trattoria

Baricci Brunello di Montalcino 2016

Andiamo ad assaggiare questo nord di Montalcino con Francesco Buffi e la sua Baricci. Innanzitutto si sente tutta l’estrema gioventù: è un 2016, però ecco, la grande annata a Montalcino si svela anche in questo. Innanzitutto il colore: questo è un vino che si è fatto due anni di botte, si è fatto un bel po’ di bottiglia – è vero che viene direttamente dalla cantina dell’azienda e questo è qualcosa che purtroppo in tanti locali non è possibile fare – ma quando facciamo queste serate cerchiamo, ecco, di far arrivare le bottiglie direttamente dalla cantina, o comunque in condizioni controllate.
Sentite la timbrica nordista, no? Io perlomeno ci sento… voi? Sensazione effettivamente di bacche rosse, bacche scure, ma anche proprio delle note che ricordano la resina, ricordano l’abete, il pino. Queste note… le bacche rosse, la bacca è molto fresca. Ci sono le note qui che ricordano il bergamotto, ci sono delle note ovviamente terperose, c’è un tabacco scuro. Ci sono delle note… qui la macchia mediterranea si sente molto meno, anzi spesso e volentieri non si sente mai, proprio per questa, diciamo, freschezza.
E questo… spesso i vini del nord hanno un’acidità maggiore ma anche un’alcoolicità maggiore. Sono vini che comunque, soprattutto oggi, riescono a portarli più avanti di maturazione e hanno un bellissimo equilibrio. Se si va a vedere, l’acidità sicuramente spesso è più alta, ma c’è anche più alcol, e quindi sono dei vini che devono lottare per avere un loro equilibrio.

Ecco come racconta questo versante Francesco:


Se l’ho assaggiato… si beve con una piacevolezza estrema, veramente succoso, piacevole. C’è una dinamica basata tanto sul frutto: la fragola, la mora di rovo, ribes nero. E in allungo ritornano anche delle note floreali: la viola candita, ricordo delle rose, un’idea di incenso, ecco un po’ di balsamico e un po’ di speziatura.
E quello che piace della 2016 è proprio il tannino: questa granulosità del tannino serrato ma non aggressivo, che è lì bello solido, roccioso. Ecco, “roccioso” è un aggettivo che mi sentirei di spendere per questo vino, e che ci regala in abbinamento tanto, tanto divertimento.
Ma anche questo è un vino… nonostante non abbia fatto la Riserva, direi che se questa è l’annata, figuriamoci la Riserva che traguardi possa avere davanti.

Tabellone dei mondiali in Trattoria!

Come divertimento premondiale abbiamo pensato di offrirvi un gioco per le prossime settimane ! Al link in bio trovate una app che vi consente di fare le vostre previsioni mondiali: scegliete chi riempirà il tabellone dai sedicesimi fino alla finale del 19 luglio, squadra per squadra.

Poi pubblicate il vostro tabellone e taggateci. Chi indovina il Campione del Mondo ha un calice di vino offerto in trattoria. Chi le azzecca proprio tutte vince una settimana di pranzi GRATIS da Burde. Avete tempo fino al 28 giugno, poi si fischia l’inizio della fase a eliminazione diretta e i pronostici si chiudono.

E qui ci sta una storia di famiglia. Ottant’anni fa la gente veniva da Burde a vedere la televisione, perché era l’unica del quartiere e le partite si guardavano qui, tutti stretti davanti allo stesso schermo. Nel 2005 siamo stati i primi a mettere il wifi gratis per tutti in sala. Oggi programmiamo con l’intelligenza artificiale e ci facciamo i giochi per il Mondiale. Cambiano gli strumenti, il punto resta lo stesso da centoventicinque anni: trovarsi a tavola e discutere di pallone con un bicchiere davanti.

Vi aspettiamo. Il tabellone lo fate voi, la bistecca la pensiamo noi. 🥩🍅

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Il Tabellone Mondiale di Burde · Mondiali 2026
Trattoria da Burde · Firenze · dal 1901

Il Tabellone Mondiale di Burde

Compila i sedicesimi in base alle classifiche dei gironi, tocca una squadra per farla avanzare fino alla finale. Poi condividi il pronostico e vieni a discuterlo a tavola.
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Nei sedicesimi scegli le squadre dai menu: prime, seconde e migliori terze secondo gli incroci ufficiali FIFA. Tocca una squadra per segnarla come vincente.
Road to MetLife · 19 luglio 2026Trattoria da Burde · Firenze · dal 1901
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Chianti Classico Fascia Rossa Baron’Ugo 2014

Baron’Ugo è in genere una selezione dal vigneto più in quota che ha Michele. Prime annate era un Chianti Classico, poi è diventato IGT e oggi… questa annata qua invece viene preso come nome per il Chianti Classico. Quindi quest’anno ci sono state due diverse edizioni di Chianti Classico 2014.

Ma come mai la 2014 è stata, diciamo, un Baron’Ugo declassato? Perché è un’annata molto piovosa, molto fredda, in cui i vigneti più in quota hanno fatto molta più fatica a maturare. Non c’era quell’estrazione, quella trama tannica capace di fare un Baron’Ugo che… i vini di Michele, quello veramente… lasciando stare quelle poche bottiglie di Granbussia in Brigantino, ma il Baron’Ugo è quello più longevo, che si mantiene veramente fresco e piccante.

Invece in questo caso, secondo me, c’ha alcune idee del Baron’Ugo, quindi questa bellissima nota floreale, questa bellissima nota quasi di floreale di campo. C’ha la nota fruttata: frutta sotto spirito, un po’ di frutta di bosco sotto spirito, fragola, ribes, un po’ di mirtillo. Una nota di tabacco – mi viene in mente San Michele, grande fumatore di toscano – a me c’è sempre, sempre il sigaro, il tabacco toscano e il Kentucky dentro questi vini. E questa sensazione di evoluzione molto bella che appunto va verso qualche nota balsamica, va appena un po’ di mentolato. E una nota quasi di fragolina… poi c’è la nota di canfora, di anice, un bel pepe.
E qui l’evoluzione praticamente è stata molto galantuomo con questo vino. Un Chianti Classico normale non sarebbe così: un’annata 2014, oggi dopo 12 anni, non sarebbe assolutamente così. Ma un Baron’Ugo avrebbe sicuramente più tensione. Invece questo oggi è un vino che si beve con una franchezza e una dinamica piacevolissima.
Questo è un vino veramente tuttofare: dal cacciucco alle ostriche al forno gratinate, a una bistecchina. Questo è un vino veramente che raggiunge una grandissima piacevolezza, grandissima intensità, quindi bella lunghezza, bella… lungo… è veramente una sapidità, una salinità. Questo è proprio Radda, questo timbro salino: spesso lo troviamo in questo bellissimo bicchiere .

Montevertine IGT Toscana 2019

Ecco un’annata considerata grandissima, grandiosa sia a Montalcino che nel Chianti Classico.
Montevertine è un vino che per molti negli ultimi anni è cambiato un po’: c’è stato in effetti un rinnovamento del parco botti . Ma quello che ha fatto Montevertine è particolarmente impressionante: ha quasi aumentato del 30% il vigneto, la superficie delle vigne, mantenendo lo stesso numero di bottiglie. Quindi vuol dire che l’investimento sulla qualità è stato grandissimo: quindi la produzione è rimasta la stessa ma pesca da un areale molto più ampio, con vigne più in quota, più particolari. E Martino sta seguendo questa strada, cioè: manteniamo lo stesso numero di bottiglie ma aumentiamo il livello qualitativo.

Quindi oggi Montevertine – che in teoria è “la Riserva” del Chianti Classico, volendo mettere il Pian del Ciampo come Chianti Classico annata e Pergole Torte Gran Selezione – è un’altra cosa, per cui Martino mi fulminerebbe. Anche se oggi non esclude, prima o poi, di entrare in Chianti Classico: questo l’ha detto perché è una promessa fatta in punto di morte al padre. Ma è ovvio che poi il Chianti di oggi non assomiglia per niente a quello degli anni ‘70, ma nemmeno a quello di quando poi se n’è andato il babbo di Martino.

Quindi un vino che ha una bellissima nota fruttata: una grandissima amarena, ciliegia, prugna, veramente una concentrazione pazzesca. Ma anche un bel manto di spezia, di mandorla, una lavanda, una viola candita, una rosa selvatica. Un vino che al naso colpisce immediatamente, ma soprattutto in bocca… qui stiamo parlando di… ecco, annate di allungo. E vediamo se c’è qualche bicchiere da riempire, guarda un po’!

E quindi un vino che ha una profondità, una dinamica veramente… e una timbrica di una grande maturità – di un inizio di maturità, scusate – ma soprattutto un allungo che fa pensare: questa è una bottiglia che stapperemo fra qualche anno con tanta soddisfazione.

Anche il Pian del Ciampolo: spesso Martino, quando fa assaggiare Pergole Torte, fa assaggiare anche qualche vecchio Pian del Ciampo, e vi assicuro che in quel giorno lì, a volte, il Pian del Ciampo viene preferito al Pergole Torte. Questo perché veramente il valore, al di là dell’immediatezza… il Pian del Ciampo è molto più immediato, e invece il Pergole Torte e Montevertine hanno più bisogno di tempo. Ma nell’allungo veramente i valori spesso si assottigliano, a maggior ragione ora – come vi dicevo – che fa sempre meno bottiglie in proporzione al numero di ettari di cui dispone.

Quindi grandissimo vino, grandissima intensità, forza, e la promessa di uno sviluppo futuro bello, bello. Questo è proprio la 2019: che è sì l’annata che a me piace da morire giovane ma già divertente, questo secondo me è l’evoluzione perfetta di un vino. Io non sono un grande fan dei vini in grande evoluzione – ne capisco il fascino – ma a tavola vorrei davvero sempre avere questo tipo di timbrica.

Le Stadere Anaini 2021 Maremma Toscana DOC Pugnitello

Questo vino presenta un Intenso attacco di frutti neri con prugna e ciliegia matura, ribes e mirtilli accompagnati da speziatura di noce moscata e pepe nero. Il tutto è arricchito da note di sottobosco e un sentore ematico e ferroso con un tocco di ruggine. Al palato e ben strutturato con tannini ben presenti e una freschezza ben integrata con un finale di frutta matura che amplifica la sua persistenza.
Alberto Parrini, proprietario racconta che l’azienda si chiama Le Stadere perché la stadera è l’antica bilancia che veniva usata per pesare le uve in vigna dai nonni, bisnonni, antenati.

“Io ne ho una del mio trisavolo, in ottone, bellissima. E quando abbiamo deciso di chiamare l’azienda, guardando questa stadera, abbiamo detto: “Beh, questo è il nome giusto”. Quindi nel simbolo aziendale abbiamo rifatto la stilizzazione della stadera. Da qui il nome.
Come mai questa scelta di un nome legato alla vinificazione? Perché io e mio fratello, quando eravamo piccoli, siamo cresciuti in ambiente vinicolo – qui vicino, verso Carmignano – con i nonni che producevano vino. È sempre rimasta questa passione, questo tarlo nel cervello: “Vogliamo fare vino anche noi, come facevano i nostri nonni”.
Poi la vita porta altre cose. Ho studiato ingegneria aerospaziale, ho lanciato satelliti in orbita… quindi, diciamo, col vino ho fatto poco. Però è sempre rimasta in testa questa cosa. E quindi abbiamo deciso di trovare qualcosa che ci richiamasse la memoria dei nostri nonni e di quello che facevano.
Da Carmignano – le zone dei miei genitori – ci siamo spostati verso la Maremma. E nella Maremma abbiamo ritrovato un po’ quella lentezza, quei movimenti di un tempo che si sono un po’ persi. Abbiamo trovato questa azienda che praticamente non aveva più niente se non le vigne – con molto da fare, ma con tanto potenziale.
Ci abbiamo creduto. Nel 2020 abbiamo firmato – una settimana dopo il lockdown nazionale per il Covid – e abbiamo detto: “Abbiamo iniziato bene, ok, andiamo avanti!” E piano piano siamo partiti.
Abbiamo 12 ettari vitati su un’azienda di 18 ettari totali (un po’ di bosco, un po’ di seminativo). Maggioranza Sangiovese, con circa 1 ettaro e mezzo di Pugnitello. Poi abbiamo Merlot, un pochino di Petit Verdot, e poi Alicante (Grenache), il vitigno che avete sentito nel bianco.
Siamo partiti dalle vigne, poi abbiamo lavorato un po’ sulla cantina. C’è ancora tanto da fare, la passione non ci manca, vogliamo crescere. Ovviamente è un lavoro che sarà portato avanti anche dalle generazioni future – i bambini di mio fratello, che adesso sono piccolini e cresceranno.
Siamo un’azienda biologica certificata. Appena siamo entrati, siamo partiti subito con la conversione al biologico, che abbiamo ottenuto nel 2023.
Abbiamo introdotto il primo rosato e poi abbiamo espiantato una parte di Sangiovese per piantare dei vitigni bianchi e fare dei bianchi più strutturati, più invecchiati. Nell’attesa che crescano queste barbatelle, abbiamo pensato di fare questa vinificazione in bianco del Grenache che avete provato.
Poi proverete anche il Pugnitello più avanti. Produciamo anche Sangiovese (nella parte di Morellino), Riserva, Merlot in purezza, Alicante/Grenache rosso in purezza.
Sono scelte un po’ particolari – non tanto perché così ci piace differenziarci, ma perché crediamo che il vitigno, come molti hanno detto, vada rispettato. Quindi la purezza è un segnale molto preciso da indicare anche al cliente.”

Chianti Colli Fiorentini Torre a Cona Crociferro 2022

La zona, qui siamo a Rignano… La zona di Torre a Cona la vedete – soprattutto se non guidate – quando passate la galleria andando tra Firenze Sud e il Valdarno, sulla sinistra. Si scorge, si nasconde un po’, ma poi quando la vedete da vicino è chiaramente maestosa. Ma anche le vigne sono incastonate in queste balze anche abbastanza integre. Il carattere è di una zona che teoricamente, appunto, è Chianti Colli Fiorentini, ma sarebbe quasi una zona a sé, perché ha un’umidità, un microclima molto particolare. Questo Chianti per certi versi assomiglia quasi più alla Rufina sotto il punto di vista dell’acidità, però ha una nota ferrosa, misto sanguigna, sapida in bocca, che si sente in tutti i vini rossi della tenuta.
E poi l’altro aspetto importante della tenuta sono queste cantine con veramente 500 anni di storia, che hanno un microbiota particolare al loro interno – tutto quello che sono i lieviti, quando si dice “lievito autoctono”. Ecco, queste cantine storiche, se non sono mai state distrutte, sventrate, risistemate, e mantengono questa particolarità aromatica… E poi lo troviamo qui: lo sentirete in maniera molto piena e sottile, poi lo sentirete nel Molino degli Innocenti quanto riesce a prendere di questo intorno.
Intanto qui ci piace per questa nota, per questo agrumato, questa nota quasi di arancio, sanguinella, di questo bel Sangiovese: la ciliegia, questo rosso, la fragola. Un vino scattante, fresco, delicato, che però ha una sua forza e struttura.
Ottimo su salumi, carni bianche e paste asciutte o ripiene con sugo intenso ad esempio le tagliatelle con il Colombaccio di Paolo Gori!


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Villa Dora – Lacryma Christi del Vesuvio DOC 2024

Abbiamo toccato appunto i Greci, e qui siamo nella Magna Grecia: la vera Grecia, la Grande Grecia comprendeva il sud Italia. E i Romani — vero, il vino lo facevano anche gli Etruschi, ma i Greci erano quelli a cui si ispiravano. E fra i vini più famosi ai tempi dei Romani c’era il Falerno, e c’era anche tutta l’area del Vesuvio, dove il vino veniva prodotto. Come mai? Prima abbiamo appena citato Pompei, quindi ci sta bene: su Pompei, il Lacryma Christi. E qui siamo appunto sul Vesuvio.
Questa azienda, Villa Dora, è la prima azienda a fare biologico in una zona dove effettivamente il biologico non è difficile da fare, però diciamo che a livello culturale sono arrivati più tardi. Vigne di quarant’anni: Aglianico e Piedirosso sul rosso, su bianco invece Caprettone e Coda di Volpe sono i due vitigni che vengono utilizzati. Il Caprettone non è che sfancia le bollicine — insomma, adesso è una zona diciamo esplosiva dal punto di vista delle proposte, di quello che viene fuori
Questo invece è un prototipo molto molto interessante di vino. Lo avevamo servito con la trippa; ora col cinghiale fa un po’ fatica, ci vogliono vini più strutturati — adesso vi chiederemo o vi portiamo un altro bicchiere, perché vi versiamo anche la Barbera che ha la struttura per stare dietro al cinghiale. E invece questo è un vino rosso molto moderno in realtà, un vino vulcanico, quindi su suolo vulcanico. Che vuol dire? Ha una componente salina — non è necessariamente che i vini sul vulcano sono salati, però di sicuro hanno un diverso mix a livello di contenuto. Pensate all’acqua, no? Tutte le acque più buone vengono fuori da qualche vulcano — la Ferrarelle, eccetera — insomma, le fonti hanno proprio una diversa composizione chimica. E chiaramente il vino, che è composto per l’83-86% da acqua, è ovvio che se l’acqua è particolarmente buona e ricca, ha un sapore particolare.
Lo troviamo anche in questo vino: queste note pepate, questa piccantezza, questa piacevolezza, questa capacità di stuzzicarci il naso. Ma soprattutto è un vino di piacevolezza estrema: in bocca si beve veramente quasi come un bianco. Veramente, questa componente fruttata — questa ciliegia, ribes, queste amarene — questo floreale quasi di viola, e questa nota appunto pepata e piccante, un pochino affumicata. Quello ce lo sentiamo noi perché ci viene in mente il vulcano, ma insomma la suggestione ha la sua importanza.
E quindi adesso, se non avete un bicchiere libero ve ne portiamo un altro, così diamo anche il… sono vuoti? Allora a posto, va bene. Quindi sei già oltre la saggezza — qual era? — sei già quasi alla follia. Va bene, vabbè, ma ci piace!

Triacca e Sassella – Sassi Solivi Sassella Valtellina Superiore DOCG 2022 (Donato Ruttico)

Donato ci introduce questo vino della sua piccola cantina sociale – sono quattro produttori – che testimoniano la capacità della Valtellina di restituire una solarità e una sorgente dolcezza sui vini. Questo “Sassi Solivi” (sassi al sole) nasce a circa 500 metri d’altezza, con uno strato di suolo abbastanza corposo, e questo si riflette in una nota fruttata molto bella e molto dolce.
Fragola, confettura di lampone, ribes rosso, un’idea di mirtillo e ciliegia matura si accompagnano a note floreali di viola, rosa tea e peonia. Qualche nota balsamica di menta piperita, eucalipto e alloro, ma soprattutto alcune note particolari di zucchero filato, vaniglia, cannella e cacao dolce che suggeriscono una dolcezza che poi nel vino non ritroviamo. Si percepiscono anche delicate sfumature di anice, finocchietto selvatico e una mineralità di grafite che richiama il territorio alpino.
Al sorso grinta e carattere, con uno stampo violaceo-cioccolatoso che incanta, ma soprattutto prevale questa nota solare, fruttata, fragrante, mai carica di struttura. Un vino che non richiede necessariamente grandi preparazioni di carne rossa, ma capace di adattarsi anche su una grigliata di carne bianca o su salumi valtellinesi come la bresaola e il violino di capra.

Ecco come ci presenta il suo lavoro

Biondi Santi Brunello di Montalcino Riserva 1998 Tenuta Greppo

E invece la ‘98: un’annata all’epoca reputata chiaramente minore, soprattutto perché veniva dietro una ‘97. È un inverno non molto freddo, quindi qui non ci sono state gelate, non c’è stato freddo. Primavera piuttosto piovosa, l’estate molto calda e asciutta, poi ha piovuto a metà settembre. E poi, diciamo, anche questo qui è stato vendemmiato il 21 settembre. E quindi, per strada – di Biondi Santi – è abbastanza in là, proprio perché aspettava un po’ di pioggia, perché l’uva si stava effettivamente un po’ seccando, disidratando.

La ‘98 è comunque un’annata molto fine, graziosa, esile, che però – come sempre – quando Franco decideva di fare la riserva, voleva dire che il potenziale per una riserva c’era. Quindi, so quello… non è che la gente… è un po’ come quando assaggiava Gambelli, no? Registrava gli strumenti in base a quello che diceva Gambelli, non quello che diceva… “Ritariamo il pHmetro! Se lui mi dice che è 3,2… 3,2!”

Allora, il naso è veramente un caleidoscopio impressionante di tutto quello che ci piace del Montalcino e di Biondi Santi. Biondi Santi è capace di passare… Il primo timbro è quasi sempre balsamico: questa nota di bergamotto, di carrube, di mallo di noce, un po’ di castagno. Queste note, questa piccantezza, questa nota di liquirizia. Poi chiaramente c’è l’oliva, c’è la prugna, ci sono ribes, il mirtillo, c’è il cassis. Ci sono poi appunto note un pochino di frutta secca, nota di sagrestia, questo incenso misto a una lieve nota smaltata.

È un vino insomma di una freschezza, di un’eleganza che però ovviamente non maschera i suoi anni. Anzi, se ne fa, come dire… “Ci ho messo trent’anni a far vedere queste rughe, ve le faccio vedere!”. Quindi insomma, la piacevolezza…

In bocca, ecco, in bocca è un vino che è proprio questo… è proprio il team Biondi Santi, no? Questa acidità sferzante, questa scontrosità quasi, questo timbro tannico molto deciso. Per un Brunello che, di nuovo, anche qui sicuramente è un Brunello capace di durare ancora una decina, quindicina d’anni. Le riserve di Biondi Santi erano garantite almeno 50 anni, quindi insomma ne abbiamo ancora da vedere. E questo sembra quasi in una fase in cui effettivamente deve ancora acquietarsi, cioè questa bizzosità del tannino e dell’acidità che devono ancora equilibrarsi.

E però il finale… sentite quanto è lungo, sì? Quanto balsamico? Quanto pepe verde? Quanta nocciola? Quanto viola? Di nuovo quanta lavanda viene fuori nel retrogusto? E quindi questo è un vino che veramente traguarda almeno un altro paio di decenni tranquillamente. Fermo restando che bevuto stasera, anche a tavola, era sicuramente una signora bottiglia.

Anche qui una fase evolutiva secondo me ottimale. Io non sono per i vini veramente portati all’eccesso. Questo secondo me ha tutto il fascino: quella nota un po’ anche un po’ di goudron, un po’ di tartufato, un po’ appunto catramosa, di sottobosco, di radice, humus, che hanno i grandi Brunello in evoluzione. Ma mantiene ancora una bella nota fresca, fruttata, che secondo me nel vino, quando si perde quella nota, è veramente… è certo. E qui contribuisce l’annata.

Salvioni Rosso di Montalcino DOC 2017

La 2017 a Montalcino è stata una delle annate più calde, più secche, un’annata tosta, di quelle… diciamo con quello che è venuto fuori dopo, forse nemmeno così tremenda, però soprattutto grande periodo di siccità. E quindi, ecco, di nuovo: la grande siccità nel Chianti Classico – un territorio più freddo, più al nord – viene sopportata meglio. A Montalcino le viti possono andare in stress. La 2017 ha avuto anche tanti giorni la temperatura sopra i 35° e quello ha bloccato la vegetazione, la maturazione, e questo poteva portare dei problem
Comunque, sapete, Salvioni: siamo sul versante sud-est, vigne fra i 300-400 metri, vari impianti da 10-15 a 25-35 anni di età. Uno stile che è rimasto sempre tantissimo fedele a se stesso: botte grande, vini al limite nello scontroso da giovane, ma soprattutto che sul Rosso si aprono a una piacevolezza grande.
Qui sentite subito proprio la differenza: questo è il simbolo del Sangiovese. Io sono un grande fan del Rosso, perché secondo me se vuoi capire la differenza – il Sangiovese e in generale la Toscana – a Montalcino è rappresentata dal Rosso. Perché il Brunello ovviamente ha più anni in botte, è comunque un vino più lavorato, più lungo da produrre, quindi quando alla fine esce è sicuramente più complesso e più elegante. Ma il frutto, l’idea, veramente il timbro del Sangiovese lo senti nei Rosso.
Quindi nei Rosso come questo, effettivamente, questa nota… sentite che ricorda a metà strada fra Chianti Classico e la Maremma: queste note rosse, queste note di lampone, queste note quasi di melograno, queste note di fragola in confettura, queste note che hanno una bellissima dolcezza e che aprono proprio sulla nota mediterranea. Questo vino c’ha proprio una nota che ricorda quasi l’elicriso, ricorda la macchia, c’ha una puntina d’alloro. È veramente un vino che apre a un mondo che è completamente diverso da quello che amiamo del Brunello, ma che appunto possiamo amare e imparare ad amare nel Rosso.
Ecco, in bocca è veramente… ecco, al naso piacevole, ma sentite in bocca la sferzata pazzesca di forza, di energia, di acidità! Come si può – un’annata come la 2017 – tirare fuori questa acidità, questo timbro? Che poi è un’acidità… se andiamo a vedere l’analisi non è altissima, però l’equilibrio è proprio giocato sull’agrumato. Sentite l’arancio sanguinello, la salivazione. Questo è un vino che… ecco, meno sapidità ma tantissima acidità, o quantomeno nella costruzione spicca l’acidità.
Un vino di una piacevolezza, di una larghezza… magari non lunghissimo, ma il sorso – penso tutti voi abbiate fatto, ecco, la stessa espressione – “Cavolo, senti che roba!”. Ecco, questa è la bellezza di Salvioni: babbo e figlia, tutt’e due hanno delle mani… diciamo questi schiaffi che ti danno nel bicchiere, che lì per lì magari sembrano un po’ svenevoli, sembrano un po’ dolci, poi li bevi, ti svegli tutto a un tratto, ti riparte la sedia, ti riparte lo slancio.
Veramente un grandissimo vino, ed è soltanto – fra virgolette – un Rosso di Montalcino.