chardonnay

Paolo e Noemia d’Amico – Noe dei Calanchi 2024, Orvieto DOC

Un Orvieto che mostra esattamente come può essere incantevole e intrigante questo vino nelle giuste mani e con il giusto tempo in bottiglia. Piacevolissimo e stuzzicante al naso di pesca gialla, ananas e agrumi, lieve canfora e tiglio ma soprattutto un incalzante sorso fresco e sapido con vena salina che non lo abbandona mai neanche quando prende qualche grado di temperatura.
Paolo e Noemia d’Amico è una azienda fondata nel 1985 nella valle del Vaiano, a Castiglione in Teverina, sul versante laziale della denominazione, su colline vulcaniche dei Calanchi a 450 metri, condotta con metodo biologico non certificato. Il Noe è un blend di Grechetto 40%, Trebbiano 30% e Pinot Grigio 30% BeMa Wine, raccolto a mano. Macerazione, decantazione e fermentazione in acciaio inox a temperatura controllata, affinamento sempre in acciaio.

Cantina Custodi – Pertusa Vendemmia Tardiva 2022, Orvieto Classico Superiore

La vendemmia tardiva e i vini dolci e muffati sono una specialità storica dell’Orvieto doc che sta vivendo un momento di parziale rilancio negli ultimi periodi. Merito di un territorio che regala un sottofondo salino muschiato e intrigantemente saporito a vini altrimenti molto dolci e ricchi. Il naso è intensamente tropicale tra mango, papaja e frutto delle passione poi anche albicocche e pesche sciroppate, tante spezie dolci tra curry, curcuma e pepe bianco. Ottimo sulla Rocciata tradizionale ma favoloso anche in abbinamenti salati come il piccione alla leccarda o la pasta all’amatriciana dove duetta splendidamente con il rancetto umbro o la guancia laziale. La Cantina Custodi si trova in località Canale sulle colline di Orvieto, su circa 70 ettari tra oliveto, seminativo e vigneto, metà dei quali a DOC Orvieto Classico. La Pertusa è un dolce da Malvasia bianca lunga e Grechetto, da vigne con esposizioni particolari e uve soggette ad attacchi di muffa nobile, raccolte dopo il 25 ottobre fino a novembre. Pressatura soffice, fermentazione in acciaio a max 18°C arrestata col freddo al tenore zuccherino voluto, imbottigliamento l’anno successivo.

Altarocca – Albaco 2023, Orvieto Classico Superiore DOC

Altarocca è uno dei più grandi e bei resort della zona nasconde al suo interno una cantina che si sta ritaglianodo un bello spazio nell’Orvieto DOC. Siamo a Rocca Ripesena, di fronte a Orvieto città, fondata nei primi anni 2000 dalla famiglia Ceprini, 11 ettari a viticoltura biologica certificata. Albaco nasce da Grechetto, Chardonnay e Procanico (Trebbiano Toscano) su terreni vulcanici, sedimentari e argillosi a 300 metri. Pigiatura soffice con contatto sulle bucce per 12-18 ore, fermentazione in acciaio a max 16°C; affinamento di 2 mesi in barrique di rovere francese nuove per il solo Chardonnay prima dell’assemblaggio, poi 6-8 mesi in bottiglia. Note piccanti e sulfuree un poco da riduzione e un poco da terroir al naso insieme a bella frutta fresca a polpa bianca e gialla, fiori d’acacia e un tocco di legno dolce che affiora per poi sfociare in un sorso apparentemente semplice ma dotato di energia e brio perfetti anche su una palomba alla leccarda di Paolo Gori.

Argillae – Panata 2022, Orvieto Classico Superiore DOC

Giulia di Cosimo è la nipote del dott Bonollo che ebbe l’intuizione di acquistare questi terreni confinanti con il celebre Castello della Sala nell’Orvieto DOC e portare alla massima espressione il potenziale del vino su questi terreni argillosi ma non solo vista la presenza di conchiglie fossili enormi che lei ama portare sempre dietro come talismano. Il suo vino, raccontato da Filippo Lazzerini proviene dell’alto Orvietano e nasce appunto su suoli calcareo-argillosi e calanchi. Panata è la selezione di vertice di Argillae, da Grechetto 50%, Procanico 20% e Chardonnay 30%, vendemmia manuale e rese ridotte. Vinificazione separata delle tre uve con breve macerazione a freddo in pressa chiusa, fermentazione in acciaio a temperatura controllata, eccetto una piccola parte di mosto di Grechetto che fermenta e affina in barrique di rovere francese; segue un anno in bottiglia, con uscita due anni dopo la vendemmia. Pompelmo, frutti esotici, pasta di mandorla, sapido e persistente ma soprattutto una dimostrazione che ci vogliano tempo e tanto lavoro sulle fecce per avere un vino intensamente gastronomico come questo capace di stare alla grande su una amatriciana con il rancetto umbro ma anche con cacciagione di piuma e penna.

Decugnano dei Barbi – Mare Antico 2023, Orvieto Classico Superiore

Forse il vino più completamente espressivo tra i bianchi di Orvieto, il Mare Antico tiene fede al suo nome di mare con rimandi continui di ostrica, sale maldon e perticone sempre accompagnati da un frutto carnoso e tropicaleggiante, dalla maracuja alla papaya passando per agrumi canditi e pompelmo fresco. Sorso salino ovviamente in cui le note salmastre e iodate si alternano a frutta matura e accenni di miele e zafferano. Ce lo raccontano Enzo Barbi e Filippo Lazzerini.
Decugnano dei Barbi è una cantina fondata nel 1973 da Claudio Barbi tra Orvieto e Todi, oggi guidata dal figlio Enzo, su terreni di origine pliocenica ricchi di sabbie, argille e fossili marini. È il vino simbolo dell’azienda (fino al 2019 si chiamava “Il Bianco”), da Grechetto 55%, Vermentino 20%, Chardonnay 20% e Procanico 5% Superiore dei vigneti più vecchi. Fermentazione separata per varietà in acciaio per circa 15 giorni, con il solo 5% fermentato in barrique.

Lassù a Lamole 2024 Alta valle della Greve Jurij Fiore Igt Bianco

Jurij Fiore presenta il suo bianco da Lamole a base chardonnay , famoso, trebbiano e malvasia a dare un vino impressionante con note di ribes bianco, corbezzolo, rustico eppure elegante, rosa, caffé, salino canfora anice, menta e balsamico , il nostro aligotè in pratica!
Ecco come ce lo racconta: devo dire che io ho studiato in Borgogna, ho studiato a Beaune nella Côte-d’Or, dove insomma è la patria dei più grandi vini rossi del mondo, ma soprattutto dei bianchi, dei bianchi migliori. E avendo studiato lì, mi sono reso conto: non ci provare nemmeno, perché comunque per quanto ti possa impegnare, sei completamente in un’altra zona e non otterrai mai la stessa cosa. Oltretutto, cosa veramente importante, un vignaiolo non deve mai cercare di copiare quello che fanno da altre parti. Puoi copiare lo stile, puoi apprezzare uno stile, ma non puoi neanche pensare di fare la stessa cosa, perché se riuscissimo a fare vini che sanno solo del vitigno e della mano del produttore, alla fine lo puoi fare in Cile come lo puoi fare in Borgogna o come lo puoi fare in California. Quindi in genere bisogna cercare di fare dei vini nei quali si senta la tua mano, ma soprattutto si senta il territorio.
Come ha detto Andrea, chi mai si poteva immaginare che nel Chianti Classico si potesse fare un bianco? Perché appunto, io quando sono tornato dalla Borgogna, la gente mi diceva “ah, hai studiato in Borgogna, senti il mio bianco” e io già dal colore dicevo “no, grazie”, poi guardavo l’etichetta, a 15 gradi, “no grazie, no grazie, no grazie”. No, la gente che faceva dei rossi fra i migliori del mondo si lanciava con questi bianchi. Adesso le cose sono cambiate perché, stranamente, pur col cambiamento climatico — forse si usano tecniche diverse rispetto a quello che facevano una volta — adesso si trovano molti bianchi interessanti qui in Toscana. Però la Borgogna, la Borgogna lasciamola, oppure il Friuli, insomma le zone da bianchi sono altre.
Venendo al mio, io mi sono sempre detto: per fare un vino bianco bisognerebbe fare qualcosa di diverso, non cercare di copiare, come ho detto prima, gli altri. E allora mi sono inventato questa cosa di metterci dello Chardonnay. Non volevo lo Chardonnay massiccio toscano, lo volevo italianizzare il più possibile, quindi ho pensato a un vitigno italiano. Però non sapevo cosa mettere. Mio padre era un famoso enologo che conosce benissimo tutto per quello che riguarda il mondo del vino, e mi ha detto: “Ma Yuri, metti un po’ di Famoso.” E io ho detto: “Papà, ma che cavolo è questo Famoso?” Perché io non l’avevo mai sentito. Vi dico che ad oggi, su sei anni che lo sto utilizzando, ho trovato 29 persone che mi hanno detto “ah sì, Famoso, certo, ecco”. Non so se qui ce n’è qualcun’altra, la aggiungo ai 29.
Il Famoso è un vitigno aromatico romagnolo, quindi non si potrebbe neanche averlo in Toscana — ma insomma, rimanga fra noi. Ha questa cosa un po’ particolare che non assomiglia né a un Moscato né a un Traminer né a un Riesling: è un aroma che può anche non piacere. Però ecco, questa particolarità gli dà un naso diverso da quello che si sente di solito.
Poi, come vi dicevo, bisogna cercare di distinguersi. Però io dico, ultimamente sto dicendo: un’automobile, tu ti puoi distinguere quanto vuoi quando progetti un’automobile, ma le ruote devono essere tonde, non possono essere quadrate. Cioè deve avere certe caratteristiche. Quindi io non sono tanto — senza nulla togliere, intendiamoci — non sono tanto per questi bianchi nuovi che la gente si sta inventando, macerati, con colori strani, perché non rientrano nelle mie corde. Quindi ho deciso di fare un vino bianco che rispecchiasse i canoni di un grande vino bianco classico, di Borgogna o del Nord Italia, con profumi diversi, perché il territorio è diverso, i vitigni sono diversi. Però ecco, in questo vino qui abbiamo questo naso che viene dal Famoso, il corpo, la ciccia che viene dallo Chardonnay, e poi la parte finale bella fresca, asprigna, che viene dal territorio di Lamole per l’altitudine e dal Trebbiano. È un vino che nasce a 12 gradi, quindi se ne può bere a secchiate, ed è un vino che abbiamo scoperto anche ieri — a una cena con dei miei amici abbiamo scoperto che invecchia anche abbastanza bene, grazie a questa acidità.
Il bianco si chiama Lassù a Lamole, perché io ho tutti i vini con nomi un po’ strani, un po’ particolari. Lassù a Lamole perché secondo me i vini bianchi vengono bene su: quindi o Nord Europa o Nord Italia, o sennò, se vai in giù, devi salire su in altitudine. E Lamole è la parte più alta del Chianti Classico, quindi lassù, a Lamole.


https://youtu.be/NF6up0tEXZo

Villa Ciabattini Toscana IGT Chardonnay 2024 Tenute Fratini

Tutti conoscono la Casa del Prosciutto nel Mugello? Allora, qui siamo proprio sopra la Casa del Prosciutto. Esatto, siamo lì. No, no — siamo a Vicchio, a Villore, in quella zona, a 400-500 metri sul livello del mare. Questo è uno Chardonnay in purezza. Villa Ciabattini è il nome storico dell’azienda, della casa primigenia della famiglia Fratini. Questa è la loro casa storica.
In realtà, Corrado Fratini voleva fare un Pinot Nero, perché innamoratissimo del vitigno. Chiama il loro enologo — un enologo francese di Bordeaux, Éric Boissenot, figlio di Jacques Boissenot, a sua volta ultimo allievo di Émile Peynaud. Quindi una catena di nomi importantissima: queste persone hanno costruito la realtà enologica di Bordeaux. Émile Peynaud era il preside dell’università enologica di Bordeaux, nonché autore del Trattato di Enologia — niente di meno.
Questo consulente, che produce Pétrus, La Tour, Mouton, Margaux — grandi vini di somma levatura enologica — dice a Corrado Fratini: “Guarda, io di Pinot Nero sinceramente non ci capisco niente, ti mando qualcun altro.” Gli manda dei produttori di Pinot Nero di Borgogna leggendari, che stanno un paio di giorni e dicono: “Signor Fratini, il Pinot Nero che vorrebbe fare qui non si può fare — non ci sono le caratteristiche adatte di suolo, territorio e clima. Però, in quella vigna lì, se pianta Chardonnay, fa una cosa straordinaria.”
Allora Corrado Fratini pianta quell’ettaro di vigna, poi ci prende gusto e pianta anche altri tre ettari intorno. Questo vino viene dai tre ettari intorno a quell’ettaro cru leggendario, che uscirà l’anno prossimo — 2027. State in campana, perché uscirà.
Questo è uno Chardonnay fresco, dinamico, delicatamente floreale all’inizio, con un timbro tropicale nel finale e una coda citrica. Se lo riassaggiate, sentirete che questa acidità un po’ nervosa sul finale vi coglie quasi impreparati — arriva a dimostrare più Mugello che Chardonnay.
Non è abituato a sentirsi dire così, ma questo non è uno chardy qualsiasi: questo Mugello deve raccontare il territorio. Ed è questa la cosa bella — parlare di territorio in un vitigno come lo Chardonnay, parlare di territorio in un vitigno come il Cabernet. Infatti, quando andremo a raccontare il prossimo vino, amplieremo sul sottofondo territoriale e dimostrerò come il Cabernet può essere un marcatore territoriale tanto quanto il Sangiovese o il Nero d’Avola.

Autograf Gitana 1953 eteasca regala & chardonnay 2022

Un piccolo tocco di chardonnay (20%) non inficia la splendida resa di questo bianco dallo stile nord europa con fresche note di rafano, menta, timo e poi dolcezza di sambuco , pompelmo rosa e agrumi ben dosati. La bravura di Gitana si mostra molto bene al palato dove non ci sono concessioni alla dolcezza e il ritmo rimane serrato e ricco con un finale in crescendo su sapidità e aromaticità balsamica.

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Lupi de Gitana 2018

Un blend raffinato e importante di cabernet, merlot, saperavi mette a confronto lo storico e ricchissimo di aromi e rimandi balsamici saperavi con la regale aristocratici del cabernet con il merlot a fare da tappeto aromatico dolce, questo l’obbiettivo di Gitana 1953 con questo vino. Il risultato è un vino importante e ricco con una componente aromatica piccante e raffinata con frutta di bosco, tamarindo, tostature dolci di legno e caffè, note pepate, alloro ed eucalipto, un filo di caramello. Al sorso ha forza e struttura che nel piatto richiedono intensità e succulenta e la faraona alla ciliegie di Paolo Gori ha retto benissimo!

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Rara Neagra Classic 2022 Gitana1953

La “Rară Neagră” (anche Rară Neagră Moldarsky, Rară Niagră, Rară Nyagra) è un vitigno a bacca nera originario della regione moldava e ucraina, in particolare la zona confine. Il suo nome significa “rara nera”. È un vitigno antico, coltivato da secoli nella regione e utilizzato per la produzione di vini rossi e non poteva mancare nella produzione di Gitana 1953 che si mette sempre a cavallo tra la storia vinicola europea e gli sguardi più internazionali. In questo caso però il focus è tutto su questo vitigno che ricorda in certe espressioni il cabernet franc a noi più famigliare con note di verbena, pepe verde e nero, frutto scuro fresco e tanta polpa al palato.

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