Noi in Toscana siamo stati tra i pionieri del turismo gastronomico ma non abbiamo idea del fatto che ormai il vino è un motore turistico globale che non “risparmia” paese alcuno. Un nostro affezionato cliente (Francesco Romiti ) è stato in un bel viaggio alternativo ai soliti flussi italioti (tant’è che di italiani ne ha visti pochi, incredibile!) in Uzbekistan, ex poverissima regione CCCP e adesso lo stato più popoloso dell’Asia centrale con i suoi 25 milioni di abitanti. La sua posizione dal punto di vista enologico è “strategica” almeno per il fatto che si trova appunto in mezzo alla culla della Vitis Vinifera il cui succo allieta i nostri banchetti. Non siamo ai livelli della Georgia dove già ci sono cantine famose e distribuite in Italia (di recente ho assaggiato un ottimo Rkatsiteli Grand Cru Tsarapi della Velier, scoperto da Nicolas Joly ) ma a quanto mi racconta Francesco, le cose un pochino si muovono perfino laggiù! E se anche su internet si possono prenotare “wine tasting” ecco cosa dovete aspettarvi nel racconto del “sopravvissuto” Francesco.
“Non ritengo assolutamente di essere un degustatore provetto e tantomeno organizzo i miei viaggi, mia vera passione, a seconda delle degustazioni o dei vitigni.
Mi è capitato però in questo ultimo viaggio in Uzbekistan, di poter partecipare inaspettatamente ad una “wine tasting” di vini locali.
A dire il vero è stata una vera esperienza.
La città era Bukara, bellissima e affascinante, e quella sera c’erano “solo” 38 gradi anche se il sole era già calato da un paio d’ore. All’interno di una ex Madrassa – termine per definire una scuola dove si insegna il corano, in pratica un cortile circondato da piccole aule – siamo stati invitati ad entrare in una stanzetta, non più di 16 mq., per partecipare ad un assaggio di vini. L’ambiente era molto elegante e ordinato: tavoli apparecchiati, bottiglie ben disposte e immagini al muro… niente finestre e tantomeno impianti di areazione eccetto un ventilatore sparato al massimo… Abbiamo iniziato a sudare!
Il programma prevedeva l’assaggio di 8 vini. Eravamo in quattro, due di noi erano totalmente astemi e si sono arresi al primo assaggio, noi invece abbiamo continuato a sudare… la terza ha dovuto arrendersi al terzo assaggio dato i postumi da un malessere lampo della mattina stessa… io ormai ero in un bagno di sudore… Con grosso dispiacere del gestore ho dovuto cedere anche io al quinto assaggio… a digiuno con quel caldo, niente aria e anche io con dei postumi di un piccolo disturbo era impossibile bere ancora!
Mi è dispiaciuto però dire “no grazie!” quando il gestore ci ha chesto se volevamo comprare una bottiglia da portare alla cena in famiglia uzbeka dove eravamo diretti. A dire il vero avrei voluto rispondere: “ma non lo vedi come siamo messi? Siamo cascati uno ad uno come birilli!”
Un commento sui vini? Non ho molta esperienza in merito, comunque, nonostante che qualcuno di quelli assaggiati avesse vinto qualche premio, non mi sembravano eccezionali, o perlomeno mi hanno dato l’idea di essere un po’ estremi, indecisi o truffaldini, nel senso che mi sembrava macassero di equilibrio tra olfatto e gusto, mai l’uno confermava l’altro. Ma non sono io a dover dare dei giudizi in merito…
Il viaggio invece… merita!”
Grazie Francesco per il racconto…Vi rammento alcune delle varietà comuni di uve in Uzbekistan: Bayan-Shirey, Rkatsiteli, Saperavi, Morastel, Muskat, Aleatiko, Kabern e altre più esotiche come Asyl-kara, Khindogny, Mtsvani, Kuldjinski,Soyak, Bakhtiori and Bishty.
Di queste personalmente ho assaggiato (non uzbeke) il Rkatsiteli georgiano e un ottimo Saperavi (rosso) che però era barricatissimo quindi del frutto si intuiva poco.
E capisco quindi cosa vuol dire Francesco quando parla di “vini truffaldini”…quanto al gusto, almeno per come me li ha descritti a parole credo che fossero molto sbilanciati verso le componenti dure, ovvero acidità mentre al naso erano comunque molto piacevoli di qui il grosso contrasto una volta assaggiati.
Le frontiere del vino sono infinite…e ogni giorno si scopre qualcosa di più interessante. Personalmente questi vini asiatici non mi fanno per niente impazzire (ho assaggiato anche roba turca ma mai nulla di trascendente), però fa cultura! Se volete un nome (una cantina) da tenere d’occhio, sia Francesco che il web ci dicono che sia questa Samarkand Wine che almeno il nome giusto per il mercato ce l’ha!
Bevute
Elogio della BIANCA semplicità perduta nel Chianti
Ho volutamente escluso la terminologia “classico” dal nome del post perchè parlo di due vini che della menzione “Classico” riescono a fare a meno ma riescono pure a ricreare in bocca quell’effetto “ragazza acqua e sapone” che tanto intriga anche nel vino. Ovvero quei vini in apparenza semplici, quasi banali, ma che per uno strano e indefinibile motivoti stregano portandoti a berne in continuazione. Quando poi davanti si ha una bella fiorentina (una bistecca intendo)
riescono perfino a renderla leggera da mandare giù… Sto parlando di due vini molto diversi ma che mi hanno dato reazioni simili. Il primo è il Salvino, un IGT Toscana volutamente declassato da Chianti Classico per poter usare anche uva bianca e un Chianti Colli Fiorentini Riserva dellla Az. Agr. Le Torri, una tipologia da me amatissima (ovviamente in privato perchè in pubblico dico sempre di bere solo Chianti Classico!).

Il Salvino è della Fattoria Erbolo ed è curato da Andrea Pagliantini, che ho conosciuto degustando qui sul blog il vino del 1973 che suo padre faceva a San Donato in Perano in quel di Gaiole. E’ un vino praticamente introvabile se non presso l’azienda Erbolo e nelle vicinanze ma di cui vi consiglio dimettervi in caccia al più presto. Proviene da vigne di più di 30 anni di età di Sangiovese, canaiolo, malvasia, treppiano, allevati a capo e razzolo (nemmeno io so cosa siano…). Il vino viene “governato” alla toscana dopo l’inverno e passa due anni tra botti di castagno e botti grandi di rovere. Viene venduto circa 3 anni dopo la vendemmia per essere consumato subito, io ho provato il 2004. Come vedete niente più che il rispetto di una lunga tradizione contadina chiantigiana, a partire dall’uvaggio passando per il governo (oggi farebbe più figo parlare di “ripasso”) e finendo cone le botti di castagno. E cosa vien fuori da questo processo direte voi? Ecco, un vino estremamente piacevole, fresco vivace, dai profumi vinosi e carnosi di frutta e di viola mammola,dove fragola, amarena e crostata di ciliegia si accompagnano tranquillamente senza stancanti legnosità Un vino che però ti colpisce molto di più in bocca che al naso. In bocca pare infatti un biodinamico di quelli fatti bene, con pochi spigoli ma un carattere deciso e vitale, insomma il Sangiovese al suio meglio grazie all’azione sinergica dei suoi “storici” compagni d’avventura, bianchi e non.
Solo ora (16 ottobre) mi accorgo che non sono stato il primo a parlare di questo ottimo vino! Già lo avevano fatto Tommaso Farina, TigullioVino e Franco Ziliani: sono in uona compagnia!
Il Chianti Riserva Le Torri è un ben più moderno blend Sangiovese – Canaiolo – Trebbiano Toscano – Cabernet Sauvignon e addirittura osa i 24 mesi in barrique (2° e 3° passaggio). Quindi è piuttosto il prodotto di una enologia moderna e tecnologica che un antistorico ataccamento al passato. Moderna enologia che ha prodotto due IGT di classe (Magliano e Vigliano cui , alla cieca durante la scorsa VII Selezione dei Vini Toscani, ho attribuito 87 e 89 punti. Moderna enologia, però, al di là di evidenti ed eleganti note speziate al naso, ciò che lo rende similie al Salvino è l’effetto di freschezza e vivacità che ottiene in bocca, rendendolo bevibilissimo e incantevole nella sua semplicità. Il test della bistecca ha messo in evidenza i suoi pregi come vino da ciccia, sempre pronto a rimuovere l’eccesso di succulenza ma ma troppo aggressivo con i tannini sul palato.
Sempre in pubblico, non posso dire che togliere la possibilità di mettere le uve bianche nel chianti sia stato un errore, però in privato a casa mia…sapete come mi comporto! Già mi sono beccato il bonario rimprovero di Marco Pallanti del Castello di Ama alla conferenza di presentazione del Chianti Classico ai sommelier AIS lo scorso anno, ora con questo post mi vedrò boicottare pure da qualche altro produttore! Ah, mi sono scordato un elemento fondamentale, il Salvino lo trovate in enoteca sugli 8 euro e il Chianti Riserva Le Torri sui 10,50, dire ambedue centratissimi!
English Summary: since 2006 it’s not more possible to use white grapes (trebbiano and malvasia) in any of the Chianti Classico blends and for this is very bad news! I recently tasted two chianti, one from Chianti Colli Fiorentini, Azienda le Torri Riserva 2003 and the other one from Chianti Classico zone of Gaiole, named Salvino IGT 2004 from the Erbolo vinery . I found these wine impressive notably in your mouth with soft but present tannins and a rare delicacy compared to other wines coming from these terroir. The Salvino is aged 2 year in chestnus barrels (like we did 50 years ago everywhere in Tuscany) and was freshen up with the “ripasso toscano” method for increase the body and freshness of the wine using dried grapes added to the wine after it comes out of the fermenting tank. The Chianti Le Torri Riserva is more normal with 24 months ageing in used barrique. But both have white grapes in the cepage and this in my opinion give these wines a radical new sprint that results in a easier to drink wine and more readiness. And this for many Chanti Classico bottles is not so common!
45 di questi anni…anche se è Fontanafredda!
I miei amici barolisti sfegatati al limite dell’autolesionismo su RexBibendi e il Franco Tiratore sicuramente storceranno il naso di fronte a ciò che sto per scrivere e mi diranno di cercare altri vini ed altre annate però oggi lo devo dire, un Barolo Fontanafredda del 1962 è un GRANDE VINO. Certo, lo so che il 1961 è una delle annate “grandi” e il 62 no e lo so che per un Fontanafredda qualsiasi ce ne sono a decine di migliori ma non è colpa mia se oggi era il 45esimo anniversario di matrimonio di mio zio e se l’unica bottiglia del 1962 che avevo in cantina era proprio questa…
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Aperta con la consueta maestria dal sottoscritto dopo aver letto sul cartellino penzolante dal collo della bottiglia che recitava “Fontanfredda LA grande azienda vinicola piemontese” e che mi consigliava di bere il vino tra i 20 e i 22 gradi (cioè la temperatura ambiente qualche decennio fa…ora invece mi pare sia 18-20!), ammiro il tappo intatto e integro e decisamente corto (la lunghezza oggi di un IGT da 5 euro)
. Evitando il decanter per salvaguardare il vino da shock ossidativi, ecco che con mia sorpresa nel bicchiere scivola un liquido aranciato dai riflessi bellissimi e di una limpidezza quasi sospetta! Giusto una decina di secondi perchè se ne vadano un pò di arie di chiuso ed ecco che cominciano a stagliarsi sotto il naso note di tartufo, di goudron, di lacca, smalto, di ruggine e un humus settembrino, appena mescolato ad una grassa liquirizia e della prugna secca. Non si sono molte note floreali (nemmeno le mitiche “cimiteriali” che un grande degustatore mi fece scoprire) e la poca frutta che è rimasta è decisamente sotto spirito però le note terziarie bastano e avanzano per il momento!
Nel bicchiere
intanto il vino prende coraggio e anche io mi decido a berlo rimanendo colpito dalla vivacità del vino stesso, altro che vino andato! C’è una freschezza discreta, un alcol che non prevarica e un tannino quasi dolce (seppure ancora presente!). Finale liquirizia e balsamico che non se ne vanno prima di una decina di secondi. Che vi devo dire, visto che un Fontanafredda (già MPS nel 62…) regge così il tempo ed è quasi piacevole oggi, cosa doveva essere il 1961 degustato lo scorso Aprile a Torino??? Se siete curiosi di scoprire cosa si sono bevuti nella verticale di Monfortino leggete qua ma se non vi avanzano 300 euro e passa, secondo me potete anche provare a stappare qualche bottiglia nella vostra di cantina (statisticamente un barolo degli anni 60 ce l’abbiamo tutti!!!). Non sarà un grande Barolo ma probabilmente mi pare di cominciare a capire che se è un Barolo, non è mai da sottovalutare…e se lo dice uno che continua pervicacemente a preferigli sempre e comunque un Brunello, credeteci!
p.s.
Per chi volesse provare su Ebay lo vendono a 49 euro.
English summary:
Last saturday was my uncle’s 45 anniversary of marriage so I found in my cellar an ancient Barolo 1962 Fontanafredda bottle. I decided to try opening it to discover what can be now this “normal” Barolo, not so celebrated worldwide and in Italy more know for the quantity of bottles than for the quality of the wine…And for my surprise was quite good with goudron and liquorice, sweet humus, earthiness and some old plum. In mouth was yet alive with good freshness, soft tannins and a still present body. After all a good and unexpeted surprise, since the 1962 vintage was not so good as the 1961 (but as some said to me, maybe in the ’62 wines they used a bit more of ’61 than what they could…). If you found a bottle for less than 40 € pick it up and try but if you are really looking for a fantastic old Barolo, look for Aldo Conterno’s or Mascarello’s wines.
Erstes Gewa…che? Piccola guida ai Riesling tedeschi
Qualcuno dei miei quasi 25 lettori mi chiede qualche info di più sul magico Riesling,vitigno semisconosciuto in Italia (a parte il Riesling Martini ma lasciamo stare…). In effetti non è così conosciuto e per lo più si pensa al Riesling alsaziano, oppure a vini dolci, magari icewine canadesi o vini del nuovo mondo (Eden Valley in Australia per esempio). Per la delegazione di Firenze, su consiglio di Massimo Castellani, ho organizzato unaserata AIS Firenze lo scorso Autunno (2006) qui da Burde e per l’occasione ho preparato diverse slides esplicative della viticoltura in germania e sul Riesling in particolare. Ho tratto materiale e foto da siti come DiwineTastee soprattutto ovviamente siti tedeschi! Mi spiace per i non iniziati a questa bellissima lingua ma purtroppo in inglese e in italiano c’è ancora relativamente poco.
Fate “salva” col tasto destro su questo link per scaricare le slides sul Riesling. Il formato è OpenOffice ma anche con PowerPoint dovrebbe aprirsi bene.
Per i curiosi e appassionati di foto e altro materiale ho allestito un set di foto su Flickr! con tutto il materiale jpg raccolto per la serata, magari vi servisse. Ora non mi manca che aprire il centro italiano di documentazione sul Riesling…
Intanto ecco qui la lista dei podcast dei Riesling che ho degustato:
Mosel Saar Ruwer
Markus Molitor Bernkasteler Lay Spatlese Riesling trocken 2002
ST. URBANS-HOF – LEIWENER LAURENTIUSLAY Riesling Spatlese 2003
Dom Avesbaker Altenberg Riesling Spatlese Trocken 1971 (!)
Nahe
EMRICH SCHOENLEBER – MONZINGER FRUEHLINGSPLAETZCHEN Riesling SpatRiesling trocken – 2004
Pfalz
DR. BURKLIN WOLF Riesling trocken – 2004
REICHSRAT VON BUHL – FORSTER PECHSTEIN Riesling Spatlese 2002
WAGECK PFAFFMANN Riesling Sekt trocken 2004
Rheingau
DOMDECHANT WERNER – HOCHHEIMER KIRCHENSTUCK Riesling Spatlese 2004
Toni Jost Hahenhof WALLUFER WALKENBERG Riesling Spätlese trocken 2003
FURST VON METTERNICH-SCHLOSS JOHANNISBERGER Riesling Qualitaetswein Trocken 2005
DR. HINKEL Riesling Eiswein 2004
p.s.
Mi scuso con la Martini per aver usato il suo spumante come simbolo di Riesling un pò dozzinale…ma chi ama il Riesling tedesco non è che abbia tanto da gioire nel nostro paese! E come “sekt” anche in Germania non è che si trovano esempi così favolosi.
Però anche in Italia se ne trovano di buoni, ad esempio il grande Campo della Fojada di Fabrizio Maria Marzi, se lo trovate assaggiatelo!
. E, segnalatomi da Ziliani, anche Vajra famoso Barolista dalla Langa fa un grande Riesling in Italia.
p.p.s
Erstes Gewachs vuol dire “Premier Cru” ed è il nome di una classificazione alternativa trovata da alcuni produttori per cui il sistema tedesco “classico” non tutelava sufficientemente i vigneti di maggior valore…e non hanno tutti i torti!!!
Se hai la capatosta alla fine la spunti!
Forse non siamo stati i primi a scoprirlo ma certo siamo stati tra i primi a raccontare quanto è buono tanto è che, nonostante i 25 euro cui lo mettiamo in tavola, è uno dei pochi vini che i nostri clienti ci ordinano a memoria senza aprire la carta. Oggi alloro dopo alloro (e mi sa pure cinghiale dopo cinghiale) possiamo dire che è stella di prima grandezza. Già a Londra Decanter lo ha incoronato Re dell’annata 2003 della costa (“ovviamente” davanti al Sassicaia…) e ora questa affermazione nella prestigiosa manifestazione maremmana “Vinellando”. Dico prestigiosa sia per la qualità dei componenti della giuria come Massimo Castellani e Franco Ziliani e perchè al momento rappresenta l’unica vera sfida tra Morellini di Scansano, come ci spiega lo stesso Giampaolo in un commento all’articolo che trovate qui. Il vino di cui stiamo parlando è il Capatosta dell amico Giampaolo Paglia di Poggio Argentiera che oltreché essere un blogger tra i più amati è anche fior di viticoltore. Se siete curiosi di riascoltare cosa dicevamo di questo vino in tempi non sospetti cliccate qua. Intanto vorremo prenotarci come sede di una bella verticale di capatosta e giriamo subito l invito a giampaolo che non è certo tipo da gran galà ma da grandi bevute certo che si! Ce le porti queste bottiglie da burde? Devo lanciare una petizione on line?!?
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p.s.
Complimenti vivissimi anche a Moretti e il suo Poggio al Lupo che consideriamo tra i migliori Morellini e il premio come vino più tipico sicuramente riempirà di orgoglio la Tenuta Sette Ponti, anche considerando tutte le critiche a volte un pò ingiuste che ricevono per l’eccessiva internazionalizzazione dei loro prodotti…
Una serata rosata Fuori…porta
Lo so il titolo del post è banale però vi assicuro che è l’unica parte banale della serata di ieri sera…Non sono io che posso scoprire per voi (molti mi hanno preceduto in questi 20 anni…) l’osteria FuoriPorta in San Niccolò a Firenze e soprattutto non sono il primo che parla della sua enciclopedica carta dei vini che mantiene intatto il suo fascino e soprattutto si lascia bere benissimo grazie alla scelta sempre intelligente dei vini al bicchiere. Ieri sera festeggiavamo il 39° compleanno di un amico Gherardo della Abraxas Records insieme a sommelier noti e meno noti (compreso Riccardo Margheri) e visto che pure lui è un grande appassionato e acculturato bevitore di vino (nonchè cliente affezionato delle serate enoiche da Burde…) quale posto migliore dell’Osteria di Andrea Conti??? Si mangia più che bene, si sta freschi, il personale è gentile (con punte di eccellenza, vedi l’ostessa Daniela) e ciò che è più importante per un sommelier, si possono assaggiare vini mai banali. Voglio dire, a parte i “soliti” (per me) Chianti e Morellini di livello, ieri per esempio c’era il Carmenero di Cà del Bosco, piuttosto che il Red Angel Pinot Nero di Jermann o un Fleur du Cap Passito del SudAfrica…
Insomma, ogni 3-4 mesi cerco sempre di liberarmi una serata per approfondire la conoscenza di vini e vitigni grazie ai camerieri cui chiedo sempre di portare a me e ai miei poveri commensali calici “anonimi” che poi cerchiamo di riconoscere a turno partendo da profumi e sapori che riusciamo a cogliere nei bicchieri.
Fra gli assaggi di ieri, vi segnalo un buonissimo Viogner (un mio “pallino” recente) di Calatrasi Accademia del Sole, dai profumi tipici di albicocca miele e pesca bianca, resi un pò più caldi dal sole siciliano ma sempre affascinanti. In bocca non elegantissimo ma sempre un gran bere. Tra i rossi siamo rimasti un pò perplessi dal Red Angel di Jermann (comunque da provare, ma ieri sembrava più un pinot nero toscano che friulano) mentre abbiamo avuto riprova della grande piacevolezza del Nero d’Avola Zisola dei Mazzei.
Ci è sembrato un pò troppo legnoso (ma sempre piacevole) il Teroldego di Foradori (la “base” del mitico Granato) in cui il frutto faticava un pò a farsi strada tra la cipria della barrique.
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Al naso era veramente buonissimo invece il Nebbiolo d’Alba di Sandrone, iper conosciuto per i suoi Barolo, primo fra tutti il Cannubi Boschis.
ieri nel bicchiere avevamo il Nebbiolo d’Alba
Valmaggiore e al naso era veramente di uno spessore superiore con rosa, ciliegia sotto spirito e spezie varie. In bocca un pò poco ruvido con tannini forse un pò troppo leggeri (ma il 2003 è stato difficile) ma decisamente interessante.
Tornando al nome del post, ieri sera finito di mangiare cercavamo qualche bollicina per finire in bellezza. Devo dire che le bollicine sono forse la specialità più “negletta” nella carta del FuoriPorta…non che ne abbia bisogno visto che non fa aperitivo e non serve ostriche, pesce particolare e cibi simili il cui abbinamento modaiolo richiama sempre le bollicine, però ecco in chiusura di serata il sommelier un pò evoluto e snob cerca sempre di chiudere con la bolla (anche perchè le papille sono ormai piallate dai tannini e le narici anestetizzate dai mille profumi assaggiati nelle ore precedenti).
Ecco che allora abbiamo chiesto a Daniela di consigliarci una bollicina senza spendere un capitale (altrimenti saremmo andati a bomba sulla mammina di Zanella, Annamaria Clementi) e è venuto fuori questo N.V. Champagne Francois Hemart Brut Rose della casa madre Henry Giraud da Ay. Raramente ho ricevuto una dritta migliore! E’ vero che lo Champagne rosè sta attraversando un momeno commercial a dir poco di grazia ma ciò che cerca il pubblico normalmente sono profumi fruttati stile brachetto, piacevolezza, bollicine fini e spuma bianchissima che si veda bene sul rosa…E invece raramente cercano ciò che avevamo ieri nel bicchiere…ovvero un liquido color RAME (riprova che dagli champagne accettiamo tutto ciò che riufiuteremmo in qualsiasi altro vino) acceso lucente con un perlage finissimo ma non abbondante. Nel bicchiere ci ha messo una trentina di secondi per aprirsi ma poi è stato un effluvio di note di frutta elegantissime (fragole, ribes rosso, ciliegia), di caramello, di vermouth carpano, metalliche e dolci allo stesso tempo. Corredo di tostatura e minerale (iodio, gesso) quasi da manuale. In bocca le stesse note si aprivano in sfumature più carnose e fruttate, ma sempre finissime con una piacevole sapidità residua che rendeva invitante un altro bicchiere. Ci siamo tutti ricordati le parole di Roberto Bellini sulla difficoltà di valutare con i parametri classici uno champagne, per di più rosè, e la prova era davvero lì nei nostri bicchieri!
Insomma, va bene che al FuoriPorta non ci sono 300 etichette di champagne ma se quelle che ci sono sono tutte così, chi se ne frega!!! Mi acconteterò di quelle che ci sono…
Però chiaccherando ieri sera ci è venuta una idea balsana…e se Andrea avesse voglia di aprire un posticino dedicato alle bollicine? magari con la sua benedizione e l’aiuto di qualche sommelier interessato potrebbe nascere un “Bollicine FuoriPorta” o un “Fuori Bolla” che potrebbe anche avere un certo successo visto che a Firenze SCANDALOSAMENTE manca ancora una Champagneria di livello???? Se ti piace l’idea, batti un colpo Andrea che ti seguiamo ovunque!!!
Sangiovese di rincorsa…
…sugli altri vitigni, nella classifica americana pubblicata da Steve di De Long Wine.
Mi pare sia sempre tratta dallo studio di WineMetrics sui consumi americani a tavola addirittura su un campione di 10000 ristoranti (fate conto che in una guida gambero ce ne sono sui 3000 quindi vi fate una idea del campione direi abbastanza rappresentativo). Sinceramente pensavo il Sangiovese un pò più in alto dato che mi pare sia la decima varietà al mondo come coltivazione, e invece siamo “ancora” al nono posto. Certo, però che in effetti si può dire che almeno negli USA , Italia = sangiovese!
E come altra nota, pensavo che i vitigni spagnoli avessero già colonizzato la ristorazione americana, sarà questione di tempo…
Ecco la classifica:
VARIETY and % DISTRIBUTION
Cabernet Sauvignon 16.2%
Chardonnay 14.9%
Pinot Noir 9.6%
Merlot 9.0%
Cabernet Sauvignon Blends 8.0%
Syrah/Shiraz 5.2%
Sauvignon Blanc 4.5%
Zinfandel 3.9%
Sangiovese 3.4%
Pinot Grigio/Gris 2.8%
Riesling 2.2%
Other 20.2%
Ma a vostra conoscenza, esistono dati e studi simili in Italia? Voglio dire, a parte i numeri del vino che quel “santuomo” Marco Baccaglio ogni giorno spulcia per noi, esistono dei surveys così dettagliati???
Da Burde, per quanto vale, la classifica per vitigni sarebbe questa:
1 Sangiovese 75%
2 Cabernet 9 %
3 Vermentino 6%
4 Merlot 5%
5 Chardonnay (spumanti compresi) 4%
6 Pinot nero
e da voi come sarebbe???
Cosa bevono davvero gli americani…ecco domani Italia IGT!
Al di là di annunci e roboanti cifre dei nostri esportatori ecco una bella classifica realizzta da Winemetrics e tratta da Vinography che riporta a suo valta l’esito id un report piuttosto curato sui consumi in volume di bottiglie nella ristorazione americana…
Il nostro campione è CAVIT! e su questo dovremmo essere contenti visto che nei top 25 l’unica altra azienda italiana è Ecco domani, conosciutissima in USA con etichette semplici d’impatto e modaiole (la parola “fashion” compare nel sito molto più di “wine”…) che sembrano essere uscite dal manuale del perfetto bocconiano! Uso del claim, frasi a effetto, messaggio chiaro, logo accattivante…
Tanto di cappello a Fabrizio Gatto che è l’enologo dietro a questi vini che in effetti sembrano incorporare quello che gli americani chiedono all’italia ovvero moda e vino abbordabile e semplice da consumare…
Tanto semplice che, addirittura saltando tutte le nostre discussioni su Italia IGT, sono già arrivati alla DOC Italia…
Ecco come appare qui la scheda del Chianti Ecco Domani:
Varietal Content: Sangiovese 90% – Merlot 10%
Appellation: Italy
Alcohol: 12.6%
Residual sugar: 0.19 g/100ml
Total acidity: 0.56 g/100ml
pH: 3.6
Avete letto bene “appellation Italy”!
e allora mi sa che la questione se una IGT Italia deve nascere si risolve da sola…
p.s.
mi sono gustato un pò il sito di Cavit, secondo me fatto parecchio bene e persino con dei bei video (anche se un pò troppo agiografici) con le degustazioni dei vini! Bravi!!! Peccato che gli devi praticamente dare anche il codice fiscale per poterli vedere…
p.p.s
rispondendo a Slawka, il vino fatto per il mercato esiste davvero ed è pure italiano!!!
Classe di ferro: Chianti Classico San Donato in Perano 1973 (Gaiole in Chianti)
Al mare come vedete mi sono portato i compiti per le vacanza…ovvero tutti quei vini che nel normale tran tran di tutti i giorni non riesco a (de)gustarmi come vorrei, me li cumulo in una cassetta che porto con me in vacanza, tempo notoriamente in cui si dovrebbe avere qualche minuti in più per le funzioni preferite. Nel mio caso, provare vini fuori dal solito. E l’occasione stavolta viene da un intervento di un mio lettore Andrea Pagliantini che ha riconosciuto nella foto dei vini che avevo raccolto per il mio 34° compleanno qualche settimana fa un vino del Chianti Classico cui suo padre aveva lavorato e che aveva sempre dipinto come favoloso e soprattutto uno di quei vini “fatti come si facevano una volta, cioè con l’uva”.
Luoghi comuni a parte, è sempre interessante e istruttivo per un sommelier cimentarsi con annate così vecchie perchè colore, profumo e struttura dei vini sono così stravolti da costringerti a rivedere alcuni dei canoni usuali di degustazione dei vini. In particolare riscoprire una serie di descrittori aromatici veramente difficili da utilizzare se non in verticali molto profonde.
Ma vediamo cosa è rimasto di questo Chianti di ben 34 anni fa…
Innanzitutto due righe sulla conservazione. Si tratta di una bottiglia che ho trovato in cantina da Burde la cui temperatura varia tra i 15° invernali e i 22° estivi con umidità ideale intorno al 65%.
Si trova in cantina da Burde almeno dai primi anni 80 ma proveniva da una collezione privata di cui ignoro dati di conservazione. Assaggiare questo vino era quindi sia provare le capacità della cantina di Burde (arrivata intorno ormai alle 10mila bottiglie…) e anche capire cosa era il tanto vituperato Chianti degli anni 70 (ovvero quello pre-Tignanello). Il tappo si è presentato coperto di muffa e altro materiale nerastro polveroso ed era piuttosto cedevole ma al momento di girare il verme del cavatappi al suo interno ha offerto una certa resistenza e soprattutto si è udito un distinto “ssss” di fuoriuscita d’aria che mi rincuorato sul fatto che comunque aveva retto nel tempo.
Il vino si è presentato di un ovvio color marrone granato con lampi mogano piuttosto intriganti, non arancione o ossidazione spinta per intenderci.
Al naso stranamente si è aperto quasi subito e ha cominciato a spandere profumi decisamente piacevoli!
Grande è stata la mia sorpresa perchè mi immaginavo di dover aspettare almeno qualche minuto…invece ecco che una netta nota di prugna secca si faceva strada tra sentori di leggero goudron e deciso humus e sottobosco autunnale. Col tempo dal bicchiere sono usciti anche thè nero, fiori essiccati, un bellissimo aroma di sandalo, e tutt’intorno si delineava un quadro ancora più suadente di ferro, castagne, anice, paraffina. Tutte note degne di un gran Sangiovese, sicuramente aiutato da un pò di Canaiolo (ma anche qualche uva bianca ci sarà stata di sicuro). Note di profumi che in effetti ricordano più un Brunello che un Chianti Classico! E volendo fare un esempio più vicino, molto simili a quelli che ho sentito di recente alla Verticale di Bucerchiale della Fattoria Selvapiana alle Corti a San Casciano dove un grandioso 1966 tolse il fiato a tutti gli intervenuti (anche lì Sangiovese, Canaiolo e Trebbiano, però Chianti Rufina, più avvezzo a certi exploit di longevità). Tra l’altro, nel mio San Donato era presente anche il bellissimo profumo di “cesto di selvaggina morta” coniato dal grande Paolo Baracchino
In bocca, il San Donato 1973 (devo scriverlo di nuovo per crederci!) ha dimostrato una bevibilità estrema con una acidità ancora presente in grado di bilanciare insieme ai tannini il grado alcolico e far sì che il vino si dimostrasse anche al gusto inequivocabilmente VIVO e capace di regalare emozioni.
Ha deliziato la nostra cena a base di bistecca alla fiorentina la cui succulenza era ben gestita dal tannino e dall’alcol residuale. Certo il corpo non era più quello di un tempo ma faceva comunque bene la sua parte. Persistenza nell’ordine dei 4-5 secondi con nota di liquiriza netta, tabacco da masticare e marcata sensazione calorica al palato.
Che dire? Di sicuro non era un vino che all’epoca rientrava tra quelli considerati da conservare per decenni, frutto anche di un’annata buona ma non certo eccezionale…insomma un vino da tutti i giorni, da bersi giovani con due anni o 3 sulle spalle…e invece di anni ne sono passati 34 e questo vino sta ancora qui in piedi accanto a me ed è vivo e vitale, capace di dare una emozione rara alla mia tavola. Dico solo grazie al babbo di Andrea Pallantini di aver lavorato così bene allora e soprattutto continuo a pensare che togliere la possibilità di usare le uve bianche dal Chianti Classico sia stata più una mossa politica che enologica…
Le bollicine dell’Oca…le scelte di Armando Pardini
Uno dei piaceri preferiti di un sommelier (a parte ovviamente bere e assaggiare) è quello di andare in un locale famoso per la sua carta dei vini, curatissima, completissima ed enciclopedica (anche come formato stampa) e poter dire al povero malcapitato sommelier di turno: “faccia lei…”.
Del resto un sommelier se no che ci sta a fare? La sera arriviamo sempre stanchi e affamati e di tempo da perdere con le carte dei vini in genere se ne ha poco e a meno che non si voglia stupire un commensale con la nostra conoscenza di un rarissimo vino della carta, preferiamo sempre affidarsi alle cure di chi in teoria quei vini li ha scelti.
Ad Armando, oltre a chiedere “faccia lei” ho anche richiesto di presentarci 3 tipi diversi di champagne particolari possibilmente non uvaggio (quindi fatti con un vitigno solo) e non millesimati (questo perchè la considero una tipologia “invernale”). Ho aggiunto Poi che non volevo grossi nomi ma possibilmente piccoli produttori semi artigianale e non spendere un capitale…
Il che è frustrante quando in carta hai la creme de la creme della bollicina francese ma tant’è…

Siamo partiti con questo Pinot Meunier in purezza di Andrè Brochot che ci ha piacevolmente deliziato con una bollicina fittissima (anche se un pò grossolana), robusto di corpo ma delicato di aromi e profumi, tutto giocato sul frutto pesca e albicocca con un lievito leggero e quasi dolce. Come Roberto Bellini ci insegna, netto e distinto abbiamo anche sentito il mitico sentore di “pinolo”, spesso presente nei Pinot Meunier. In bocca mostrava anche una bella sapidità che lo ha reso perfetto sui pici al pesce e fagioli.

Come secondo vino Armando ci ha proposto questo FAVOLOSO blanc de blancs da Chardonnay in purezza, Lancelot Royer , una selezione speciale (non più di 5 mila bottiglie/anno) per un artigiano che tiene i suoi vini di riserva in 3 botti di 30, 60 e 90 anni di vita…fa quasi tutto a mano e distribuisce non più di 30mila bottiglie all’anno in totale. Al primo naso è stato veramente da brividi con una particolare unione di nocciola burro e aromi floreali tipo mughetto ginestra e sentori decisi di pasticceria. Tutto intorno spezie invitanti e una nota di miele in sottofondo, Insomma un capolavoro!
Il terzo champagne proposto è stato un Pinot Nero in purezza, la Cuveè Reserve di Bauser Les Riceys per i commensali l’archetipo dello champagne con i suoi profumi fruttati quasi di lampone e frutta rossa mescolati a note di gesso e croissant caldo. Sembrava in effetti un Veuve Cliquot un pò più deciso, comunnque complesso e avvincente, però a mio avviso il precedente era superiore (ma qui più sulla qualità oggettiva si va sui gusti personali!).

Sul finire mi sono imposto sugli altri commensali (che volevano smettere di bere…) e ho ordinato di mia iniziativa un vino dolce calabrese, curiosamente il vino dolce italiano meno costoso di quelli in lista) un rarissimo Greco di Bianco Passito 1997 di Vintripodi. Capito spesso in Calabria e pure lì non è facile trovare veri greco di bianco e quindi trovarlo a Viareggio mi è parso curioso. Il vino era color mogano con una bella consistenza e riflessi ambrati bellissimi. Al naso poca o nessuna ossidazione ma tanta spezia come sandalo e liquirizia con poi note di frutta secca (datteri, albicocca) a fare da dominante. Note di miele e caramello completavano il quadro che comunque di minuto in minuto cambiava notevolmente. Soprendente la freschezza in bocca e la scorrevolezza del vino che ne facevano un fine pasto di assoluto livello.
Che dire? Se ai 3 champagne qui descritti aggiungere un ottimo champagne rosè in apertura servito con le entreè, io direi che abbiamo bevuto benissimo senza spendere una fortuna e facendosi un bel giro di quello che lo Champagne offre oggi.
Qualcosa che però va un pò cercato, come hanno fatto Armando e Adolfo direttamente in Francia e gli siamo grati per aver pescato delle perle interessanti. Quanto da me come sommelier ad Armando va un grande Grazie per avermi fatto sentire nella mia cantina e una grandissima INVIDIA PROFONDA per tutte quelle bollicine che è costretto a bere ogni giorno!
Non so se le cambierei con i “miei” sangiovesi”, però ogni tanto…
Per ora grazie Armando e grazie Adolfo, alla prossima!
