Arali è basata sulle uve autoctone, quindi è il miglior Sangiovese che abbiamo — 80% — e 20% di Colorino. Il Colorino è un’uva che poi è il Colorino del Corno, in zona molto comune: un’uva piccola, molto tannica, con tanto colore. Va trattata bene, perché altrimenti ti può dare delle note stringenti, ma c’ha proprio questa bella struttura, questo bel colore, che ti aiuta un pochino a sostenere il Sangiovese. Tornando anche un po’ al vino di prima: man mano che ci stiamo spostando da Fonteboni ad Arali a Bonorlo, cambiano i contenitori dell’affinamento. Fonteboni è botte grande, cemento, acciaio — quindi tutti contenitori un po’ più neutri. Qui invece si passa già alla botte tradizionale, quindi la botte grande e un pochino di tonneau di rovere francese da 600 litri. Ecco, per ora è il mio preferito — poi vedremo che succederà. Il mio preferito perché c’ha proprio questo carattere della vecchia vigna, questo gusto che a me ricorda quelle zone. Maryamado, queste note un po’ resinose, queste note di sottobosco… il frutto si fa più scuro, si fa più ribes rosso-nero, un po’ più di mora di rovo. Però si sente che c’è il sangue verde, c’è l’arena, c’è la viola — che magari qui è candita. C’è un po’ di legno, effettivamente: magari col tempo la gestione delle botti chiaramente arriverà, quindi immaginate, sono tutte botti nuove, per forza un vino può essere un po’ più rigido. Però se gli date il beneficio della novità del legno, in realtà sentite che il frutto è bello. Cioè, questo frutto delle vecchie vigne c’ha questa nota un po’ più umami, un po’ più ferrosa, un pochino più speziata — una complessità che anche al naso è poco decifrabile, però che in bocca, al di là dell’effetto un pochino del legno, si vede quant’è la profondità, e soprattutto la saporosità che c’ha questo vino. Avete magari provato su questo piatto? Lì avete un doppio: avete la guancia, quindi avete il formaggio, e c’avete l’umami del vino. E quindi il piatto sarà sembrato molto più ricco e molto più complesso di quanto non fosse senza vino, proprio perché l’umami, la profondità, l’estratto di queste vecchie vigne si combinano con la guanciale — così come la pancetta — concentrato di umami, e il piatto diventa… insomma, praticamente in teoria potreste finire la cena qua e sareste tranquillamente soddisfatti senza bisogno di altro. Proprio perché i due si rincorrono. La magia delle vecchie vigne è proprio questa: ti dà questa idea, questo senso del luogo, il senso del territorio. Secondo me questo vino lo centra molto bene. Anche la scelta di fare solo uve autoctone — e anche il Colorino è di nuovo un elemento di territorio. Prima parlavo della Tenuta del Corno: il Colorino è una bestia difficile da trattare in purezza, secondo me è meglio smettere di provarci, nonostante ci provano tutti. Questo Colorino poi è veramente tannico, ispido. Quindi qui è il Sangiovese che dà la parte dolce e il Colorino che dà la parte serrata — a volte invece c’era il contrario: in altre zone il Sangiovese era ammorbidito. In questo caso è il Sangiovese che ammorbidisce, però è un Sangiovese di vecchia vigna, giocato sulla freschezza e l’immediatezza. Quindi questo è un vino anche qui molto versatile, ma anche molto divertente da assaggiare e da gustarselo così
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