Michele Biraga direttore di Viandante del Cielo, ci racconta come George Lucas è finito in Umbria per la sua avventura nel vino dopo i vigneti e i vini in California e in Francia.
La famiglia di George Lucas ha acquisito un convento che nel 2007 in cima alla collina sopra Passignano sul Trasimeno era quasi abbandonato e attorno non c’era niente a livello di vigna: c’erano solo alberi, qualche olivo, ma era quasi tutto terreno incolto. Ci sono voluti un paio d’anni per rinnovare il convento e renderlo adatto a essere la loro casa in Italia, e nel 2010 hanno iniziato a pensare di affiancargli anche un piccolo progetto vitivinicolo.
L’incontro con l’enologo, Maurizio Castelli, la persona che segue il progetto fin dall’inizio e che sta dietro a tante delle etichette che vedete in questa realtà, è avvenuto proprio nel 2010. E non è servito incontrare nessun altro enologo, perché Maurizio e la famiglia si sono capiti subito. La famiglia ha chiesto a Maurizio di fare qualcosa di pionieristico, di essere il più visionario possibile, di fare una cosa che nessuno aveva mai fatto in Umbria, o anche nel centro Italia, se vogliamo allargarci un pochino.
Maurizio si è divertito: come vedete abbiamo dieci varietà, e anche se non sono dichiarate ce n’è qualcuna in più. Si è divertito perché la famiglia gli ha dato completamente carta bianca. Non è arrivata chiedendogli un Sangiovese o una bollicina, gli ha dato la collina nuda e gli ha detto: mettile il vestito che le sta meglio, scegli tu i tessuti, scegli tu se vestito da sera o da cocktail, scegli tu quella che secondo te è la vestizione migliore per questa collina.
Maurizio ci ha messo un paio d’anni per studiare i suoli, la chimica del terreno, l’andamento climatico della zona e soprattutto il modo in cui questa collina si affaccia sul lago Trasimeno. Nella fotografia non lo vedete, ma tutta la parte sulla destra si affaccia completamente sul lago, che è croce e delizia. La croce è l’umidità che il lago porta. La delizia è l’effetto di volano termico, che ci aiuta a evitare le gelate di tarda primavera, ma soprattutto, e ne parlerò poi con il Viandante, quindi con il Cabernet e il Merlot, il fatto di dare ancora più luce e più calore ai grappoli: dal pomeriggio in poi abbiamo tutta la luce riflessa dal lago che verso il tramonto torna sui grappoli. Il Cabernet in particolare, che sta nella parte alta della collina, prende luce dall’alba al tramonto più quella riflessa dal lago.
Quello che invece abbiamo ora nel calice, il Lungolago, viene da un vigneto che in realtà sta in una piccola valletta interna molto più fresca…
Stasera vi abbiamo portato tre annate diverse di Lungolago per farvi vedere cosa vuol dire lavorare in un progetto che cresce. Non vi ho portato la nascita, perché la 2019 è finita e la 2020 pressoché anche [con la pandemia di mezzo]. Abbiamo 2021, 2022 e 2023, e la differenza la vedete già nel calice, ma la sentirete al naso e la assaggerete in bocca: è proprio l’aspetto di un vigneto che cresce, ne parlavo prima con i ragazzi.
Può sembrare che ci sia una non coerenza tra un’annata e l’altra, che potrebbe suonare come un campanello d’allarme, un difetto di lavorazione della cantina. In realtà noi finora siamo sempre stati onesti con quello che madre natura ci ha dato, senza comprare nulla da fuori, senza aggiungere nulla in cantina, cercando di lavorare nel modo meno interventista possibile. Per questo vedete una differenza molto forte soprattutto con la 2021.
Faccio un passo indietro, cronologicamente parlando. Vi ho detto che nel 2010 hanno iniziato a pensare al progetto; Maurizio ha impiegato due anni per studiare la collina e nel 2012 ha presentato il progetto che vedete in fotografia. Il vigneto però è stato piantato nel 2014, perché ci sono voluti un paio d’anni di lavori nella proprietà per allungare e allargare alcune terrazze e fare spazio alle viti. Quindi l’impianto di tutto il vigneto è del 2014, con la prima vendemmia dei rossi nel 2018 e del bianco nel 2019: essendoci più ettari di rosso, nel 2018 si è riusciti a fare qualcosa in più, mentre di bianco c’era davvero pochissima uva, che è finita banalmente nei rossi.
La differenza dei tre colori nel calice dipende da come è fatto il vigneto: lo Chardonnay è in fondo alla valletta e il Grechetto sulle cinque terrazze che si affacciano sulla valletta. Lo Chardonnay ha avuto uno scatto nella crescita, è cresciuto più facilmente, perché a fondo valle hai sempre un po’ più acqua e un po’ più nutrienti, che arrivano anche per gravità. Le cinque terrazze di Grechetto invece hanno impiegato più tempo per arrivare a piena maturità, a un’età adulta.
Vi abbiamo servito volutamente i vini al contrario, 2023, 2022, 2021, perché la 2023 è un’anteprima, non è ancora in commercio. In questo momento siamo in commercio con la 2022, e la 2023 sta completando il suo percorso in bottiglia prima di essere rilasciata, mentre la 2022 e soprattutto la 2021 sono arrivate a una pienezza, a un percorso completo. Servirle in ordine cronologico avrebbe spento troppo la 2023, l’avrebbe coperta.
Il ragionamento era farvi vedere cos’è un vino che cresce, e potete giocare in entrambe le direzioni. La differenza principale, oltre al colore, la troverete al palato, perché la 2021 tende a fermarsi un po’ prima: arriva a metà lingua e poi sembra quasi scomparire. È 80% Chardonnay e 20% Grechetto, poi salendo con le annate si va quasi verso un 50 e 50: la 2022 è 60 e 40, nella 2023 abbiamo 55 di Chardonnay e 45 di Grechetto.
Il Grechetto cosa fa? Allunga, porta lo Chardonnay fino in fondo alla lingua, fino in fondo al palato, aumenta sicuramente la freschezza e la beva e aumenta anche la vita della bottiglia, perché con più acidità e più freschezza il vino ha qualche anno di vita in più in bottiglia.
Questo dipende molto anche dal vigneto in sé. Lavorare con un vigneto che cresce, io non ho figli, ma è come lavorare con un bambino che cresce: questo è il terzo, il quarto e il quinto anno [di produzione] del vigneto. Se a un bambino di tre, quattro, cinque anni scatti una fotografia a ogni compleanno, sarà molto diversa di anno in anno, come le tre annate che avete nel calice. E da un bambino di tre, quattro, cinque anni non possiamo aspettarci che corra una maratona, quindi non possiamo pensare che la vita di questa bottiglia sia di dieci, quindici anni: dipende dall’uva che madre natura ci ha dato. Come vi dicevo, noi siamo sempre stati molto poco interventisti, quasi per nulla in realtà, per cui quello che assaggiate è la verità più grande che possiamo darvi dal nostro vigneto.
È un’onestà che caratterizza molto Maurizio Castelli, ma caratterizza anche la famiglia. Io ovviamente all’epoca non c’ero, però non faccio fatica a pensare che nell’incontro tra queste persone si siano trovati subito sulla stessa lunghezza d’onda, perché [Giorgia?] a modo suo è molto con i piedi per terra, assieme a noi, e Maurizio è uguale. È un enologo molto famoso nel settore, segue sessanta aziende, ora forse sta calando un po’ perché vorrebbe andare in pensione, ma non ci andrà mai, fortunatamente per noi. È un enologo con le scarpe sporche tutti i giorni: non è arrivato in giacca e cravatta a sedersi in laboratorio davanti ai campioni. Da noi in cantina passa due volte alla settimana, quindi faccio fatica a definirlo un consulente esterno, perché è parte del progetto da sempre.
https://youtu.be/ZteIOuHLiuo