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Ricette ancestrali con Paolo Gori

Il lavodo di ricerca era di seguire il libro “La Molecola della Civiltà ” di Francesco Sorelli con un menu che seguisse il vino laddove è stato, quindi sia geograficamente — da dove è partito — sia come viaggio temporale: non soltanto nello spazio, ma anche nel tempo.

Menu ancestrale:
Lahmacun (focaccia al manzo) – Armenia
Khashi zuppa di trippa – Georgia
Lasagne ancestrali di pasta fermentata alla “Alfredo”
Civiero di Cinghiale
Coppa Vetturino

Siamo partiti, non del tutto in ordine cronologico — abbiamo fatto un po’ di giri — da dove era nato il vino, quindi la zona del Caucaso, tra l’Armenia e la Georgia. Abbiamo fatto due piatti di là. Questa sorta di pizza con la carne sopra in realtà è diffusa un po’ in tutto il territorio: si trova dalla Georgia all’Armenia, e anche in Marocco. Quello che cambia spesso è l’aromatizzazione, le spezie sopra. Molto semplice, con poche spezie, perché comunque le zone interne del Caucaso sono zone montuose, abbastanza povere, zone di sofferenza.

Poi questa zuppa georgiana, che è il loro piatto principale, la zuppa delle grandi feste. Ha come base il manzo, ma le parti molto collose del manzo. Loro poi la servono in realtà con molte cose accanto: noi non abbiamo il loro pane, ma ho messo un kalasao che un po’ assomigliava alla loro pita. Si sfoglia, come si fa col kalasao: si sfoglia, si apre, gonfia e poi si secca. Loro la servono con le cipolle, con vari accompagnamenti. Diventa quasi un piatto della comunità, dove quello è il piatto principale e poi ci aggiungono varie cose.

Poi abbiamo fatto un salto indietro nel tempo. Le lasagne che avete assaggiato sono appunto delle lasagne fermentate. Sembra che questa fosse la prima pasta conosciuta arrivata fino a noi: ne parla Maestro Martino, quindi qui siamo nel 1100, ancora nell’Alto Medioevo. Probabilmente era il modo in cui domani mangiamo la pasta asciutta. Si chiama lasagna perché anche a Firenze le lasagne in realtà sono quelle che poi sono diventate le pappardelle. La lasagna emiliana ora è diventata più famosa, per carità, però a Firenze quando si parlava di lasagna si parlava più della pappardella.

Il condimento base in realtà era burro e formaggio. Io ho aggiunto il pepe, perché sennò insomma era un po’ scarso a livello gustativo. Sapete che il pepe era estremamente caro, quindi se questo fosse stato un piatto abbastanza povero, difficilmente chi faceva un piatto del genere poteva metterci il pepe sopra.

La particolarità è che la pasta veniva cotta, veniva condita col formaggio e il burro, e questo è probabilmente uno dei motivi fondamentali per cui noi si mette il formaggio sulla pasta. Noi siamo abituati: sulla pasta metti sempre il formaggio, se non c’è il pesce. Quindi rendetevi conto di quanto questo piatto originario abbia influenzato nei secoli il nostro modo di mangiare la pasta asciutta. Di base la pasta asciutta si mangiava con olio, lardo o burro, e formaggio. Negli anni sono cambiati gli altri ingredienti, ma non è cambiata l’idea di metterci il formaggio.

Altro passo, sempre di cucina medievale: abbiamo mangiato questo civiero di selvaggina. Sapete che il civiero nella lingua attuale indica una cottura dove la parte della cipolla e del vino rosso è predominante, quindi si sente questa urgenza del vino rosso. E questo è proprio il civiero come veniva fatto nel Medioevo, dove l’addensante è dato dal sangue dell’animale. Logicamente il sangue di cinghiale è un po’ un problema: questo dentro aveva del sangue di maiale per addensarlo. Perché sapete che addensare le salse, fino all’epoca moderna — quando con la cucina francese abbiamo cominciato a usare burro e farina, o grasso e amido — prima si addensava con mollica di pane, o con sangue, o con altre sostanze.

Poi arriviamo alle belle époque: la coppa del Venturino. Questo è un po’ uno dei tanti antenati del tiramisù. Fra i vari antenati, uno dei possibili è stata individuata proprio in questa coppa Venturino.

Era proprio un viaggio sia nello spazio che nel tempo, nei paesi che hanno visto l’evolversi e l’espansione del vino.

Cucina con i presidi Slow Food Toscana

Paolo Gori racconta l’uso dei presidi Slow Food toscani in un classico menu autunnale: Crostino di cinghiale, Acqua cotta alla maremmana, Cianfagnoni alla bottarga di Orbetello, Spezzatino di razza maremmana e polenta biancoperla , Becci alla farina dei Tecci di Calizzano e Muriandolo. Abbiamo iniziato con il cinghiale e quindi l’acquacotta alla maremmana.

Sull’acquacotta è un po’ come la ribollita: c’è chi mette più sedano, ognuno meno, ogni tanto cipolla, non mette patate e non mette carota. Cioè, non è così facile mettere d’accordo su un piatto tipico e su un piatto familiare quali sono effettivamente gli ingredienti. Di sicuro, rispetto alle zuppe del continente — cioè, scusate, delle zuppe non della costa, quindi delle zuppe dell’entroterra — c’è una nota piccante che noi non usiamo, non amiamo molto. A volte c’è l’uso di un po’ di pomodoro, che non amiamo. E poi c’è questa abbondanza di sedano che la denota. Poi probabilmente va il pecorino, il parmigiano, e a volte completata con un uovo in camicia. Stasera siamo stati un pochino più leggeri.
Quello che ci aspettava poi: abbiamo utilizzato un presidio, la bottarga della comunità dei pescatori di Orbetello. Ha avuto qualche scossone, però si stanno riprendendo. E quindi siamo giù in Maremma.
Cos’è il cianfanèllo? Avete capito che il cianfanèllo alla pappa in realtà è il papà della pappa, perché pare che sia quello che le maestranze del popolo fiorentino abbiano portato su in Francia, e poi i francesi, essendo più ricchi, hanno fatto una sostituzione di ingredienti: hanno tolto l’acqua e il latte — però cioè, fatto una pappa a base di latte — quindi denota la sua povertà. Quindi abbiamo il cianfanèllo, abbiamo aggiunto quello che è altro piatto classico, eh, altro ingrediente della zona in Maremma. E quindi su una base molto neutra abbiamo sentito molto bene proprio solo il sapore della bottarga.
La maremmana è presidio Slow Food. Sapete che la maremmana ha un sapore molto deciso, perché se le chianine, le calvane, le limousine, le montbeliarde e via dicendo sono sempre più simili a un manzo — quindi carne che ha la mano buona — qui veramente c’è una dieta completamente diversa, perché vive a suo modo, quindi proprio ha un riferimento… Ha questa nota, eh, molto molto speziata, questa nota boscaiola, quindi proprio la carne di maremmana la riconosci rispetto a una carne di razza.
Come la trattiamo? La trattiamo così, il cinghiale: col cavolo rosso e l’alloro, il ginepro. Noi del manzo non si usa ginepro, mentre qui c’è quasi gestita, quasi come se fosse selvaggina.
E la polenta che la accompagnava era polenta bianca, un presidio del Veneto. E prima la polenta si divideva, specialmente al Nord, diciamo: quella più pregiata era la polenta bianca, perché più delicata, più morbida. Ed era anche una distinzione geografica, perché in collina si usava più gialla, in pianura si usava più bianca. Quindi usare l’una o l’altra, poi, l’esatto mais era anche proprio una distinzione di dove abitavi, di dove eri.
Nel resto d’Italia la polenta bianca di mais bianco è un po’ sparita, perché abbiamo sempre bisogno di un colore, no? Pensate a quanto negli ultimi anni il pomodoro ha infestato punto la cucina. Noi, io da fiorentino non sopporto questo pomodoro che ha sporcato tutti i piatti fiorentini. Noi il pomodoro — che nessuno si è concentrato, però vuoi anche le maestranze nostre sono venute dal Sud Italia e hanno portato questo pomodoro ovunque — quindi il colore rosso, la polenta gialla, quindi questi colori che rendono più, sono più invitanti.
La polenta bianca, il bianco, ricordata come un gusto e un ricordo cromatico più da Sette-Ottocento — quando il bianco era il colore della nobiltà. Pensate al biancomangiare, al tacchino come carne delle grandi feste. Ora, tacchino vecchio, grande, però tacchino è carne bianca. Prima era considerato un piatto da signori.
Chiudiamo con una farina particolare: farina di neccio. Cosa sono i necci? Noi l’abbiamo riscoperto come si faceva una volta. Si metteva il seccatoio e sopra si faceva seccare la castagna. Quindi c’è questo odore leggermente quasi affumicato, perché effettivamente viene fatta con una cottura sotto. La grana è molto grossa. E avevo scritto — però casualmente era venuto anche lo scorso venerdì — avevamo fatto necci. Quindi abbiamo fatto la farina, e abbiamo fatto invece — perché nella Lucchesia intendono un più povero fatto sulle castagne — poi fritelline, ma mentre il neccio è quasi una crêpe di castagna, no, quindi è molto delicato, la pattona già dice il nome: è qualcosa di un pochino più…
Infatti noi a Firenze la facciamo qui a Firenze, sì, però diciamo nella zona lucchese, invece in Toscana si intende un neccio. E il Patriarca, e come abbinamento — dato che c’è una sfilza di rossi ancora da mettere davanti — abbiamo aggiunto anche una piccola fetta di pecorino a latte crudo a caglio vegetale del Mugello, della Bacciotti, che è la nostra amica della comunità

d’Assolo 2018 IGT Toscana Tenuta l’Apparita

L’annata fresca, forse l’ultima di sempre, porta il sangiovese di Paolo Tronci verso eleganza e finezza notevoli. Il 100% di sangiovese di San Casciano in “assolo” mostra doti di frutto splendido e raffinato che dopo qualche anno in bottiglia mostra una bella evoluzione di spezia , pepe agrumato, sottobosco e balsamicità affiorante.

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Champagne Michel Genet Brut Nature Blanc de Blancs

Dal grand cru di Choully , famoso per la finezza e la texture, la sua grazia e la sua femminilità, risuona perfettamente in questo mirabile Blanc de Blancs dove lo chardonnay di tre anni da cinque parcelle grand cru si armonizzano alla grande. Note di mandarino, arancio giallo, zagara e susina mirabelle ne aprono il naso presto corredato da floreale bianco di gelsomino e frangipane. Ingresso in bocca leggiadro e piccante con una delicatezza da vero Chouilly e un finale che si fa sentire. Grande champagne da aperitivo e da fritture di mare o di verdure, nel nostro caso ottimo su cecina (farinata di ceci) e pesto di cavolo nero di Paolo Gori.

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L’Or Già 2020 Igt Toscana Tenuta l’Apparita

Siamo a San Cascino, zona d’elezione per il sangiovese e Paolo Tronci fa nascere qui il suo progetto d’Assolo per un grande vino 100% sangiovese con affinamento in legno. Ma nella creazione del grand vin Paolo si accorge che il vino usato per ricolmare le botti, tenuto in acciaio, ha delle potenzialità notevoli come vino a se’ stante ed ecco che nasce L’or Già che nel nome vuole opporsi all’idea dell’assolo del sangiovese rappresentandone l’opposto…

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d’Assolo 2019 IGT Toscana Tenuta l’Apparita

L’annata grandiosa 2019 in Toscana ma non solo ha regalato vini straordinari e pulsanti di una vitalità impressionante. Questo 2019 di Paolo Tronci in quel di San Casciano ha frutto rosso e nero di notevole definizione, una solarità floreale e fruttata di marasca, melograno, ribes nero, viola, rosa e una componente agrumata felicissima.

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Champagne Brateau-Moreaux Tradition Meunier 100%

Un esempio fenomenale di cosa possa fare il meunier al suo meglio, ecco cosa è Brateau Moreaux con il suo vino di ingresso, fortemente indicativo delle capacità della piccola azienda RM. Note di mela croccante e appena cotta miste a frutta di bosco, floreale di campo e zenzero ne animano al naso dove non mancano tostature leggere di caffè e cacao e note di lievito intriganti tra brioche e crosta di pane. Bocca divertentissima e intrigante con finale non banale e una grande affinità con la tavola. Abbinato su zuppa di trippa , ceci e zafferano di Paolo Gori si è rivelato meraviglioso con un lato balsamico poco intuibile fuori dall’abbinamento.

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Champagne J.J. Lamoreux Cuvèe Gabin Pas Dosè Blanc de Noirs

Il grande pinot nero di Les Riceys risuona alla grande in questo vino che ne mostra tutte le sfumature di sapore e croccantezza. Questo pas dosè nasce in origine per il produttore addirittura dosato a 8 gr/lt ma per l’Italia viene addirittura azzerato ma senza perdere complessità e grazia. Colore quasi rosa di bella intensità fa da preludio ad un quadro di frutta rossa bellissima tra fragole, ribes, lamponi e melograno, spezia e note tostate e una bella potenza materica ne caratterizzano il palato. Bellissima la cremosità della bollicina e i ritorni di fragolina, zenzero e pepe nero che lo animano a lungo. Ottimo da pasto e da carni anche impegnative. Nel nostro caso favoloso anche sui Testaroli alle Noci di Paolo Gori.

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d’Assolo 2020 IGT Toscana Tenuta l’Apparita

La 2020 è l’annata in cui tutti siamo stati chiusi in casa o all’aperto in campagna a contemplare la natura che si prendeva una pausa dall’uomo e nel vino si è sentito tanto. Una sorta di pacifica setosità e tranquilla sostanza fruttata nitida e pulsante caratterizza i sangiovese del 2020 e a Tenuta l’Apparita Paolo Tronci. ha saputo trasmetterla al vino.

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Carmignano Villa Artimino Poggilarca DOCG 2021

La tenuta di Artimino nasce nel 1596 e già da prima in zona si facevano grandi vini. Continuano oggi la tradizione la famiglia Olmo con Annabella Pascale e Francesco Spotorno Olmo. La loro tenuta è immersa nei suoi 732 ettari divisi fra la provincia di Prato e quella di Firenze, con il fiume Arno che scorre nella valle ai piedi della cantina. Coltivata da sempre a boschi (è nata nel 1596 come riserva di caccia di Ferdinando de’ Medici) e vigneti (oltre settanta ettari con l’obiettivo di arrivare a cento nei prossimi anni) e circa 17.000 piante di olivo su terreni non sempre facilmente accessibili.

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