vincent possa essere stato e capisci come mai continua ad affascinare il mondo con le sue Starry Nights. Non è solo il tratto e il colore e nemmeno l’orecchio tagliato, è proprio tutta la sua vita di ostinato autodidatta e di eterno perdente ma mai domo dietro ai suoi sogni che ti colpisce quadro dopo quadro, e non ce n’è alcuno che sia autocompiacimento o fine a se stesso, piuttosto sempre una ricerca continua e incessante della verità della sua arte. Che come spesso accade, divenne chiara solo anni dopo la sua morte, con l’arrivo della nostra cosidetta “era moderna”.

Non chiedetemi come ma dopo questa esperienza molto Stendhal, vengo prelevato dall’albergo e mi trovo a stringere la mano al console dimissionario italiano in Olanda che parte per il Sud Africa (in tempo per i Mondiali, mi confessa, ma non strappo un invito): due chiacchere, stretta di mano, una parola sui sommelier e via di buffet al mitico Ristorante Caruso in Muntplein in questo esclusivo evento con tutta l’Italia che conta in Olanda (e appunto che ci faccio io?!?). Si beve Bolla (Valpolicella e Soave) ma la coda c’è dietro all’evergreen e ubiquitario Prosecco Carpenè Malvolti…(tre giorni fa lo bevevo a Napoli al Dinnanna a Posillipo).

In sala un sacco di fiorentini in quasi esilio che si vogliono sentire raccontare quanto è bella Firenze e rispondono che vorrebbero tanto tornare ma che tutto sommato in Olanda si vive un po parecchio meglio. Intanto fuori piove e qualche olandese in bici scivola sui binari dei tram in bicicletta. Almeno il tram a Firenze glielo faremo trovare… Okay il buffet è andato ed è ora di andare nella serata più cool ad Amsterdam il lunedì ovvero da Pasta e Basta che di Italiano ha praticamente solo il nome e i vini ed è un lussureggiante jazz bar con musica dal vivo con camerieri e personale di sala che sale sul palco e improvvisa balli, canzoni (e obbligatorio canale YouTube). Stasera guida le danze e i fiati un personaggione del Jazz qui ad Amsterdam di cui adesso mi sfugge il nome (tutte a dire che era belloccio ma Barbara, Marina, Cinzia, mi aiutate a ricordare come si chiamava?!?). Isaac e il proprietario del locale Hans Duyf (miei allievi al corso) ci innaffiano di bianchi, da uno Chardonnay Argentino 2007 di Bianchi ad un WineSpectator Top 100 Ataraxia 2007 dal Sud Africa (notevole), un Riesling di Dr Loosen e soprattutto un sontuoso Chablis Grand Cru Vaudesir 2004 di William Fevre che accompagna benissimo le note del sax e delle diverse perfomer che si alternano al microfono. (Fa parecchio figo e allora dichiaro che Vaudesir è il mio Grand Cru di Chablis preferito, visto che tutti i sommelier ne hanno uno diverso).

Ma decidete pure voi se lo spettacolo valeva la pena (ok giudicate solo l’audio che si vede molto poco):

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Sax Amsterdam Pasta e Basta
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Bellissima compagnia a tavola con tutto lo zoccolo duro di Quelli di Astaroth e incontri e chiacchere di vita olandese che mi fanno capire diverse cose di questo paese e soprattutto mi chiariscono come mai ci sono tanti italiani qui. Usciamo e ovviamente piove, meno male che Marika (ligure, attrice, interprete e corrispondente olandese del CorSera e SOPRATTUTTO della Gazzetta dello Sport!) mi accompagna (in bici) fino ad un taxi. Già la Gazzetta, lì uno che scrive di vino gli manca davvero…quasi quasi mi faccio raccomandare.

Dalle ultime frasi è evidente che son stati giorni un pò pieni…un saluto 1500 km più in basso a San Patrignano e al BlogCafè che lancia la sfida per il prossimo anno e via di corsa a nanna che domani in aula ci sono Lazio Umbria Sicilia e Sardegna da affrontare…e nel pomeriggio (ma mi sa che me lo perdo) ci sarebbe l’evento più glamour della stagione VIP qui in Olanda ovvero la scofanata di aringhe “nuove” appena pescate con 1200 invitati sull’esclusivo pratino sotto la finestra della mia camera in arrivo in battello da ogni dove (testuali parole).
Antonino e Nicola mi hanno chiesto di restare ma ho praticamente già trovato 10 persone che mi comprano l’invito: sono parecchio indeciso ma alla fine farò lo snob e rientrerò in Italia con il Meridiana delle 19. Di VIP olandesi non è che ne conosca poi molti…

Aggiornamento ore 14:34 sull’esclusivo Hilton HaringParty: ecco un bel video che mi convince che tutto sommato  me lo posso perdere…

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HaringParty Hilton
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Amsterdam per lavoro…5 mosche, nuove frontiere, trappiste olandesi, locali 2.0 e Schiopetto!

Ogni volta che vengo quassu’ mi tocca sempre giustificarmi su come passo il tempo e per dimostrare il fatto che non sono stato ad oziare (o peggio) ho messo su flickr una Foto gallery delle mie peripezie di questi giorni.

Ricapitolo solo che sono andato (finalmente) nell;autoproclamatosi tempio della New Dutch Cuisine ovvero le D’ Vijnf Fliegen (ovvero le 5 Mosche) che invece di essere un sequel di Dario Argento e’ un ristorante un po’ pretenzioso come proposta ma incantevole come atmosfera….e’ infatti dislocato su 5 case del 1600 con incisioni di Rembrandt (vere!) alle pareti e un sacco di dettagli d’atmosfera come le armature e le armi dell’epoca. Servizio molto cordiale, da ricordare una mousse di trota e scalogno e una quaglia con salsa mostardata notevole. Torno in albergo e cerco di imbucarmi nella festa piu’ cool di Olanda degli ultimi mesi con una stella della TV che occupa tutte le sale dell’Hilton con musica a palla e gran fiorire di veline, vallette (qualcuna “carina”) e tipi quantomeno originali. Non conosco pero’ nessuno e neanche loro conoscono me (:-) e quindi evito tentativi di imbucarmi e vado a nanna “presto”.

Nottata di riposo e lunedi’ impegnativo: riepilogo in aula con l’uso delle schede AIS di degustazione e l’uso della scheda a punti e un oretta e mezzo su Val D’Aosta e Piemonte (appena abbozzato…). Nel pomeriggio pausa pranzo THAI (a pranzo mi dice Barbara di Mammamsterdam si trova poco di meglio a giro) dal famoso (c’e’ sempre la coda fuori!) “Bird” in pieno quartiere a luci rosse. Guardate che spettacolo questa pasta, riso, gamberi e manzo: cottura al volo nel wok, cuochi e camerieri che ti sbucciano la verdura nel tavolo accanto, niente alcolici permessi ma un ottimo the’ oolong da abbinamento di territorio. Ottimo e abbondante direi.

Van Gogh lo rimando alla prossima volta e decido di farmi portare da Barbara nella nuova frontiera di Amsterdam ovvero le nuove terre piu’ o meno isole che gli olandesi continuano a strappare al mare. Passando per l’impressionante cantiere intorno alla Stazione, ammiro il Nemo di Renzo Piano e un sacco di costruzioni che mi lasciano quasi basito. Questi uffici ad esempio sfiorano il mio posto di lavoro ideale, ovvero una specie di testa di robot umanoide uscito da Robotech tutto vetri e alluminio:

Ma e’ ovunque un susseguirsi di soluzioni architettoniche e urbanistiche poco concepibili da noi mediterranei ma che mi ricordano molto la Germania del Nord e Amburgo, e ogni tanto spuntano delle case a dir poco geniali. Cosa ne dite di questa specie di loft su due piani in pieno nulla (pare quasi il parco cileno del Torres del Paine) ma a 10 minuti di tram dalla stazione di Amsterdam?

Torno un po’ stralunato dal tour della new ‘Dam e faccio appena in tempo ad andare a vedere un nuovo concept di Wine Bar basato sui vini italiani.

Si chiama VinoMio sta proprio di fronte alla Banca d’Olanda e si presenta con sedili a forma di Vespa Piaggio, vini doc da tutta italia e etichette curiose con latitudine e longitudine di ogni vigneto che ha prodotto quel vino. Ai tempi dell’inaugurazione cercavano un sommelier che avesse esperienza informatica (ma io dov’ero???) perche’ avevano idea di aprire un canale YouTube. Cosa che hanno fatto, con almeno un video geniale postato (How to sit on a vespa…). Peccato che da Ottobre 2007 di video ne abbiano messi su solo due…Sito molto interessante e completo, ma parecchio parecchio poco 2.0 nonostante le apparenze, peccato perche’ le premesse per far bene ci sono tutte. Si possono anche comprare i vini onlineDentro si mangia e si beve ma secondo me la ricchezza delle nostre DOC e del nostro territorio e’ un po’ sacrificata dietro questi vini “Rosso Regolare“, e “Bianco Premio” secondo me non suonano come “Sangiovese di Romagna” e “Ribolla Gialla Collio”… Ma e’ il mercato, baby e ha le sue regole!

La sera torno sfinito in albergo ma ho tempo per passare da Antonino, grande maitre del Roberto (il ristorante italiano all’interno dell’Hilton Amsterdam di Apolloaan che mi ospita molto comodamente) e gustarmi un Risotto Capesante Cozze e Gamberi con abbinamento triplice da Chardonnay…Tra Donnafugata Contessa Entellina DOC, il Blanc de Rosis di Schiopetto (anche con Tocai ovvio) e il (appena passabile) Sierra Foothills California di casa Hilton la cena passa veloce.

Uscita serale con Barbara e Marina Vizzinisi, ex direttrice de La Cucina Italiana edizione olandese, in una mitica birreria con una impressionante catalogo di trappiste e birre olandesi in genere. Vado su una incredibile Tripel e chiudo con un Genever invecchiato 18 mai provato prima e che non era proprio niente male.

Ma vi lascio il piacere di sfogliare il menu delle birre alla spina disponibili.

Si e’ fatto tardi e mi rimangono giusto 7 ore di sonno prima di stamani con le ultime SEI ore di corso tra Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige e Friuli e relativi vini. Classe commoventemente attentissima e vini di buon livello. Piacevolissima visita a meta’ mattinata di Schiopetto qui all’Hilton con un po’ di stampa wine e food che si lamenta (grande!) del fatto che i sommelier siano in Italia dannatamente sottovalutati come leva di acquisto e pochissimo renumerati per il grande servizio che rendono al vino in genere. E auspica che in futuro le cose possano cambiare aggiungendo che da produttore in noi sommelier crede molto e si aspetta che la considerazione circa l’utilita’ del nostro lavoro aumenti e metta l’Italia alla pari di altri paesi dove l’importanza del sommelier in sala e’ unanimante riconosciuta come fondamentale per il business della ristorazione.

Fine mattinata con un Pinot Grigio Isonzo DOC e un Teroldego Rotaliano prima di salutare tutti e inchiodarmi qui al PC aspettando lo shuttle per Schiphol…quasi quasi torno su in camera a godermi il panorama…