Questo è il vino per cui è nata l’azienda Cascina Melognis. Michele Antonio Fino racconta che è stata fondata con sua moglie nel 2009: “avevamo piantato la prima vigna di Pinot Nero nel 2002, e nel 2008 abbiamo trovato una vecchia vigna di Barbera in affitto, molto bella, su una punta di collina. Noi siamo nelle Prealpi, non in zona collinare classica — le esposizioni, le pendenze e i suoli sono molto diversi rispetto all’Astigiano. Quella vigna aveva allora una quarantina d’anni, oggi ne ha 55, e ci dà ancora una Barbera di grande struttura. L’idea del blend è nata per imitazione — abbiamo copiato quelli bravi. Il vino che ci piaceva all’epoca era Forteto della Luja “Le Grive”, Barbera e Pinot Nero creato da Giancarlo Scaglione a Loazzolo, in provincia di Asti: un vino che alla fine degli anni Novanta era monumentale. Oggi è molto cambiato, perché quella zona è diventata caldissima con il cambiamento climatico — è diventato una specie di Opus One con un punto in meno di acidità, un po’ seduto. Da noi invece l’acidità della Barbera rimane molto vibrante, e il Pinot Nero porta il tannino che la Barbera non conosce affatto
Questo è un vino che abbiamo in tutte le annate dal 2009 — abbiamo persino un 2007 sperimentale in casa — e non c’è ancora un’annata che abbia scollinato. La capacità di invecchiamento è molto buona: unisce le virtù di due varietà diverse.”
Al naso, da giovane, questo vino è abbastanza sulla sanguinella — ricorda certi Nebbioli più scuri, certi Barali — e può ingannare. Il tannino è nell’ordine di un Barolo di Monforte o di Serralunga, un pochino scorbutico, ma con i suoi estimatori appassionati.
Personalmente non sono un grande fan della Barbera — trovo che abbia spesso troppa acidità, troppa esuberanza, un carattere un po’ sguaiato. Quando invece viene indirizzata su un binario più nordico, più controllato, la preferisco molto. E la Barbera sente il terreno in maniera clamorosa. La nostra vigna è su un suolo molto pietroso, fatto di scisti che si sbriciolano all’aria, con pochissima sostanza organica — e le piante hanno 55 anni. Il risultato è un vino molto longilineo.
Francesco Annibali una volta ha detto: “I tuoi vini hanno tutti i fianchi stretti.” Lo consideriamo un grande complimento alla nostra viticoltura: fianchi stretti vuol dire meno potenza, più eleganza, più persistenza gustativa, più profumo. Anche la Barbera da noi arriva a 14,5°–15° nelle annate calde come il 2022 — che è poco, credetemi, perché a Nizza Monferrato negli ultimi anni si arriva tranquillamente a 17° senza particolari sforzi. Da noi rimane un filo più tesa, con acidità più alta e alcol più basso, e si sposa bene con il Pinot Nero, che è basso di acidità ma ricco di tannino.
Mangiate pure — vedete che arriva quello che non chiamerei involtino, ma Tommasella — e noterete come un po’ di tannino e di struttura siano perfetti per asciugare un piatto con bella succulenza e untuosità. Dal punto di vista aromatico, questo vino unisce il lato più rosso della Barbera e il lato più scuro del Pinot Nero; in bocca è un connubio divertente, intrigante, con quella giusta lunghezza e quella freschezza che al nostro palato suona sempre molto nordica.
È un vino moderno, ma che non rinuncia alla sostanza. A forza di voler scaricare tutto — vendemmiare sempre prima, alleggerire sempre — a volte si toglie il vino dal vino. Si sta andando un po’ troppo dall’altra parte. Dai vini Kardashian ai vini-fantasma, c’è qualcosa in mezzo. E questa moda del monovitigno a tutti i costi è abbastanza estranea alla tradizione italiana in generale — con l’eccezione della Vernaccia, che è talmente esile che se la mescoli con qualcosa perde la sua identità. Tutti gli altri sono sempre stati vini da taglio.
Michele ricorda che ” Noi facciamo anche un blend Barbera e Chatus — un altro vitigno tipico locale, il vino di tutti i giorni dei Saluzzesi. Questo è un blend nuovo, e con il nome latino l’abbiamo chiamato Noamen, che significa “novità”. L’idea di fondo è che il blend sia il modo migliore per valorizzare le diverse attitudini dei vitigni adattati al territorio — ed è questa, in fondo, la forza di tutto il progetto”.
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