d’alterio

Harte – Bolgheri Superiore 2022 | Tenuta Fratini


Cosa è stato fatto a Tenuta Fratini? Una cosa veramente pionieristica: parlare di Bolgheri per zone.
Bolgheri è sempre stata una denominazione dove le uve migliori danno i grandi vini, e poi a scalare — le selezioni successive — per fare il secondo e il terzo vino. Noi, con i Fratini, abbiamo cercato invece di dare qualità alla zona in senso territoriale. Siamo l’ultima delle grandi denominazioni del mondo che ancora non ha una zonazione interna. Eppure, quanto sarebbe bello vedere questa mappa — vedere il mare là sotto che illumina tutti i vigneti di Bolgheri, divisa dal Fosso di Bolgheri e da un altro fosso in tre macro zone distinte per matrice geologica.
Andare a rincorrere le grandi denominazioni del mondo — la Borgogna, il Barolo, l’Etna con le sue Contrade, il Chianti Classico con le UGA — Bolgheri, la più grande denominazione a livello commerciale d’Italia, ancora non parla di territorio. Ma stasera ne parliamo
Harte, che state assaggiando, viene dalle nostre zone più fredde. Siamo in questa zona esposta a nord, dove le vigne di Harte ricevono il vento che arriva dall’interno della Toscana — non il corridoio tirrenico, quella brezza tiepida che si genera tra Capraia, Elba e Gorgona e spira verso nord, ma un’aria più fresca, più continentale. Una zona molto fresca, tra i 150 e i 210 metri sul livello del mare, con il 37% di calcare — come nelle grandi zone viticole del mondo: pensate alla Côte d’Or con il suo calcare bioceano, o a Chablis con l’ostreite. Calcari straordinari che danno un’energia debordante a questo vino.
Nel bicchiere: Harte è un taglio di 40% Franc, 40% Merlot, 20% Cabernet Sauvignon. Come Clinio, fa 12 mesi di barrique, ma in questo caso il 30% sono nuove. Questi però sono dettagli — quello che è importante è sentire l’elettricità di una vigna esposta a nord, su calcare. Questa nota super dinamica, questo frutto molto fresco — già annusandolo avrete sentito una certa verticalità, quasi tagliente. L’acidità sarà uno dei suoi marcatori più importanti. Ma lascio la degustazione ad Andrea.
Lo spostamento che fa Davide sulla degustazione è esatto, ed è vero — ai corsi di sommelier sembra che si impari soltanto a chiacchierare, a elencare profumi. Invece la cosa importante — e lo si capisce probabilmente dopo un po’ che si pratica e si beve — è proprio cogliere il carattere del vino.
È molto più importante che Harte trasmetta quello che ha raccontato Davide, al di là del calcare — che ovviamente nessuno percepisce direttamente, a parte Jacky Rigaux con la sua degustazione geosensoriale, che racconta dove vanno le radici della vigna e come queste si risentano nel vino. Ma non è quello il punto. Il punto è la sensazione: se queste vigne sono esposte a nord, in un posto fresco, quella freschezza deve sentirsi. Che si traduca poi in specifiche molecole aromatiche è secondario — non è il focus, e non deve distrarvi.
È anche il motivo per cui a volte si dice: “Boh, il vino non fa per me, metto il naso e non ci sento nemmeno la ciliegia.” Ecco — non devi sentire la ciliegia. Non devi sentire il ribes, il cardamomo, il pepe di Betty, le bacche di Goji. Oggi vanno di moda le bacche di Goji — diciamo che spopolano — ma non è quello l’importante.
L’importante è che metti il naso nel bicchiere e ti accorgi che da un lato c’è l’archetipo del vino rosso: frutta di bosco, more, una trama in parte toscana — un po’ più larga, un po’ più avvolgente rispetto al modello bordolese — e dall’altra parte c’è quella scossa elettrica di cui ha parlato Davide. Quella corrente, quella brezza piccante. Come il venticello fresco che ci ha sorpreso in questi giorni: era caldo, ci sembrava arrivata la primavera, ci siamo vestiti leggeri, e poi — ecco la brezza. Ecco Harte: arriva a rinfrescare, a riportarvi in una dimensione più equilibrata, a dire un po’ troppo caldo, no?
In bocca, ha l’equilibrio. Il tannino si sente — è pur sempre un Bolgheri Superiore 2022, vini giovani che escono adesso e che, come tutti i bordolesi, traguardano i 10-15 anni. Però hanno una finestra in cui si apprezzano già ora. Il bel frutto emerge anche in bocca, il tannino c’è ma non vi asfalta il palato, rimane gradevole. La lunghezza, sì — si sente un vino che vuole scappare, vuole correre. Per ora si trattiene, ma dà una soddisfazione incredibile.
Questo è un vino che aprite su qualsiasi tavola e la serata ruota intorno a lui. Stasera abbiamo altri vini straordinari dietro, ma già questo Bolgheri Superiore, già così giovane, ne mette dietro tanti.

Hortense – Bolgheri Superiore DOC 2022 | Tenuta Fratini

Il vino nasce in questa vigna qui, a 235 metri sul livello del mare. Per Bolgheri, l’Everest — si è parlato prima della vigna a 350 metri di Grattamacco, che è una delle aziende più importanti del Bolgherese e che vigna anche a 220 metri. Ormai tante aziende fanno dell’altitudine un punto di forza, in questo clima sempre più caldo. Qui siamo tra i 235 e i 380 metri, su suolo vulcanico.
Dici: a me che me frega del suolo vulcanico? È importantissimo. Questa componente minerale, con un pH molto basso, permette un assorbimento ottimale di calcio, manganese e potassio. L’uva cresce con una buccia spessa — quando vai a raccoglierla si stacca difficile dal raspo, è bella densa, e quando la schiacci è bella colorata.
E questo ci importa, eccome — perché la componente aromatica è fondamentale. In questa zona nord-nordest l’uva matura a oltranza: si raccoglie una settimana dopo tutte le altre vigne, estremamente carica aromaticamente, profumatissima, con un’acidità bella succosa.
Questo è un vino molto particolare, perché racconta quello che dovrebbe essere il marcatore identitario di Bolgheri: la mediterraneità. Come il pepe nero ha fatto per il Syrah, come la garrigue ha fatto per Châteauneuf-du-Pape, così il Mediterraneo dovrebbe fare per Bolgheri — con queste note di mirto, alloro, elicriso, lavanda che sono straordinarie dentro questo vino e che rappresentano l’identità ferrea di tutta la costa mediterranea.
Hortense ha un po’ più di Cabernet Franc — siamo sul 54% — con pochissimo Merlot. Affinamento e vinificazione sono i medesimi degli altri vini.
Nel vostro calice stasera state assaggiando tre territori diversi, tre zone diverse, tre matrici geologiche diverse. Questo è veramente rivoluzionario: stiamo dando a Bolgheri la capacità di parlare di zone e suoli differenti, come ha fatto la Borgogna quando a La Tâche sei qui, e a La Grand Rue sei lì — ed è completamente diverso. Come è possibile, se l’uva è la stessa? Ecco, stiamo iniziando ad avviarci su quella strada: parlare di territorio, darvi la possibilità di emozionarvi nel calice non solo attraverso la bravura enologica, ma attraverso un racconto che susciti qualcosa — anche quando portate due bicchieri a qualcuno e dite: “Senti che differenza.”
Andrea Gori
Questo vino racconta territorio, certo, ma c’è anche una volontà esplicita di fare un grandissimo vino. Se guardate le rese per ettaro — dove spesso si parla di 70, 80, anche 100-120 quintali, e molte DOC sono su quei livelli — qui siamo sui 10-20, massimo 20-30 quintali. Quando si vuole fare un grande vino si fa una grandissima selezione: gli acidi perfetti, la concentrazione, l’estrazione. Ed è quello che hanno realizzato qui, da vigne relativamente giovani. Impressionante.
La mediterraneità è fortissima, e forte è la presenza di Cabernet Franc. Lo sapete che il Cabernet Franc è il progenitore, il più antico dei vitigni bordolesi — un po’ come il Pinot Nero per Borgogna, il Sangiovese per la Toscana, il Nebbiolo per il Piemonte. Il Cab Franc è il capostipite di Bordeaux. Oggi a Bolgheri tutti hanno perso la testa per il Franc — c’è questa voglia di tornare al ceppo originario.
La prima cosa che emerge in questo vino non è il frutto — che è il primo pensiero quando si pensa a Bolgheri — bensì la balsamicità. Poi ci sono tutte le note che ha descritto Davide: il pepe, la verbena, il neroli, sentori di macchia mediterranea che virano anche verso qualcosa di esotico. Ho avuto quasi un ricordo di Borgogna — di Vosne-Romanée, dove qualsiasi cosa sembri arrivare — ma anche lì quella complessità deriva dalla capacità di quelle uve di maturare con un equilibrio perfetto tra buccia, pH e alcol, estraendo qualcosa che altrove non si ottiene.
Poi c’è la vinificazione, il rapporto con il legno — e si sentono: le note tostate, il cacao, la noce di cocco, un po’ di sottobosco autunnale, qualche nota ematica, ferrosa. Un bicchiere divertentissimo da annusare — a ciascuno di voi dirà qualcosa di diverso, perché quando ci sono così tanti profumi, ognuno ci sente quelli a cui è più abituato.
Ma soprattutto — e questo per me è straordinario — questo vino è eccezionale in bocca.
Oggi è un giorno un po’ triste per il mondo dell’enologia, perché è morto Michel Rolland — l’inventore del Bordeaux moderno, e in un certo senso anche del Bolgheri moderno, perché senza di lui non sarebbe quello che è. È stato lui a trasformare i vini bordolesi da claret leggeri e freschi a vini più corposi e ricchi, portando avanti la maturazione dell’uva, garantendo un frutto più completo e costante anno dopo anno. E soprattutto, quella capacità del tannino di massaggiare la lingua e il palato da tutte le parti senza mai stancare. Questo è uno dei pochissimi vini italiani che ce l’ha davvero.
Ovviamente non mancano barrique e attrezzature, ma alla fine, a parità di tutto, la cosa fondamentale è portare il frutto a una maturazione eccezionale. E a Bolgheri il sole non manca — quello che spesso manca è il contrasto. L’escursione termica c’è qui, non altrove. E quando vuoi portare avanti la maturazione senza perdere la freschezza, devi venire in posti come questo. Ottieni così vini molto concentrati, molto fruttati, ma comunque ariosi — il sorso finale mette voglia di riberne. Non è un vino pesante: è chiaramente un vino importante per tipologia, non è il Clinio da bere in qualsiasi momento, però come tutti i grandi vini in realtà si beve anche a secchiate — una bottiglia in due, o con una magnum. Stasera vi stiamo servendo mezze magnum, giusto per essere pratici — e con la vostra mezza magnum, in due, un po’ di formaggio: è una di quelle carezze, uno di quei piaceri che è bello concedersi.
Poi lo sperimenteremo sul piccione — e attenzione, il piccione è una carne ricca e speziata, ma non è uno stracotto, non è un cinghiale. Mio fratello ha scelto questo abbinamento proprio per sottolineare il carattere arioso del vino: come i piccioni volano, così vola anche questo vino. Speriamo voli bene nei vostri bicchieri.