Ecco un Chianti Classico che non ha mai paura di uscire in ritardo infatti questa 2013 è l’ultimo andata in commercio per Montemaggio.Ilaria è una vinaio esperta e quando esce sa che può contare su un prodotto fine d’istinto elegante e di una classe sorprendente queste selezioni 2016 sfoggia una rilassatezza impressionante fatta di note di ebanisteria di frutta sottospirito mirtillo ribes nero viola candita per Moto da tabacco olive e un finale che va da vincenzo ginepro. Al sorso a Corona bellissima freschezza, un frutto terzo e nitido e soprattutto un tannino rilassato, ma che non manca di pungere. Un vino notevole per tutto pasto su carne ma non eccessivamente si è alzato e che a tavola si è rivelato un bellissimo compagno della zuppa inglese
firenze
Valpolicella Classico Monte Lencisa Peaks And Valleys 2024
Ecco il vino che incarna il lato nuovo della Valpolicella, sospeso fra un rosato e un rosso, prendendo il meglio dei due mondi. Al naso questo cru Monte Lencisa (da suolo di scaglia rosa) di Marilisa Allegrini della linea Peaks And Valleys ha note di melograno, ribes rosso, fragolina di bosco, un bel floreale di rosa tea, petali di peonia, tanto arancio e una delicata nota di pompelmo rosa. In bocca ha una completezza e una delicatezza fantastica. Tannino appena accennato, bella acidità e soprattutto una caratteristica di polpa e di soavità impressionante. Un vino davvero moderno, capace di stare bene sulla pasta al sugo, ma anche su pesce e preparazioni a base di verdura.
Nel video Carlotta MAstella Allegrini ci racconta come si è arrivati a questa nuova idea della Valpolicella:
“Noi abbiamo fondato a fine 2023 il Gruppo Marilisa Allegrini, che comprende il nome di mia mamma e che riunisce tre aziende – i cui vini assaggeremo stasera: Poggio al Tesoro, che si trova a Bolgheri (non so se conoscete i vini), San Polo a Montalcino e Villa della Torre in Valpolicella, quindi Verona.
I vini che avete assaggiato ora sono i vini della Valpolicella, quindi vini di Villa della Torre e della linea Peaks And Valleys. Da circa due anni lavoriamo con Andrea Leonardi, che è uno dei tre Master of Wine italiani, e che sta seguendo la nostra produzione. Sta facendo proprio questi progetti iper-territoriali e iper-identitari del territorio.
Villa della Torre
Villa della Torre è una villa che vi invito a visitare quando avrete l’opportunità di venire in terra veronese. Si trova nella zona storica della Valpolicella. Su Verona abbiamo presentato questo progetto ad aprile di quest’anno, poco prima di Vinitaly, che comprende due linee.
Villa della Torre è questa villa di fine ‘400, quindi del Rinascimento italiano. Il vigneto che circonda la villa è presente nella zona storica di produzione della Valpolicella e ha questo terreno di argille e calcare che sono perfetti per la produzione di vini che – diciamo che negli anni la Valpolicella è sempre stata associata a vini molto con alto residuo zuccherino, molto ricchi, molto corposi – in realtà l’identità territoriale della Valpolicella… Ci sono delle aziende che stanno lavorando in quella direzione, facendo vini che puntano all’eleganza, alla verticalità. Quindi, ecco, tornare un pochino alle origini di quello che è l’origine di questi prodotti.
Accanto a questa linea, quindi, abbiamo proprio il progetto del Clos, del vigneto dentro la cinta muraria che circonda Villa della Torre, e produciamo un Valpolicella Classico Superiore e un Amarone.
Stasera assaggeremo l’Amarone, ed è un Amarone che è un po’ atipico rispetto al concetto che magari uno si immagina dell’Amarone – questi Amaroni molto pieni, con alto residuo zuccherino. È un Amarone che poi lo assaggerete, mi direte cosa ne pensate, ma punta proprio all’eleganza.
Peaks And Valleys
L’altra linea – dei due vini che avete assaggiato ora – è la linea Peaks And Valleys, e partiamo anche lì dal concetto che Verona è una città circondata da denominazioni incredibili, ma che sono ad oggi molto sottostimate a livello nazionale e internazionale: ci sono il Soave, la Lugana, il Valpolicella.
La linea Peaks And Valleys – che è proprio il logo, se vedete poi le bottiglie, non so se avete avuto modo di vederle – ha un logo che rappresenta i picchi e le vallate di quella che è Verona, quindi della provincia veronese. Sono stati selezionati dei micro-appezzamenti, quindi proprio dei territori specifici con dei suoli specifici e delle determinate caratteristiche.
Avrete assaggiato il Soave Castelcerino, che è un Soave fatto su suolo calcareo. E quindi sentite questa mineralità, questa verticalità, queste note floreali che sono proprio tipiche del suolo calcareo. Accanto a questo – stasera non ce l’abbiamo in degustazione, ma lo produciamo – c’è un Soave che invece è vulcanico. E sono due… Non so se conoscete la zona di Soave, ma è una zona meravigliosa, è una zona di viticoltura di tipo eroica: è difficilissimo arrivare nei vigneti, ma i panorami sono mozzafiato.
Diciamo, appunto, un Soave calcareo – che è quello della linea Peaks And Valleys – e l’altro invece è un Soave vulcanico. Quindi sono due vigneti proprio uno accanto all’altro, ma con caratteristiche completamente diverse.
In ogni bottiglia abbiamo le coordinate geografiche, l’altitudine, il suolo e il sistema di allevamento, proprio per andare a identificare quelle che sono le caratteristiche del suolo. E da lì vengono prodotti anche vigneti molto vicini, ma vini che poi sono completamente diversi.
E accanto a questo, il vino rosso che stiamo assaggiando è un Valpolicella Classico di un vigneto che si chiama Monte Lincisa. Il vigneto Monte Lincisa è un vigneto bellissimo che è proprio fuori dalla cinta muraria di Villa della Torre. Ma non essendo all’interno delle mura della villa, l’abbiamo inserito nella linea Peaks And Valleys e non nella linea Villa della Torre.
È un vigneto molto alto, a circa 500 metri sul livello del mare, su argilla rosa. L’argilla rosa dà a questo vino – che comunque è un vino rosso con bassa gradazione alcolica, perché non arriva neanche a 12° – un carattere molto specifico. Sentite queste note speziate e appunto questo frutto rosso. Però, ecco, è un vino rosso leggero, verticale, però che ha delle note molto specifiche.”
Chianti Classico Riserva L’erta di Radda 2020
Diego Finocchi si è affacciato relativamente da poco sul palcoscenico del Chianti Classico ma i vini dell’Erta di Radda sono ormai tra i protagonisti del territorio. Diego ha saputo ben sfruttare i cambiamenti del clima e delle stagioni e ha mostrato personalità e costanza nel realizzare anno dopo anno vini di una grande godibili. LA sua riserva nasce da una singola vigna su suolo molto ferroso ed è in effetti impossibile degustare questo vino senza unire al bellissimo agrumato rosso e succulenta di frutta scura una nota ematica rugginosa che prosegue al gusto. Il sorso è di bellissima materia e tannino di giusta potenza e definizione e la sua eleganza lo rende ottimo anche su un primo piatto, magari una pasta al sugo scappato di Paolo Gori in trattoria , ma ovviamente il suo massimo lo da su carni rosse alla griglia e stracotti.
Jean Baptiste Ponsot Rully Rouge 1er cru La Fosse 2023
Fare grandi vini rossi a Rully è veramente sintomo, in parte, dei tempi: adesso il clima è diverso, fa più caldo e i rossi ovviamente arrivano a maturazione in maniera migliore. Ma è anche sintomo del grande manico di Jean-Baptiste Ponsot.
Questo Premier Cru “La Fosse” è un grande Pinot Nero vibrante, energico, ricco di rimandi speziati, ma che inizialmente coccola e spiazza allo stesso tempo. Noti frutti rossi scuri – mora, mirtillo, fragolina di bosco – ma anche qualcosa che ricorda l’incenso, la violetta candita, e poi un grande gamma di tagli speziati: dal ginepro a sensazioni un pochino più di sottobosc
Quello che soprattutto colpisce in bocca è un grandissimo mix di freschezza iniziale, componente tannica graffiata e un bellissimo centro bocca dolce, mentre la fine della bocca continua a essere inondata da questo vino vibrante, piacevole e anche bello affilato.
Una grande prova per Ponsot, e anche un vino che dimostra quanto oggi il Pinot Nero a Rully sia da non sottovalutare e che vada di pari passo con la grande grandezza dei bianchi, che ormai è quasi acclarata.
Torre a Cona Molino degli Innocenti 2019 Chianti Colli Fiorentini Riserva
Di cosa è fatto un grande vino, e ancor più un grande vino capace di vincere il premio per il miglior vino italiano del Gambero Rosso? Soprattutto di umami, salinità, profondità e una grande personalità, quella che le cantine di Torre a Cona riescono a conferire in maniera particolare e univoca ai vini che affinano a lungo, così come questo Molino. Il vigneto è di quelli prodigiosi, con tanto scheletro e una produzione regolata: un bel mix di vecchie vigne dove il Sangiovese si esprime con note ferrose, ematiche, sfumate di bergamotto, arancia rossa e sanguinella. Le sensazioni spaziano dai lamponi in confettura alle more, una bellissima amarena, ciliegia, pepe nero, tabacco, lavanda e sandalo: un ventaglio di percezioni, appunto, che potremmo definire sanguigne, veramente bellissime. In bocca ha spessore e una dolcezza intrinseca. Si posa sul palato, si deposita al centro della lingua, ma soprattutto regala una lunghezza pepata e acida, fresca, con un tannino perfettamente svolto che lo fa sembrare al contempo un vino saggissimo e un giovincello leggiadro.
Niccolò Rossi racconta Torre a Cona, come si è arrivati al Molino…
Abbiamo una storia abbastanza lunga nel vino. Mio trisnonno fondò le Cantine Rossi e mio nonno comprò negli anni ’30 Torre a Cona. Torre a Cona è – per chi di voi è di queste zone – sopra Bagno a Ripoli, quindi siamo vicini a Firenze, nel Chianti Colli Fiorentini.
È un progetto enologico in fondo abbastanza giovane, perché sebbene sia un luogo ricco di storia dove si fa vino da sempre, è soltanto negli ultimi vent’anni che abbiamo veramente deciso di prendere questa sfida, un po’ anche contro quella che non era necessariamente una delle zone più conosciute e più vocate per il vino, o meglio non lo era. Poi il cambiamento climatico ci ha dato sicuramente una grossa mano.
E nessuno, sicuramente, quando abbiamo cominciato vent’anni fa con Beppe Caviola a disegnare una nuova visione, pensava che saremmo arrivati ad avere riconoscimenti che ci hanno francamente abbastanza sorpreso, anche se dato grandi, grandi soddisfazioni.Qualche anno fa ho incontrato Michele, da lì è nata una bella amicizia e quindi ci siamo poi affidati al loro progetto Davantage. E insomma, grazie a Michele, grazie ad Andrea che ci fa un po’ di promozione, speriamo di farci conoscere.
Champagne Collet Art Deco’ Brut
Lo champagne di ingresso della maison Collet mostra lo stile della casa che è fatto di bella eleganza maschile con levità ma anche una dose di intensità non banale. Note di lamponi, more, ribes rosso, tabacco, succo di bergamotto, spezie esotiche ma anche la classica zagara, sorso con frutto gustoso, bella croccantezza ma persistenza e vinzosità percepite che lo rendono ottimo per pasteggiare. Da noi con torta di caprino e fichi e prosciutto toscano si è rivelato ottimo aperitivo ma non solo.
40% CHARDONNAY – 40% PINOT NOIR – 20% MEUNIER
INVECCHIAMENTO (ANNI) 4 , 48mesi sui lieviti
DOSAGE 8 g/L
VINI DI RISERVA 20%
VINIFICAZIONE IN FUSTI DI ROVERE 5%
ASSEMBLAGGIO DI 7 MAGGIORITARI CRU : Vertus, Villers-Marmery, Mailly-Champagne, Ludes, Chigny-les-Roses, Rilly-la-Montagne e Ville-Dommange.
Cucina con i presidi Slow Food Toscana
Paolo Gori racconta l’uso dei presidi Slow Food toscani in un classico menu autunnale: Crostino di cinghiale, Acqua cotta alla maremmana, Cianfagnoni alla bottarga di Orbetello, Spezzatino di razza maremmana e polenta biancoperla , Becci alla farina dei Tecci di Calizzano e Muriandolo. Abbiamo iniziato con il cinghiale e quindi l’acquacotta alla maremmana.
Sull’acquacotta è un po’ come la ribollita: c’è chi mette più sedano, ognuno meno, ogni tanto cipolla, non mette patate e non mette carota. Cioè, non è così facile mettere d’accordo su un piatto tipico e su un piatto familiare quali sono effettivamente gli ingredienti. Di sicuro, rispetto alle zuppe del continente — cioè, scusate, delle zuppe non della costa, quindi delle zuppe dell’entroterra — c’è una nota piccante che noi non usiamo, non amiamo molto. A volte c’è l’uso di un po’ di pomodoro, che non amiamo. E poi c’è questa abbondanza di sedano che la denota. Poi probabilmente va il pecorino, il parmigiano, e a volte completata con un uovo in camicia. Stasera siamo stati un pochino più leggeri.
Quello che ci aspettava poi: abbiamo utilizzato un presidio, la bottarga della comunità dei pescatori di Orbetello. Ha avuto qualche scossone, però si stanno riprendendo. E quindi siamo giù in Maremma.
Cos’è il cianfanèllo? Avete capito che il cianfanèllo alla pappa in realtà è il papà della pappa, perché pare che sia quello che le maestranze del popolo fiorentino abbiano portato su in Francia, e poi i francesi, essendo più ricchi, hanno fatto una sostituzione di ingredienti: hanno tolto l’acqua e il latte — però cioè, fatto una pappa a base di latte — quindi denota la sua povertà. Quindi abbiamo il cianfanèllo, abbiamo aggiunto quello che è altro piatto classico, eh, altro ingrediente della zona in Maremma. E quindi su una base molto neutra abbiamo sentito molto bene proprio solo il sapore della bottarga.
La maremmana è presidio Slow Food. Sapete che la maremmana ha un sapore molto deciso, perché se le chianine, le calvane, le limousine, le montbeliarde e via dicendo sono sempre più simili a un manzo — quindi carne che ha la mano buona — qui veramente c’è una dieta completamente diversa, perché vive a suo modo, quindi proprio ha un riferimento… Ha questa nota, eh, molto molto speziata, questa nota boscaiola, quindi proprio la carne di maremmana la riconosci rispetto a una carne di razza.
Come la trattiamo? La trattiamo così, il cinghiale: col cavolo rosso e l’alloro, il ginepro. Noi del manzo non si usa ginepro, mentre qui c’è quasi gestita, quasi come se fosse selvaggina.
E la polenta che la accompagnava era polenta bianca, un presidio del Veneto. E prima la polenta si divideva, specialmente al Nord, diciamo: quella più pregiata era la polenta bianca, perché più delicata, più morbida. Ed era anche una distinzione geografica, perché in collina si usava più gialla, in pianura si usava più bianca. Quindi usare l’una o l’altra, poi, l’esatto mais era anche proprio una distinzione di dove abitavi, di dove eri.
Nel resto d’Italia la polenta bianca di mais bianco è un po’ sparita, perché abbiamo sempre bisogno di un colore, no? Pensate a quanto negli ultimi anni il pomodoro ha infestato punto la cucina. Noi, io da fiorentino non sopporto questo pomodoro che ha sporcato tutti i piatti fiorentini. Noi il pomodoro — che nessuno si è concentrato, però vuoi anche le maestranze nostre sono venute dal Sud Italia e hanno portato questo pomodoro ovunque — quindi il colore rosso, la polenta gialla, quindi questi colori che rendono più, sono più invitanti.
La polenta bianca, il bianco, ricordata come un gusto e un ricordo cromatico più da Sette-Ottocento — quando il bianco era il colore della nobiltà. Pensate al biancomangiare, al tacchino come carne delle grandi feste. Ora, tacchino vecchio, grande, però tacchino è carne bianca. Prima era considerato un piatto da signori.
Chiudiamo con una farina particolare: farina di neccio. Cosa sono i necci? Noi l’abbiamo riscoperto come si faceva una volta. Si metteva il seccatoio e sopra si faceva seccare la castagna. Quindi c’è questo odore leggermente quasi affumicato, perché effettivamente viene fatta con una cottura sotto. La grana è molto grossa. E avevo scritto — però casualmente era venuto anche lo scorso venerdì — avevamo fatto necci. Quindi abbiamo fatto la farina, e abbiamo fatto invece — perché nella Lucchesia intendono un più povero fatto sulle castagne — poi fritelline, ma mentre il neccio è quasi una crêpe di castagna, no, quindi è molto delicato, la pattona già dice il nome: è qualcosa di un pochino più…
Infatti noi a Firenze la facciamo qui a Firenze, sì, però diciamo nella zona lucchese, invece in Toscana si intende un neccio. E il Patriarca, e come abbinamento — dato che c’è una sfilza di rossi ancora da mettere davanti — abbiamo aggiunto anche una piccola fetta di pecorino a latte crudo a caglio vegetale del Mugello, della Bacciotti, che è la nostra amica della comunità
Champagne Collet Rosè Brut
Grinta carattere e una bellissima attitudine alla tavola sono le caratteristiche principali di questo Rosè Brut di Champagne Collet che mette in evidenza il radicamento della Maison nelle zone che contano del pinot nero in Champagne. Tanta arancia sanguinella, bergamotto, amarene, frutta di bosco e poi un lato floreale di violaciocca che ravviva il tutto. Bocca succosa e intensa con una vinosità e una sottile trama tannica che si spalma benissimo sul palato quando c’è succulenza e carni da abbinare…
Champagne Collet Rosè Brut , 50% PINOT NOIR – 40% CHARDONNAY 10% MEUNIER
DOSAGE 10 gr/lt
INVECCHIAMENTO (ANNI) 4, 48 mesi lieviti
VINO ROSSO 14%
VINI DI RISERVA 23%
ASSEMBLAGGIO DI 5 MAGGIORITARI CRU : Vertus, Cumières, Champillon, Rilly-la-Montagne e Sermiers.
Champagne Collet Blanc de Blancs
Il bianco di chardonnay in purezza di casa Collet, casa fortemente radicata ad Ay e al pinot nero, si rivela una bellissima sorpresa di acidità e gessosità da grandi cru della Côte des Blancs ma anche di frutto e stile Montagne. Limoni, arancio, mandarino, lieve tocco tropicale poi anche note di sottobosco, spezie, miele di tiglio, acacia e rosmarino. Bello il comparto di pasticceria e speziatura che lo completano nel bellissimo finale. Ottimo in aperitivo e molto versatile a tavola, da noi su Pasta fagioli con le cozze è andato alla grande.
INVECCHIAMENTO (ANNI) 5 anni, 60 mesi sui lieviti
VINI DI RISERVA 25%
DOSAGE 7 g/L
VINIFICAZIONE IN FUSTI DI ROVERE 15%
ASSEMBLAGGIO DI 5 MAGGIORITARI CRU : Oger, Avize, Cramant, Chouilly e Villers-Marmery
Champagne Millesimè 2016 Collet
L’annata 2016 in Champagne è stata preceduta da un inverno e una primavera piovosi che hanno rallentato la crescita delle viti, seguiti da un’estate calda e soleggiata che ha favorito una maturazione completa delle uve. Un bel contrasto climatico che ha portato a vini ricchi, maturi e con una notevole profondità aromatica come si riflette in questo 2016 di Champagne Collet, a leggera maggioranza di pinot nero. Ancora in fase giovanile ma già di bel carattere. Note belle e intriganti da confettura di frutta quasi tropicale, lamponi, rabarbaro, pepe bianco, muschiato, soavità floreale di zagara e biancospino in una bella spinta dello chardonnay. Sorso di intensità e succulenza già belle definite, componente umami sapidità iodio e salsedine davvero percepibili con anche frutta secca e arachidi. Finale che spinge disseta e stuzzica, un grande vino e un grande champagne da bistecca alla fiorentina.
60% PINOT NOIR – 40% CHARDONNAY
L’espressione di un’annata eccezionale nei terroir della Maison COLLET.
INVECCHIAMENTO (ANNI) 7
DOSAGE 7gL
ASSEMBLAGGIO DI 9 PREMIERS E GRANDS CRU :
Mailly-Champagne, Verzy, Villers-Marmery, Ambonnay, Aÿ, Chouilly, Cramant, Avize e Oger.