tasting

Venerdì 6 Novembre Panzano, Castellina e San Donato a confronto

Tempo di bilanci per le UGA del Chianti Classico! Avremo a cena il prossimo 6 novembre Panzano, Castellina e San Donato. Tempo di bilanci e confronti se le UGA davvero sono state capaci di aumentare la territorialità dei Chianti Classico o sono solo un bollino da sfoggiare in etichetta.

Con Bucciarelli da Castellina, Casa Emma da SAn Donato e l’ambiziosa Casanuove da Panzano cercheremo di dare risposta a tavola… insieme ad un menu profumatissimo d’Autunno a cura di Paolo Gori 55€

Pigato 2017 Rocche del Gatto Riviera Ligure di Ponente.

Colore evoluto, con un’ossidazione voluta che nasce dall’annata e dal metodo. Macerazione di tre settimane, cinque anni di bottiglia in più rispetto al Vermentino appena bevuto.

Il nome viene dai puntini sulla buccia dell’acino. La distanza dal Vermentino si sente subito: qui manca l’agrume maturo e la freschezza semiaromatica, al loro posto c’è la macchia. Salvia, rosmarino, camomilla, ginestra, fiori bianchi. Sotto, la parte salmastra, con il mare a 8 km in linea d’aria.

In bocca arriva tutta la fascia costiera ligure in una volta sola: terra, funghi, macchia, sale, fiori, pesca. Concentrazione alta con acidità intatta, che dopo tre settimane di macerazione è il risultato meno scontato. Tenuta straordinaria: bottiglie aperte da venti giorni ancora in forma.

In assaggio anche un Pigato 2008 fuori carta, dove l’evoluzione porta note di Armagnac.

Macajolo 2022 e 2006 Vini Liberi Ormeasco Rocche del Gatto

L’Ormeasco è il dolcetto in versione ligure, arrivato dal Piemonte. Dalla stessa uva nasce anche lo Sciac-trà, rosato da non confondere con lo Sciacchetrà delle Cinque Terre. Il nome del vino viene dalla macaia, lo scirocco umido che appesantisce le giornate liguri.

  1. Frutto centrale semplice, ciliegia e frutti di bosco, la complessità sta altrove. Ingresso quasi dolce, poi a centro bocca la frutta incontra la componente salina. Chiusura su iodio ed erbe aromatiche, timo e lentisco. Acidità sopra la media del vitigno, tannino stringente ma cordiale. Vino da tavola nel senso pieno: salumi, cacciucco, piatti di mare con il pomodoro. In questa versione niente rossese in uvaggio.
  2. Sedici anni dopo, altro registro. Naso etereo, eleganza fine più che potenza. Tutto si è ridotto e concentrato senza perdere niente: mare, balsamico, iodio, fiori secchi. La frutta è diventata confettura di fragola e frutti di bosco. Sotto, la resina di larice. In bocca non invade, sfiora appena il palato, e l’astringenza residua promette altri tre o quattro anni di bottiglia.

Il punto del confronto: un vino che arriva vivo a questa età senza correzioni, e resta esattamente quello che è.

Pigato Senza Tempo vino Bianco Rocche del Gatto 2011

Senza Tempo. Il nome da solo dice tutto, soprattutto a chi col tempo litiga ogni giorno. Nel 2011 Fausto vinifica questo Pigato, capisce che l’annata è fuori scala, fa le sue tre settimane di macerazione e lo mette in vasca per tenere insieme il frutto e la parte più fragile del vino. Poi non lo imbottiglia. Lo assaggia l’anno dopo, e quello dopo ancora, e ogni volta arriva alla stessa conclusione: questo vino ha un futuro davanti, chiuderlo adesso sarebbe sbagliato. Col vino ci parlava, letteralmente.

Arrivavo da lui alle dieci del mattino, un’ora e mezza dalle Langhe. Mi aspettava con i trabocchetti già pronti. Volevo gli evoluti e lui partiva dalle vasche che stavano ancora fermentando, ne apriva una, me la faceva assaggiare senza dire cosa fosse. Io mi entusiasmavo, e lui rideva: sei venuto per il Pigato e ti frego col Vermentino. Nel 2019 ha deciso. Lo ha imbottigliato sicuro che non sarebbe mai scaduto, e questo è il vino nel bicchiere stasera. Giallo dorato brillante, riflessi di topazio. La prima volta che l’ho fatto assaggiare ad Andrea gli ho detto che mi sembrava un anziano radioso, uno che arriva a ottantacinque anni luminoso e gioioso e porta luce in giro. Lui ha voluto farci un video, e il video ha fatto quattromila visualizzazioni. Il regista è sempre lui.

Giovedì 8 Ottobre Amarone Brunello allo Starhotels Michelangelo!

Un confronto epico tra due grandiosi vini italiani ognuno con il suo retaggio e le sue peculiarità in abbinamento, stavolta in scena allo Starhotels Michelangelo il prossimo giovedi 8 ottobre! Di scena dalla Valpolicella la grandeur moderna di Tedeschi e da Montalcino…sfidante a sorpresa!

Menu
Cecina & Baccalà mantecato
Farinata cavolo nero sul capo del verro
Bigolo in salsa
Stracotto e erbi
Schiacciata uva e blu del Mugello

Vini
Rosso di Montalcino 2024 Baricci
Brunello di Montalcino 2021 Baricci
Ga.Ry Igt Bianco 2023 Tedeschi
Nicalò Valpolicella DOC Tedeschi 2023
Amarone Monte Olmi Riserva 2019
Recioto della Valpolicella capitel Fontana 2021

6 Vini tra Montalcino e la Valpolicella, menu a cura di Paolo Gori completo, 65€.

Per informazioni in negozio tutti i giorni allo 055.317206 oppure info@daburde.it.

For information in store every day at 055317206, 0559502931 or info@daburde.it.

Cascina Melognis Novamen 2021 Barbera e Pinot nero


Questo è il vino per cui è nata l’azienda Cascina Melognis. Michele Antonio Fino racconta che è stata fondata con sua moglie nel 2009: “avevamo piantato la prima vigna di Pinot Nero nel 2002, e nel 2008 abbiamo trovato una vecchia vigna di Barbera in affitto, molto bella, su una punta di collina. Noi siamo nelle Prealpi, non in zona collinare classica — le esposizioni, le pendenze e i suoli sono molto diversi rispetto all’Astigiano. Quella vigna aveva allora una quarantina d’anni, oggi ne ha 55, e ci dà ancora una Barbera di grande struttura. L’idea del blend è nata per imitazione — abbiamo copiato quelli bravi. Il vino che ci piaceva all’epoca era Forteto della Luja “Le Grive”, Barbera e Pinot Nero creato da Giancarlo Scaglione a Loazzolo, in provincia di Asti: un vino che alla fine degli anni Novanta era monumentale. Oggi è molto cambiato, perché quella zona è diventata caldissima con il cambiamento climatico — è diventato una specie di Opus One con un punto in meno di acidità, un po’ seduto. Da noi invece l’acidità della Barbera rimane molto vibrante, e il Pinot Nero porta il tannino che la Barbera non conosce affatto
Questo è un vino che abbiamo in tutte le annate dal 2009 — abbiamo persino un 2007 sperimentale in casa — e non c’è ancora un’annata che abbia scollinato. La capacità di invecchiamento è molto buona: unisce le virtù di due varietà diverse.”
Al naso, da giovane, questo vino è abbastanza sulla sanguinella — ricorda certi Nebbioli più scuri, certi Barali — e può ingannare. Il tannino è nell’ordine di un Barolo di Monforte o di Serralunga, un pochino scorbutico, ma con i suoi estimatori appassionati.
Personalmente non sono un grande fan della Barbera — trovo che abbia spesso troppa acidità, troppa esuberanza, un carattere un po’ sguaiato. Quando invece viene indirizzata su un binario più nordico, più controllato, la preferisco molto. E la Barbera sente il terreno in maniera clamorosa. La nostra vigna è su un suolo molto pietroso, fatto di scisti che si sbriciolano all’aria, con pochissima sostanza organica — e le piante hanno 55 anni. Il risultato è un vino molto longilineo.
Francesco Annibali una volta ha detto: “I tuoi vini hanno tutti i fianchi stretti.” Lo consideriamo un grande complimento alla nostra viticoltura: fianchi stretti vuol dire meno potenza, più eleganza, più persistenza gustativa, più profumo. Anche la Barbera da noi arriva a 14,5°–15° nelle annate calde come il 2022 — che è poco, credetemi, perché a Nizza Monferrato negli ultimi anni si arriva tranquillamente a 17° senza particolari sforzi. Da noi rimane un filo più tesa, con acidità più alta e alcol più basso, e si sposa bene con il Pinot Nero, che è basso di acidità ma ricco di tannino.
Mangiate pure — vedete che arriva quello che non chiamerei involtino, ma Tommasella — e noterete come un po’ di tannino e di struttura siano perfetti per asciugare un piatto con bella succulenza e untuosità. Dal punto di vista aromatico, questo vino unisce il lato più rosso della Barbera e il lato più scuro del Pinot Nero; in bocca è un connubio divertente, intrigante, con quella giusta lunghezza e quella freschezza che al nostro palato suona sempre molto nordica.
È un vino moderno, ma che non rinuncia alla sostanza. A forza di voler scaricare tutto — vendemmiare sempre prima, alleggerire sempre — a volte si toglie il vino dal vino. Si sta andando un po’ troppo dall’altra parte. Dai vini Kardashian ai vini-fantasma, c’è qualcosa in mezzo. E questa moda del monovitigno a tutti i costi è abbastanza estranea alla tradizione italiana in generale — con l’eccezione della Vernaccia, che è talmente esile che se la mescoli con qualcosa perde la sua identità. Tutti gli altri sono sempre stati vini da taglio.
Michele ricorda che ” Noi facciamo anche un blend Barbera e Chatus — un altro vitigno tipico locale, il vino di tutti i giorni dei Saluzzesi. Questo è un blend nuovo, e con il nome latino l’abbiamo chiamato Noamen, che significa “novità”. L’idea di fondo è che il blend sia il modo migliore per valorizzare le diverse attitudini dei vitigni adattati al territorio — ed è questa, in fondo, la forza di tutto il progetto”.

Cascina Melognis Vermouth Artigianale Aromatum Umor

Un prodotto fuori programma e fuori regola di Cascina Melognis questo vermouth…Solo 80 bottiglie all’anno, non hanno etichetta e sono quasi “illegali”, perché chi fa il vermouth deve denunciare ai Monopoli l’uso dell’alcol. Sono quindi prodotte esclusivamente in modo artigianale, da condividere con gli amici e non poste in commercio. La base è il vino bianco di Michele Antonio Fino fermo Comies. Nel vino sono stati macerati cedro, arancia, mandarino e bergamotto; ci sono poi genzianella e Artemisia genepi a dare la componente erbacea, tintura di semi di Riesling e tintura di semi di albicocca che donano una nota morbida e mandorlata, e infine le quattro spezie: anice stellato, pepe del Sichuan, coriandolo e cardamomo.
Tutto viene macerato nel vino per 15 giorni, poi filtrato, rinforzato fino a 18 gradi alcolici e zuccherato con 80 g di zucchero per litro.
È un dry senza essere un extra dry, e si caratterizza per una nota molto agrumata, nello stile tipico dei Lillet, i vermouth di Bordeaux, molto più agrumati di quelli tipicamente prodotti in Piemonte. Ci piace perché è perfetto per il Vesper — quello che in Italia chiamiamo Martini Cocktail — la ricetta creata da Fleming: si sporcano solo i cubetti di ghiaccio, si shakera il gin, e con questo vermouth il profumo è mondiale. Le note agrumate sono belle, toniche e vivaci.

Cascina Melognis Divicaroli 2024 Colline Saluzzesi Doc Pelaverga

Il vitigno catalogato nel registro nazionale delle varietà si chiama semplicemente Pelaverga. Nel Verdunese — una zona del Barolo — si produce un vino chiamato Verduno Pelaverga, ma è fatto con un’uva diversa: il Pelaverga Piccolo, che non è geneticamente imparentato con il “nostro”. Condividono una certa speziatura, ma quello là è molto più speziato e più alcolico; questo invece è leggerissimo.
È un vino ideale per l’estate: lo serviamo dal frigo, al posto di un bianco. A 10°–12° va benissimo, perché fa solo 11,5° e ha un’acidità molto contenuta — è meno alcolico persino del frizzante che avete bevuto prima. L’anno scorso l’ho portato a Firenze, l’ho servito da Buca Mario, e ha avuto un successo enorme.
È un vino che ha questa speziatura naturale — il pepe viene fuori, ma delicatamente. C’è soprattutto molto zenzero, una nota di garofano, e una componente vegetale che contribuisce a renderlo fresco e leggero. Manca la componente tannica, ed è proprio per questo che si può servire tranquillamente freddo, anche con il ghiaccio.
Michele Antonio Fino: È un vino assolutamente divertente e accattivante. La 2025 è un po’ più tannica — ma la 2024 è quella giusta, e hai perfettamente ragione. La 2024 ha incontrato molto bene il mercato: ha preso ottimi riconoscimenti da IS e da Slow Wine, e sta girando un po’ in tutto il mondo. Non male per un’uva che veniva considerata povera dal punto di vista dell’alcolicità — ma oggi, in realtà, l’uva “poverina” non è più uno svantaggio.

Da noi su Acquacotta Casentinese (pomodoro, pane, salsiccia, cipolle) è andato alla grande!

Cascina Melognis Econverso 2021 100% Pinot nero

Questo è un Pinot Nero in purezza 2021, vinificato in maniera molto tradizionale: 10% di grappolo intero, un anno di legno, due anni di bottiglia. Esce solo in magnum per avere un’evoluzione più controllata. Lo abbiamo servito su un comfort food pazzesco ovvero i ravioles, degli gnocchi a base di patate, panna, burro e formaggio morbido di malga ricreati da Paolo Gori con ingredienti del Mugello.
Il vigneto di Econverso di Cascina Melognis si trova a 600 metri in Val Vaita — una valle parallela alla Valle Po nel saluzzese. La Valle Po è quella dove scorre il grande fiume; la Val Vaita è la prima parallela a destra. Tutta la provincia di Cuneo è un ventaglio di valli, una di fianco all’altra, ciascuna con il suo torrente o fiume che scende e dà il nome alla valle. Accanto a questa vigna c’è quella di Pinot Nero da spumante, che vi faremo assaggiare dopo.
Si tratta di cloni di Borgogna, vinificati in rosso. Saliamo un po’ con l’alcol — siamo sui 13°–13,5° — è un vino di struttura, ma anche molto piacevole. Devo dire che ha fatto un buon lavoro anche Stefanino.
Dunque — il Pinot Nero. Oggi sembra che tutti lo facciano: improvvisamente tutti sanno fare Pinot Nero. Voi avete assaggiato quelli toscani; noi siamo convinti di farlo meglio. Quando si sale almeno a 500 metri nelle valli alpine, ci troviamo in un clima non diverso da quello della bassa Valle dell’Adige, della zona di Bolzano. Se si fa del buon Pinot Nero là, si deve poter fare anche da noi. Se non lo facciamo è perché non siamo abbastanza bravi — ma come terroir non è impossibile.
Il Pinot Nero: quando sa di Pinot Nero, qualcuno ha sbagliato. Il Pinot Nero deve sapere del luogo. È il vitigno più sensibile al territorio che esista, e dovrebbe farsi riconoscere subito — non solo come Borgogna generica, ma se è Gevrey, se è Vosne, se è Chambolle. Salvo che alla cieca nessuno li riconosce davvero. Dopodiché sono tutti bravi — ve lo assicuro, ho visto i più grandi conoscitori di Pinot Nero del mondo alla cieca. Ed è giusto che cambi: essendo molto sensibile, conta l’annata, conta il modo di lavorazione. Ci sono produttori classici che lavorano in modo modernissimo, produttori giovanissimi che lavorano in maniera arcaica — raspo sì, raspo no — c’è davvero di tutto.
Questo Pinot Nero ha il grande pregio di sentirsi nordico — molto più nordico di quello a cui siamo abituati qui in Toscana, ma anche Oltrepò. Già dal naso c’è una bella tensione: frutta scura di bosco, ribes rosso e nero, mora di rovo, un tocco di mora di gelso, più calda, e una nota appena stuzzicante. Quello che mi piace tanto è questa nota di cuoio controllato — quel pellame buono dei sedili in pelle di una macchina di quattro anni: non è la pelle appena conciata, ha già un po’ di evoluzione. E c’è anche una nota piccante e leggermente verde che lo rinfresca molto al palato.
In bocca è un vino molto vivace, da tavola — però bevuto qui, fuori contesto, può avere qualche angolo di troppo. Considerando anche la magnum, in Toscana potrebbe sembrare un po’ ruvido…
Andrea Gori:
Questa è una grande differenza piemontese: per noi c’è troppo poco tannino, è levigato — questa morbidezza è inaccettabile.
Michele Antonio Fino:
Esatto! Dopo vi facciamo assaggiare il blend Barbera e Pinot Nero, dove sull’estrazione del tannino abbiamo spinto al massimo — perché questo qui è per i bambini, lo danno all’asilo quando finiscono di mangiare la pasta, è così morbido.
Ma mi piace sempre questa discussione — la faccio spesso anche con Marco Pallanti. Io dico sempre che amo i vini di Ama, e sembra un gioco di parole. Li trovo molto freschi, con spinte acide e tanniche che non mi risuonano sempre con il modo toscano di fare il vino. E in realtà Marco mi ha detto più di una volta quante litigate ha dovuto fare per difendere quello stile — perché c’è un’abitudine, una convenzione gustativa dominante, che ti spinge a fare il vino per il pubblico con cui lo assaggi più frequentemente.
Da noi il figlio del Nebbiolo è il re: nella nostra zona, più tannino ha è meglio è — e questo finisce per influenzare tutto il resto. Invece voi in Toscana — come direbbero i francesi — anche questo fa parte del terroir: il luogo dove il vino viene venduto di più alla fine lo influenza. Anche il consumatore è parte del terroir. E per quanto duro e scontroso, per noi quella scontrosità nordica è esattamente quello che amiamo.


https://youtu.be/Hm1jgqJRGQ8

Cascina Melognis Ca’Melò Bianco 2024

Ecco il rifermentato a base di Malvasia moscata di Cascina Melognis! La Malvasia aromatica che si fa a Piacenza è diversa da questa, che è tipica delle province di Asti e Torino. Noi siamo in provincia di Cuneo, quindi è ancora più rara. Il metodo di rifermentazione è quello piacentino: quando facciamo il vino base, congeliamo una parte del mosto e non lo lasciamo fermentare. La primavera successiva lo aggiungiamo al vino, imbottigliamo, tappiamo e lasciamo lavorare. È una bollicina diversa dal solito — pressione più bassa rispetto a uno spumante classico.
Non amo i rifermentati in generale — ma quando hanno un senso e sono fatti bene è un’altra storia. Purtroppo la categoria si vende sempre meglio, torbido o non torbido, fatti col mosto o fuori controllo dal punto di vista microbiologico. Questo invece è dolce, fragrante, con una bollicina e una lacrima bellissime. A volte questi vini sono un po’ rabbiosi, o hanno quel secco tremendo che sega la lingua — qui invece no. Rimane quella malizia giusta.
Michele Antonio Fino racconta che “Abbiamo imparato a fare questo vino da un fotografo di Parma che con la Malvasia rifermentata va avanti da cinquant’anni.
Il primo accorgimento è la macerazione: quest’uva fa cinque giorni sulle bucce a freddo. Questo tampona l’effetto amaro che emerge negli aromatici quando fermentano a secco — di solito lavoriamo con Malvasia e Moscato lasciando un residuo dolce proprio per questo motivo: se consumano tutto lo zucchero, viene fuori una nota amara un po’ fastidiosa. L’effetto tampone delle bucce riduce molto quell’amaro. Il secondo accorgimento è rifermentare solo con il mosto, senza piede di cuve: in questo modo la torbidità è molto ridotta. Il torbido di per sé non è un difetto — è solo lievito — ma il lievito ha un suo gusto, un po’ grezzo, che è esattamente quello di cui parlava Andrea. Ci vuole più pazienza, si rischia un po’ di più, ma si aspetta che la rifermentazione avvenga bene e il risultato alla fine ripaga”.