Ecco un Chianti Classico che non ha mai paura di uscire in ritardo infatti questa 2013 è l’ultimo andata in commercio per Montemaggio.Ilaria è una vinaio esperta e quando esce sa che può contare su un prodotto fine d’istinto elegante e di una classe sorprendente queste selezioni 2016 sfoggia una rilassatezza impressionante fatta di note di ebanisteria di frutta sottospirito mirtillo ribes nero viola candita per Moto da tabacco olive e un finale che va da vincenzo ginepro. Al sorso a Corona bellissima freschezza, un frutto terzo e nitido e soprattutto un tannino rilassato, ma che non manca di pungere. Un vino notevole per tutto pasto su carne ma non eccessivamente si è alzato e che a tavola si è rivelato un bellissimo compagno della zuppa inglese
wine tasting
Poggio al Vento Brunello di Montalcino Riserva 2001 Col d’Orcia
Effettivamente il 2001 a Montalcino è un’altra annata spartiacque. È stata un’annata in cui Montalcino è salito per la prima volta sul podio della famosa Top 100 di Wine Spectator ed è stata, diciamo, la consacrazione definitiva. Secondo me non è un caso che sia arrivato nell’annata della gelata. Questo voleva dire: “Guarda, Montalcino va bene, però dovete farne meno, perché tutta questa quantità non va bene se volete puntare al massimo”. E effettivamente, quando non ci pensa l’uomo ci pensa la natura, sembra.
È chiaro che si preferisce sempre avere la cantina piena, ma a volte il carico… soprattutto all’epoca, soprattutto oggi forse con questo caldo, si tende a tenere un pochino di più. Allora sì, ma in realtà all’epoca – che era un’epoca di abbondanza enorme – si cercava di far venire vini concentrati, ricchi, carichi. La barrique tutti la usavano all’epoca, e quindi effettivamente un’annata in cui l’uva era un po’ più scarica, un po’ meno carica, aveva tutt’altro equilibrio. Quindi una bellissima annata per un vigneto storico e dalla genesi particolare come ci racconta Santiago Marone Cinzano:
Sul colore: queste bottiglie purtroppo sono trovate a giro, non tutte sono così. Queste vengono direttamente da Santiago, quindi… Io ricordo sempre: il più grande vino che ho assaggiato probabilmente è stato un ‘61 a Bordeaux, a Saint-Émilion, ma era il Clos Jacobin, che è un’azienda che nessuno conosce. Ma quel ‘61 che è stato 80 anni – insomma quant’è – in cantina, lì sotto, è più buono di qualsiasi Cheval Blanc e Pétrus bevuto da Pinchiorri, da qualsiasi posto. Con tutto il rispetto della cantina di Giorgio, eccetera. È ovvio: se il vino non si è mosso mai e lo bevi lì, non c’è paragone. Questo si è mosso poco, si è fatto un’oretta e mezzo ed è arrivato in condizioni fantastiche.
Allora, scusate, ecco, vi dicevo: il versante sud. Ora qui chiaramente è un vino che ha qualche anno, però la nota bella che mi piace – e cosa mi fa impazzire di Col d’Orcia – è che comunque, nonostante abbia queste note carnose, ricche, calde e mediterranee, tantissimo balsamico… qui c’è la lavanda, c’è il rosmarino, c’è il ginepro, c’è il pino mugo, ci sono queste note di alloro, di mirto che effettivamente richiamano un po’ il lato mediterraneo. Però soprattutto in bocca, secondo me, non sono vini che hanno un’acidità scattante, salinità, questa nota agrumata, questa nota salina, questo finale veramente in punta di piedi. Ma soprattutto: ci si aspetta da un 2001 un vino non sfibrato ma comunque esile. Invece questo è un vino che potevate mettere accanto al 2016, ma quasi quasi al 2019 iniziale.
Quindi questo incantesimo di questo poggio… l’abbiamo visto con le ultime analisi che sono state fatte a Montalcino, guardando che è molto importante il vento, molto importante il clima, sono molto importantissime le escursioni termiche. Che si dicono, no? A volte studi, leggi… sì, e poi “escursione termica”. Invece, per esempio, un’annata come la ’21, che è stata in certi frangenti torrida, però poi a settembre ha avuto delle escursioni fra le più grandi di sempre, ed ecco la grandissima annata che è venuta fuori.
La 2001 non tutta ha avuto grandissime escursioni, ma appunto i poggi e i luoghi ventilati – ovvio – sono esposti ancora di più a questo cambio di clima. Ecco, quindi ecco perché questo vino ha questa tensione, questa spalla, questa energia.
Un vino che allo stesso tempo è indubbitabilmente toscano, senese e anche versante sud. Che è un versante che, se parli appunto con i nerd – cose, no? – “Vabbè, io bevo solo versante nord”, adesso si dice così, con tutta la felicità che si può avere per Francesco. Ma è un modo di assaggiare, prima di tutto. La maggior parte del Montalcino unisce giustamente viti, uve da più versanti, quindi già quella è una cazzata, secondo me. Poi non è una questione di qualità in senso assoluto, è questione di stile. A me questo stile fa impazzire. È uno stile che ripercorre la storia a Montalcino: questa è la zona dove l’uva maturava sempre, le altre zone no.
Questa è la zona… insomma, comunque loro hanno come vicino Argiano, hanno comunque versanti dove si affaccia Soldera, dove si affaccia… insomma, non è che versante sud però a parole sembra che sia… invece secondo me è veramente… Soprattutto i vini di Col d’Orcia hanno questa ricchezza incredibile, se non possano stare in piedi. Invece poi tirano fuori questa piccantezza particolare. E direi che soprattutto nei vini di ora, che vi invito ad assaggiare – le ultime annate – l’aiuto del biologico e del biodinamico non è indifferente.
Io sono uno scienziato, quindi alla biodinamica non ci credo. Però quando assaggio vini che vengono fatti in biodinamica in certe zone, riescono ad avere questo surplus di acidità pazzesco che, a parità di maturità, hanno questa spinta vitale che in un vino come questo risolve tutto: carico, energia, ma spinta e piacevolezza di beva.
Il Marroneto Brunello di Montalcino DOCG 2016
Il Marroneto ormai non ha bisogno di presentazioni anche dopo il nuovo recentissimo 100 punti ricevuto da Monica Larner per Wine Advocate. Ma insomma, quando ne parlavamo io e Bonucci… Il Mori era lì ancora che si arrabbiava perché nessuno lo considerava i primi anni… Però diciamo che è la dimostrazione che, sì, in primis tutto: devi avere le vigne nel posto giusto. Ma la perspicacia, l’iper-perfezionismo e la combinazione anche di quello che è un po’ il gusto oggi, no? Che è cambiato.
E Alessandro è arrivato nel momento in cui già era chiaro quello che sarebbe stato lo stile dei vini di Montalcino nel futuro. Lui se la gioca sempre un po’ pericolosa: lui gioca sempre con un po’ di volatile, con queste note un pochino selvatiche. Ora lo dico, mi sente, mi ammazza… ma insomma, mi denuncia l’avvocato, quindi sicuramente mi arriva il mandato di comparizione!
Il Marroneto ha alcuni lievissimi difetti che sono proprio le cose che te lo fanno amare. Cioè quando ci metti il naso dentro, senti questa nota… questa viscera, questa nota ferrosa, ematica, rugginosa, questa nota appena un po’ d’acciuga, un tocco di liquirizia. Ti senti ovviamente la nota pepata, ovviamente anche qui una bella nota di incenso. Anche qui la componente fresca si sente, ma si sente anche una grande massa che proprio ha bisogno di questo leggero tocco di volatile per spingerlo verso l’alto.
Quindi un naso particolare, bello, che però deve piacere. E questo è la bellezza: Alessandro è riuscito a trovare una sua personalità che oggi sembra una cosa che si dice nei corsi, si dice ai master, ma è quello che vende: la personalità, la personalità, l’originalità. È ancora più difficile avere la propria originale personalità in un territorio che sembra aver detto tutto e che se sei troppo originale, in realtà non ti premia ma ti castiga.
Quindi, ecco, a Montalcino non pensate sia facile far vino, perché ti guardano tutti intorno col cannocchiale: ogni passo che fai, occhio a quello che fai!
Ma andiamo ad assaggiarlo. E così… in bocca è un vino con una dinamica per certi versi simile a quello classico versante nord come quello di Francesco Buffi Baricci, per altri è un pochino più magro, più asciutto, più fine, un po’ più esile. Se la gioca proprio in un’eleganza diversa. Un vino che forse anche a livello di longevità, forse, può pensare a una longevità un po’ inferiore. Però sicuramente un vino che… una di una larghezza, di una bevevolezza, di una capacità di stare a tavola veramente grande.
Un vino che ha un’impalcatura rocciosa, robusta, ma che poi nel bicchiere ha una dinamica di beva piacevolissima, freschissima, quasi da vino da tutti i giorni – a poterselo permettere, lo so: tutti noi apriremmo una bottiglia al giorno!
Però la bellezza dei grandi vini – e chi di voi ha bevuto grandi, grandissimi vini lo sa – non sono concentrazione, non sono importanza, non sono opulenza: sono piacevolezza di beva. Sono i vini che la bottiglia finisce in un attimo se sei in due, sono quei vini che proprio se ne vanno nel bicchiere.
E questo secondo me ha proprio questa grinta, però questa piacevolezza, questa dinamica, questa agilità. E questo finale veramente trascinante.
Chianti Classico Val delle Corti 2022
Uno dei protagonisti della rinascita raddese, Roberto Bianchi ha saputo intuire la direzione territoriale di Radda e spingere i suoi vini sfruttando al meglio il cambio del clima. Oggi un vino come questo è impareggiabile per succosità mista a verticalità, un continuo rimando di viole, fragole in confettura, amarene zenzero e una freschezza piccante che al sorso lo rende irresistibile. Nella nostra serata ottimo su zuppa di castagna e lardo di cinta ma è vino da abbinamenti quasi illimitati dai salumi fino a carni anche importanti per come riesce a sottolineare tutto con una sua nota agrumata e sapida.
Chianti Classico Barlettaio 2021
Francesco Bertozzi e la sua anima contadina schietta e profonda hanno fatto de Il Barlettaio una perfetta rappresentazione di quanto di possa godere con i vini di Radda in Chianti. Macigno toscano, alberese e galestro, cioè arenarie, argille e calcari danno a un Chianti Classico come questo 2021 una tensione speciale e unica fatta di note floreali intense tra rose, viola e glicine e un frutto teso di amarene e more di rovo che in bocca si fa avvolgente. Finale pronto spigliato e con una dolcezza che quasi ti sorprende vista la tensione e l’acidità mostrate al primo sorso. Ottimo dagl antipasti alle carni ma anche se si ha sete di qualcosa di scattante e preciso.
Chianti Classico Podere Capaccia DOCG 2021
Alyson Morgan dalla California continua a portare entusiasmo e voglia di fare a Radda nel Chianti Classico e dell’associazione dei Vignaioli di Radda è uno dei volti più conosciuti e raggianti. Ma l’impegno più grande ovviamente sta nel rendere Podere Capaccia anno dopo anno uno dei vini imprescindibili del territorio con la sua nitidezza di frutto scuro e rosso (more di gelso, duroni, viole, arancio rosso) e un lato speziato piccante splendido che sempre attraversa il sorso delle sue bottiglie. Questo Chianti Classico 2021, ultima annata in commercio quindi uscita con giusto tempo di bottiglia, è un vino dall’equilibrio magistrale tra intensità e soavità ed è bottiglia capace di regalare sorrisi e momenti bellissimi sia a tavola che fuor
Venerdì 14 Novembre Amarone Brunello e anche Sabato 15 a pranzo
Torna la sfida tra i due vini iconici d’Italia sulla base di un menu ricercato e speziato in grado di esaltarli a cura di Paolo Gori. Nei bicchieri i vini di San Polo con il fantastico cru Podernovi a Montalcino e l’Amarone di Villa della Torre di Marilisa Allegrini. A contorno nei bicchieri anche Soave e Valpolicella e ovviamente Rosso di Montalcino. Sorpresa dolce nel finale… da Bolgheri!
Menu
Peverada vs crostino nero
Farinata con cavolo nero
Bigoli all’anatra
Bollito al piatto e pearà allo zafferano
Torta de puina e marroni
Vini in abbinamento
Soave Castelcerino Peaks And Valleys Marilisa Allegrini 2024
Valpolicella Classico Monte Lencisa Peaks And Valleys 2024
Rosso Di Montalcino San Polo 2022
Brunello di Montalcino Podernovi DOCG 2020
Amarone Della Valpolicella Villa Della Torre Marilisa Allegrini 2020
Teos Poggio al Tesoro 2016 Igt Toscana Petit Manseng
Menu completo e tutti i vini 75€ , info e prenotazioni 055317206 oppure via mail info@daburde.it
Gabriele Mazzeschi Commendatore 2023 IGT Toscana
Il Commendatore 2023 di Gabriele Mazzeschi è un vino che nasce da un’annata tutt’altro che semplice. La 2023, infatti, non è stata una vendemmia di grande intensità o concentrazione. È stata un’annata più leggera, con sfide importanti in vigna: l’andamento climatico ha richiesto attenzione, misura, capacità di ascolto. E Gabriele, con il suo tocco sempre più misurato e maturo, ha saputo trarne un’espressione originale e decisamente interessante.
Già al naso si percepisce una direzione nuova: meno muscoli, più cervello. È un vino che si muove con eleganza, con note nordiche, quasi atlantiche, che ricordano il pepe nero croccante, una sottile sfumatura di peperone arrostito (ma solo accennato, come se passasse sul fondo), e poi quel classico tocco di cassis, di ribes nero e succo di mora, che ci riporta alla tradizione del Syrah di collina, più agile che potente.
Un dettaglio non da poco: il legno è usato con intelligenza e discrezione. Non c’è sovrastruttura, non c’è trucco. Si sente che Mazzeschi ha raggiunto un equilibrio molto più fine e consapevole nel suo uso della barrique: accompagna, non copre.
In bocca il vino conferma l’impressione: è fresco, scattante, quasi nervoso nel suo slancio giovanile. Meno denso rispetto ad altre versioni del Commendatore, ma per questo forse ancora più interessante: si muove rapido, snello, con una tensione dinamica che lo rende stimolante e vivo. Ha bisogno di un po’ di tempo in bottiglia per distendersi, certo, ma già ora regala un’idea chiara della sua natura: un figlio diretto, schietto e immediato del 2023, senza compromessi, senza maquillage. Curiosamente, si è rivelato sorprendente anche con piatti dalla spalla gustativa più ampia, come la pasta asciutta Fabbri con i “dentri” di Paolo Gori con note amarmognole quelle sfumature più ferrose, amaricanti, come fegato, radicchio o frattaglie delicate. È proprio in questi abbinamenti più audaci che la leggerezza del vino gioca di contrasto e pulizia, regalando un’esperienza meno convenzionale.
Mistikos Poggio dell’Occhione Syrah 2021 Scansano (GR)
Questa prima vera annata del Syrah di Stefano Colloca a Scansano ha profumi intensi di macchia mediterranea con evidenti note di violetta e ribes nero. Emergono ricordi di sottobosco con sfumature di liquirizia, olive, mirto, alloro e timo. Accenni agrumati che impreziosiscono il quadro olfattivo.
Grande complessità e sensazioni autentiche al palato in cui ritornano le note di sottobosco e liquirizia, con un carattere che rivela anche una componente più fresca e “nordica” – eleganti sentori di verbena e bergamotto che conferiscono raffinatezza al sorsso.
Un vino che esprime una doppia anima: da un lato l’eleganza e la verticalità tipica della Syrah del nord Rodano , dall’altro la solarità e la mediterraneità della Maremma e del territorio di Scansano. Un equilibrio affascinante tra freschezza e calore, tra Nord e Sud, che si aggiunge alla naturale spina dorsale verticale del vitigno.
Stefano presenta così la sua idea iniziale di Poggio dell’Occhione
Pinot Nero 2019 Grazioli
La 2019 per adesso rappresenta per Mattia Grazioli il concetto più completo per il suo vitigno preferito e nei bicchieri rappresenta un bell’omaggio alla regione dove questo vitigno è diventato re indiscusso dei rossi mondiali. Naso con bellissima florealtà di rosa e anche gelsomino, un bellissimo agrumato, tabacco, tocchi di oliva e tapenade, ciliegia e mirtillo.