trattoria

Chianti Colli Fiorentini Torre a Cona Crociferro 2022

La zona, qui siamo a Rignano… La zona di Torre a Cona la vedete – soprattutto se non guidate – quando passate la galleria andando tra Firenze Sud e il Valdarno, sulla sinistra. Si scorge, si nasconde un po’, ma poi quando la vedete da vicino è chiaramente maestosa. Ma anche le vigne sono incastonate in queste balze anche abbastanza integre. Il carattere è di una zona che teoricamente, appunto, è Chianti Colli Fiorentini, ma sarebbe quasi una zona a sé, perché ha un’umidità, un microclima molto particolare. Questo Chianti per certi versi assomiglia quasi più alla Rufina sotto il punto di vista dell’acidità, però ha una nota ferrosa, misto sanguigna, sapida in bocca, che si sente in tutti i vini rossi della tenuta.
E poi l’altro aspetto importante della tenuta sono queste cantine con veramente 500 anni di storia, che hanno un microbiota particolare al loro interno – tutto quello che sono i lieviti, quando si dice “lievito autoctono”. Ecco, queste cantine storiche, se non sono mai state distrutte, sventrate, risistemate, e mantengono questa particolarità aromatica… E poi lo troviamo qui: lo sentirete in maniera molto piena e sottile, poi lo sentirete nel Molino degli Innocenti quanto riesce a prendere di questo intorno.
Intanto qui ci piace per questa nota, per questo agrumato, questa nota quasi di arancio, sanguinella, di questo bel Sangiovese: la ciliegia, questo rosso, la fragola. Un vino scattante, fresco, delicato, che però ha una sua forza e struttura.
Ottimo su salumi, carni bianche e paste asciutte o ripiene con sugo intenso ad esempio le tagliatelle con il Colombaccio di Paolo Gori!


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Villa Dora – Lacryma Christi del Vesuvio DOC 2024

Abbiamo toccato appunto i Greci, e qui siamo nella Magna Grecia: la vera Grecia, la Grande Grecia comprendeva il sud Italia. E i Romani — vero, il vino lo facevano anche gli Etruschi, ma i Greci erano quelli a cui si ispiravano. E fra i vini più famosi ai tempi dei Romani c’era il Falerno, e c’era anche tutta l’area del Vesuvio, dove il vino veniva prodotto. Come mai? Prima abbiamo appena citato Pompei, quindi ci sta bene: su Pompei, il Lacryma Christi. E qui siamo appunto sul Vesuvio.
Questa azienda, Villa Dora, è la prima azienda a fare biologico in una zona dove effettivamente il biologico non è difficile da fare, però diciamo che a livello culturale sono arrivati più tardi. Vigne di quarant’anni: Aglianico e Piedirosso sul rosso, su bianco invece Caprettone e Coda di Volpe sono i due vitigni che vengono utilizzati. Il Caprettone non è che sfancia le bollicine — insomma, adesso è una zona diciamo esplosiva dal punto di vista delle proposte, di quello che viene fuori
Questo invece è un prototipo molto molto interessante di vino. Lo avevamo servito con la trippa; ora col cinghiale fa un po’ fatica, ci vogliono vini più strutturati — adesso vi chiederemo o vi portiamo un altro bicchiere, perché vi versiamo anche la Barbera che ha la struttura per stare dietro al cinghiale. E invece questo è un vino rosso molto moderno in realtà, un vino vulcanico, quindi su suolo vulcanico. Che vuol dire? Ha una componente salina — non è necessariamente che i vini sul vulcano sono salati, però di sicuro hanno un diverso mix a livello di contenuto. Pensate all’acqua, no? Tutte le acque più buone vengono fuori da qualche vulcano — la Ferrarelle, eccetera — insomma, le fonti hanno proprio una diversa composizione chimica. E chiaramente il vino, che è composto per l’83-86% da acqua, è ovvio che se l’acqua è particolarmente buona e ricca, ha un sapore particolare.
Lo troviamo anche in questo vino: queste note pepate, questa piccantezza, questa piacevolezza, questa capacità di stuzzicarci il naso. Ma soprattutto è un vino di piacevolezza estrema: in bocca si beve veramente quasi come un bianco. Veramente, questa componente fruttata — questa ciliegia, ribes, queste amarene — questo floreale quasi di viola, e questa nota appunto pepata e piccante, un pochino affumicata. Quello ce lo sentiamo noi perché ci viene in mente il vulcano, ma insomma la suggestione ha la sua importanza.
E quindi adesso, se non avete un bicchiere libero ve ne portiamo un altro, così diamo anche il… sono vuoti? Allora a posto, va bene. Quindi sei già oltre la saggezza — qual era? — sei già quasi alla follia. Va bene, vabbè, ma ci piace!

Triacca e Sassella – Sassi Solivi Sassella Valtellina Superiore DOCG 2022 (Donato Ruttico)

Donato ci introduce questo vino della sua piccola cantina sociale – sono quattro produttori – che testimoniano la capacità della Valtellina di restituire una solarità e una sorgente dolcezza sui vini. Questo “Sassi Solivi” (sassi al sole) nasce a circa 500 metri d’altezza, con uno strato di suolo abbastanza corposo, e questo si riflette in una nota fruttata molto bella e molto dolce.
Fragola, confettura di lampone, ribes rosso, un’idea di mirtillo e ciliegia matura si accompagnano a note floreali di viola, rosa tea e peonia. Qualche nota balsamica di menta piperita, eucalipto e alloro, ma soprattutto alcune note particolari di zucchero filato, vaniglia, cannella e cacao dolce che suggeriscono una dolcezza che poi nel vino non ritroviamo. Si percepiscono anche delicate sfumature di anice, finocchietto selvatico e una mineralità di grafite che richiama il territorio alpino.
Al sorso grinta e carattere, con uno stampo violaceo-cioccolatoso che incanta, ma soprattutto prevale questa nota solare, fruttata, fragrante, mai carica di struttura. Un vino che non richiede necessariamente grandi preparazioni di carne rossa, ma capace di adattarsi anche su una grigliata di carne bianca o su salumi valtellinesi come la bresaola e il violino di capra.

Ecco come ci presenta il suo lavoro

Biondi Santi Brunello di Montalcino Riserva 1998 Tenuta Greppo

E invece la ‘98: un’annata all’epoca reputata chiaramente minore, soprattutto perché veniva dietro una ‘97. È un inverno non molto freddo, quindi qui non ci sono state gelate, non c’è stato freddo. Primavera piuttosto piovosa, l’estate molto calda e asciutta, poi ha piovuto a metà settembre. E poi, diciamo, anche questo qui è stato vendemmiato il 21 settembre. E quindi, per strada – di Biondi Santi – è abbastanza in là, proprio perché aspettava un po’ di pioggia, perché l’uva si stava effettivamente un po’ seccando, disidratando.

La ‘98 è comunque un’annata molto fine, graziosa, esile, che però – come sempre – quando Franco decideva di fare la riserva, voleva dire che il potenziale per una riserva c’era. Quindi, so quello… non è che la gente… è un po’ come quando assaggiava Gambelli, no? Registrava gli strumenti in base a quello che diceva Gambelli, non quello che diceva… “Ritariamo il pHmetro! Se lui mi dice che è 3,2… 3,2!”

Allora, il naso è veramente un caleidoscopio impressionante di tutto quello che ci piace del Montalcino e di Biondi Santi. Biondi Santi è capace di passare… Il primo timbro è quasi sempre balsamico: questa nota di bergamotto, di carrube, di mallo di noce, un po’ di castagno. Queste note, questa piccantezza, questa nota di liquirizia. Poi chiaramente c’è l’oliva, c’è la prugna, ci sono ribes, il mirtillo, c’è il cassis. Ci sono poi appunto note un pochino di frutta secca, nota di sagrestia, questo incenso misto a una lieve nota smaltata.

È un vino insomma di una freschezza, di un’eleganza che però ovviamente non maschera i suoi anni. Anzi, se ne fa, come dire… “Ci ho messo trent’anni a far vedere queste rughe, ve le faccio vedere!”. Quindi insomma, la piacevolezza…

In bocca, ecco, in bocca è un vino che è proprio questo… è proprio il team Biondi Santi, no? Questa acidità sferzante, questa scontrosità quasi, questo timbro tannico molto deciso. Per un Brunello che, di nuovo, anche qui sicuramente è un Brunello capace di durare ancora una decina, quindicina d’anni. Le riserve di Biondi Santi erano garantite almeno 50 anni, quindi insomma ne abbiamo ancora da vedere. E questo sembra quasi in una fase in cui effettivamente deve ancora acquietarsi, cioè questa bizzosità del tannino e dell’acidità che devono ancora equilibrarsi.

E però il finale… sentite quanto è lungo, sì? Quanto balsamico? Quanto pepe verde? Quanta nocciola? Quanto viola? Di nuovo quanta lavanda viene fuori nel retrogusto? E quindi questo è un vino che veramente traguarda almeno un altro paio di decenni tranquillamente. Fermo restando che bevuto stasera, anche a tavola, era sicuramente una signora bottiglia.

Anche qui una fase evolutiva secondo me ottimale. Io non sono per i vini veramente portati all’eccesso. Questo secondo me ha tutto il fascino: quella nota un po’ anche un po’ di goudron, un po’ di tartufato, un po’ appunto catramosa, di sottobosco, di radice, humus, che hanno i grandi Brunello in evoluzione. Ma mantiene ancora una bella nota fresca, fruttata, che secondo me nel vino, quando si perde quella nota, è veramente… è certo. E qui contribuisce l’annata.

Salvioni Rosso di Montalcino DOC 2017

La 2017 a Montalcino è stata una delle annate più calde, più secche, un’annata tosta, di quelle… diciamo con quello che è venuto fuori dopo, forse nemmeno così tremenda, però soprattutto grande periodo di siccità. E quindi, ecco, di nuovo: la grande siccità nel Chianti Classico – un territorio più freddo, più al nord – viene sopportata meglio. A Montalcino le viti possono andare in stress. La 2017 ha avuto anche tanti giorni la temperatura sopra i 35° e quello ha bloccato la vegetazione, la maturazione, e questo poteva portare dei problem
Comunque, sapete, Salvioni: siamo sul versante sud-est, vigne fra i 300-400 metri, vari impianti da 10-15 a 25-35 anni di età. Uno stile che è rimasto sempre tantissimo fedele a se stesso: botte grande, vini al limite nello scontroso da giovane, ma soprattutto che sul Rosso si aprono a una piacevolezza grande.
Qui sentite subito proprio la differenza: questo è il simbolo del Sangiovese. Io sono un grande fan del Rosso, perché secondo me se vuoi capire la differenza – il Sangiovese e in generale la Toscana – a Montalcino è rappresentata dal Rosso. Perché il Brunello ovviamente ha più anni in botte, è comunque un vino più lavorato, più lungo da produrre, quindi quando alla fine esce è sicuramente più complesso e più elegante. Ma il frutto, l’idea, veramente il timbro del Sangiovese lo senti nei Rosso.
Quindi nei Rosso come questo, effettivamente, questa nota… sentite che ricorda a metà strada fra Chianti Classico e la Maremma: queste note rosse, queste note di lampone, queste note quasi di melograno, queste note di fragola in confettura, queste note che hanno una bellissima dolcezza e che aprono proprio sulla nota mediterranea. Questo vino c’ha proprio una nota che ricorda quasi l’elicriso, ricorda la macchia, c’ha una puntina d’alloro. È veramente un vino che apre a un mondo che è completamente diverso da quello che amiamo del Brunello, ma che appunto possiamo amare e imparare ad amare nel Rosso.
Ecco, in bocca è veramente… ecco, al naso piacevole, ma sentite in bocca la sferzata pazzesca di forza, di energia, di acidità! Come si può – un’annata come la 2017 – tirare fuori questa acidità, questo timbro? Che poi è un’acidità… se andiamo a vedere l’analisi non è altissima, però l’equilibrio è proprio giocato sull’agrumato. Sentite l’arancio sanguinello, la salivazione. Questo è un vino che… ecco, meno sapidità ma tantissima acidità, o quantomeno nella costruzione spicca l’acidità.
Un vino di una piacevolezza, di una larghezza… magari non lunghissimo, ma il sorso – penso tutti voi abbiate fatto, ecco, la stessa espressione – “Cavolo, senti che roba!”. Ecco, questa è la bellezza di Salvioni: babbo e figlia, tutt’e due hanno delle mani… diciamo questi schiaffi che ti danno nel bicchiere, che lì per lì magari sembrano un po’ svenevoli, sembrano un po’ dolci, poi li bevi, ti svegli tutto a un tratto, ti riparte la sedia, ti riparte lo slancio.
Veramente un grandissimo vino, ed è soltanto – fra virgolette – un Rosso di Montalcino.

Le Strie – Sforzato di Valtellina 2017 (Stefano Vincentini)

Lo Sforzato è un vino decisamente inconsueto nel panorama dei vini rossi mondiali e questo delle Strie, annata particolare come la 2018, si mostra intenso, scuro, ricco ma non così pesante come ci si aspetterebbe da un vino passito. Ed in effetti qui c’è la magia: note di dattero, candito, albicocca secca, fico secco, prugna della California e frutta secca come mandorla tostata, mallo di noce e castagna si mescolano a quelle di un frutto e di un fiore ancora vivaci.
La viola nera e rossa, la rosa damascena, la fragola matura, il ribes in confettura si fondono con tabacco dolce, anice stellato, cardamomo, cacao amaro, china e pepe nero, donando un naso di una complessità, ricchezza e dolcezza veramente impressionanti. Emergono anche note balsamiche di eucalipto, mentolo, resina di pino e una componente terrosa di humus e funghi porcini secchi tipica del Nebbiolo evoluto.
Al sorso la corposità dovuta all’alcol è ovviamente importante (sui 15°) perché quasi tutto lo zucchero dell’appassimento si è trasformato in alcol, ma la grande polpa e buccia del Nebbiolo vengono fuori esprimendo un tannino che equilibra il tutto, donando un vino di una piacevolezza incredibile, capace di grandi abbinamenti (brasati, stracotti, selvaggina, formaggi erborinati) ma anche di grandi soddisfazioni se bevuto così per conto proprio.

Come nasce
https://youtu.be/K7t9Oz67wy8

Come è
https://youtu.be/RRScxGtpvzk

La ricette della pecora, dalla cucina scozzese alla piana fiorentina

Siamo affezionati a questo ardimento — usare queste due cose molto forti insieme. Sapete perché si mangia la pecora da queste parti? Per ragioni storiche. Firenze non voleva il passaggio degli armenti che transumavano dai monti — soprattutto dal Casentino verso il mare — e quindi le vie della transumanza si dividevano: una passava da Campi e Compiobbi, l’altra più sulle colline, sulla parte di Bagno a Ripoli. Il passaggio veniva pagato — pagato con gli animali che morivano e rimanevano sul territorio, oppure lasciando le pecore più vecchie. Era il modo con cui si pagava l’affitto del terreno alla Signoria. Per questo, da questa zona fino a tutta Sesto e Campi, cuocere la pecora è una tradizione radicata.

La pecora, fino a poco tempo fa, in questa parte di Firenze la mangiavamo noi e basta — e ci guardavano malissimo. Ora invece la carta è girata: tutti i ristoranti, se non cucini la pecora, se non hai la trippa di pecora, non sei nessuno. Anche lì, i corsi e ricorsi storici — ormai è stato sdoganato come taglio di carne.

L’abbiamo cucinata in due modi classici: sulla pentola, che è il suo classico, e in umido. Avevo anche pensato di fare la bistecchina, ma sapete — la pecora è molto grassa. Ho una sola griglia con una cappa e fare la bistecchina vuol dire rischio d’incendio. Abbiamo qui una nutrita rappresentanza della Sagra del Ranocchio, che sa bene cosa vuol dire grigliare la pecora — una capacità incendiaria molto simile a quella del rosticciano.

Come antipasto abbiamo fatto il classico uovo alla scozzese. Poi la farinata di cavolo nero, perché l’intensità e la pungenza del cavolo nero si sposa bene con sentori intensi come quelli del whisky. E abbiamo chiuso con un dolce di origine scozzese, abbinato come si conviene a fine pasto.

È stato quindi un mix tra cucina toscana e qualche accento di cucina scozzese!

Chianti Classico Gran Selezione Montemaggio 2013

Ecco un Chianti Classico che non ha mai paura di uscire in ritardo infatti questa 2013 è l’ultimo andata in commercio per Montemaggio.Ilaria è una vinaio esperta e quando esce sa che può contare su un prodotto fine d’istinto elegante e di una classe sorprendente queste selezioni 2016 sfoggia una rilassatezza impressionante fatta di note di ebanisteria di frutta sottospirito mirtillo ribes nero viola candita per Moto da tabacco olive e un finale che va da vincenzo ginepro. Al sorso a Corona bellissima freschezza, un frutto terzo e nitido e soprattutto un tannino rilassato, ma che non manca di pungere. Un vino notevole per tutto pasto su carne ma non eccessivamente si è alzato e che a tavola si è rivelato un bellissimo compagno della zuppa inglese

Il Vino, La Molecola della Civiltà

Con Francesco Sorelli abbiamo passato una serata speciale e divertente per presentare il suo libro La Molecola della Civiltà con una cena “mitologica” in trattoria dedicata ai sapori e ai profumi evocati nel libro. Trovate in questo video le ricette preparate da Paolo Gori e qui di seguito vi riportiamo i video dei suoi interventi decisamente interessanti e ricchi di spunti.

In tavola siamo andati dai piatti georgiani ai vini dei monasteri medievali di Borgogna e Renania,
dai cibi etruschi ai vini in anfora, ai banchetti del Rinascimento, fino ai nettari della Magna Grecia e del Piemonte: preparazioni dal fascino antico, lontane nel tempo e nello spazio, eppure sorprendentemente molto vicine ai nostri gusti.

Riportiamo qui i video con Francesco che racconta a grandi tappe il viaggio del vino, gli stessi interventi li trovate sul nostro podcast così li potete ascoltare nel traffico o mentre correte nel parco .

Parte 1 di 3 dalla Mesopotamia all’antica Grecia

Parte 2 di 3

Il Mediterraneo e l’Antica Grecia > L’Italia prima di Roma (Enotri, Magnogreci ed Etruschi) > Roma

Parte 3 di 3
Dal Medioevo in poi ovvero, Rinascimento > Il seicento e gli Olandesi > il settecento con focus sulla Toscana leopoldina > Ottocento con la storia del fiasco e della civiltà contadina > Belle Epoque e bollicine > dal dopoguerra a oggi…

Poggio al Vento Brunello di Montalcino Riserva 2001 Col d’Orcia

Effettivamente il 2001 a Montalcino è un’altra annata spartiacque. È stata un’annata in cui Montalcino è salito per la prima volta sul podio della famosa Top 100 di Wine Spectator ed è stata, diciamo, la consacrazione definitiva. Secondo me non è un caso che sia arrivato nell’annata della gelata. Questo voleva dire: “Guarda, Montalcino va bene, però dovete farne meno, perché tutta questa quantità non va bene se volete puntare al massimo”. E effettivamente, quando non ci pensa l’uomo ci pensa la natura, sembra.

È chiaro che si preferisce sempre avere la cantina piena, ma a volte il carico… soprattutto all’epoca, soprattutto oggi forse con questo caldo, si tende a tenere un pochino di più. Allora sì, ma in realtà all’epoca – che era un’epoca di abbondanza enorme – si cercava di far venire vini concentrati, ricchi, carichi. La barrique tutti la usavano all’epoca, e quindi effettivamente un’annata in cui l’uva era un po’ più scarica, un po’ meno carica, aveva tutt’altro equilibrio. Quindi una bellissima annata per un vigneto storico e dalla genesi particolare come ci racconta Santiago Marone Cinzano:

Sul colore: queste bottiglie purtroppo sono trovate a giro, non tutte sono così. Queste vengono direttamente da Santiago, quindi… Io ricordo sempre: il più grande vino che ho assaggiato probabilmente è stato un ‘61 a Bordeaux, a Saint-Émilion, ma era il Clos Jacobin, che è un’azienda che nessuno conosce. Ma quel ‘61 che è stato 80 anni – insomma quant’è – in cantina, lì sotto, è più buono di qualsiasi Cheval Blanc e Pétrus bevuto da Pinchiorri, da qualsiasi posto. Con tutto il rispetto della cantina di Giorgio, eccetera. È ovvio: se il vino non si è mosso mai e lo bevi lì, non c’è paragone. Questo si è mosso poco, si è fatto un’oretta e mezzo ed è arrivato in condizioni fantastiche.

Allora, scusate, ecco, vi dicevo: il versante sud. Ora qui chiaramente è un vino che ha qualche anno, però la nota bella che mi piace – e cosa mi fa impazzire di Col d’Orcia – è che comunque, nonostante abbia queste note carnose, ricche, calde e mediterranee, tantissimo balsamico… qui c’è la lavanda, c’è il rosmarino, c’è il ginepro, c’è il pino mugo, ci sono queste note di alloro, di mirto che effettivamente richiamano un po’ il lato mediterraneo. Però soprattutto in bocca, secondo me, non sono vini che hanno un’acidità scattante, salinità, questa nota agrumata, questa nota salina, questo finale veramente in punta di piedi. Ma soprattutto: ci si aspetta da un 2001 un vino non sfibrato ma comunque esile. Invece questo è un vino che potevate mettere accanto al 2016, ma quasi quasi al 2019 iniziale.

Quindi questo incantesimo di questo poggio… l’abbiamo visto con le ultime analisi che sono state fatte a Montalcino, guardando che è molto importante il vento, molto importante il clima, sono molto importantissime le escursioni termiche. Che si dicono, no? A volte studi, leggi… sì, e poi “escursione termica”. Invece, per esempio, un’annata come la ’21, che è stata in certi frangenti torrida, però poi a settembre ha avuto delle escursioni fra le più grandi di sempre, ed ecco la grandissima annata che è venuta fuori.

La 2001 non tutta ha avuto grandissime escursioni, ma appunto i poggi e i luoghi ventilati – ovvio – sono esposti ancora di più a questo cambio di clima. Ecco, quindi ecco perché questo vino ha questa tensione, questa spalla, questa energia.

Un vino che allo stesso tempo è indubbitabilmente toscano, senese e anche versante sud. Che è un versante che, se parli appunto con i nerd – cose, no? – “Vabbè, io bevo solo versante nord”, adesso si dice così, con tutta la felicità che si può avere per Francesco. Ma è un modo di assaggiare, prima di tutto. La maggior parte del Montalcino unisce giustamente viti, uve da più versanti, quindi già quella è una cazzata, secondo me. Poi non è una questione di qualità in senso assoluto, è questione di stile. A me questo stile fa impazzire. È uno stile che ripercorre la storia a Montalcino: questa è la zona dove l’uva maturava sempre, le altre zone no.

Questa è la zona… insomma, comunque loro hanno come vicino Argiano, hanno comunque versanti dove si affaccia Soldera, dove si affaccia… insomma, non è che versante sud però a parole sembra che sia… invece secondo me è veramente… Soprattutto i vini di Col d’Orcia hanno questa ricchezza incredibile, se non possano stare in piedi. Invece poi tirano fuori questa piccantezza particolare. E direi che soprattutto nei vini di ora, che vi invito ad assaggiare – le ultime annate – l’aiuto del biologico e del biodinamico non è indifferente.

Io sono uno scienziato, quindi alla biodinamica non ci credo. Però quando assaggio vini che vengono fatti in biodinamica in certe zone, riescono ad avere questo surplus di acidità pazzesco che, a parità di maturità, hanno questa spinta vitale che in un vino come questo risolve tutto: carico, energia, ma spinta e piacevolezza di beva.