Bevute

Assaggi di vino distillati con punteggio, spesso con video degustazione

Castello di Vicchiomaggio Chianti Classico Gran Selezion La Prima DOCG 2022

Siamo in fondo, quindi siete stanchi, ma due note sul Gran Selezione, quindi il vino più importante all’interno della denominazione Chianti Classico, ma non sempre più pesante, anzi dovrebbe essere quello più particolare.
Questo è un vigneto di 30 anni di età, argilla sotto, quindi vuol dire intensità, potenza, frutto. La ciliegia qui in versione confettura; la viola, se c’è ancora la viola, è più candita. Ci sono la frutta di bosco, quindi una confettura di ribes rosso, ribes nero, anche un tocco di prugna, qualche idea di macchia mediterranea, c’è un po’ d’alloro, qualche sensazione balsamica. E anche qui c’è un goccio di Merlot che gli dà una leggerissima sfumatura di caramello, ma si sente giusto se si sa; altrimenti è una componente dolce che va a rendere ancora più particolare questo aroma.
Assaggiamo. Sentite la bellezza! Appunto, prima scherzavo sui tannini, ma questa nota sferzante in bocca, che asciuga, che è abbastanza importante… sul piatto che avete mangiato finora non lo capivamo, adesso invece sentiamo come asciuga, come poi prolunga il sorso. E questo è uno di quei vini che vengono esaltati dal piatto: è buono anche da solo, molto fresco e immediato, bel Sangiovese di razza, ma col piatto tira fuori anche la sua struttura e la sua balsamicità, le note pepate e la nota di liquirizia, l’oliva tostata. Veramente un vino di una bellissima lunghezza.

Maryamado Arali IGT Toscana 2021

Arali è basata sulle uve autoctone, quindi è il miglior Sangiovese che abbiamo — 80% — e 20% di Colorino. Il Colorino è un’uva che poi è il Colorino del Corno, in zona molto comune: un’uva piccola, molto tannica, con tanto colore. Va trattata bene, perché altrimenti ti può dare delle note stringenti, ma c’ha proprio questa bella struttura, questo bel colore, che ti aiuta un pochino a sostenere il Sangiovese. Tornando anche un po’ al vino di prima: man mano che ci stiamo spostando da Fonteboni ad Arali a Bonorlo, cambiano i contenitori dell’affinamento. Fonteboni è botte grande, cemento, acciaio — quindi tutti contenitori un po’ più neutri. Qui invece si passa già alla botte tradizionale, quindi la botte grande e un pochino di tonneau di rovere francese da 600 litri. Ecco, per ora è il mio preferito — poi vedremo che succederà. Il mio preferito perché c’ha proprio questo carattere della vecchia vigna, questo gusto che a me ricorda quelle zone. Maryamado, queste note un po’ resinose, queste note di sottobosco… il frutto si fa più scuro, si fa più ribes rosso-nero, un po’ più di mora di rovo. Però si sente che c’è il sangue verde, c’è l’arena, c’è la viola — che magari qui è candita. C’è un po’ di legno, effettivamente: magari col tempo la gestione delle botti chiaramente arriverà, quindi immaginate, sono tutte botti nuove, per forza un vino può essere un po’ più rigido. Però se gli date il beneficio della novità del legno, in realtà sentite che il frutto è bello. Cioè, questo frutto delle vecchie vigne c’ha questa nota un po’ più umami, un po’ più ferrosa, un pochino più speziata — una complessità che anche al naso è poco decifrabile, però che in bocca, al di là dell’effetto un pochino del legno, si vede quant’è la profondità, e soprattutto la saporosità che c’ha questo vino. Avete magari provato su questo piatto? Lì avete un doppio: avete la guancia, quindi avete il formaggio, e c’avete l’umami del vino. E quindi il piatto sarà sembrato molto più ricco e molto più complesso di quanto non fosse senza vino, proprio perché l’umami, la profondità, l’estratto di queste vecchie vigne si combinano con la guanciale — così come la pancetta — concentrato di umami, e il piatto diventa… insomma, praticamente in teoria potreste finire la cena qua e sareste tranquillamente soddisfatti senza bisogno di altro. Proprio perché i due si rincorrono. La magia delle vecchie vigne è proprio questa: ti dà questa idea, questo senso del luogo, il senso del territorio. Secondo me questo vino lo centra molto bene. Anche la scelta di fare solo uve autoctone — e anche il Colorino è di nuovo un elemento di territorio. Prima parlavo della Tenuta del Corno: il Colorino è una bestia difficile da trattare in purezza, secondo me è meglio smettere di provarci, nonostante ci provano tutti. Questo Colorino poi è veramente tannico, ispido. Quindi qui è il Sangiovese che dà la parte dolce e il Colorino che dà la parte serrata — a volte invece c’era il contrario: in altre zone il Sangiovese era ammorbidito. In questo caso è il Sangiovese che ammorbidisce, però è un Sangiovese di vecchia vigna, giocato sulla freschezza e l’immediatezza. Quindi questo è un vino anche qui molto versatile, ma anche molto divertente da assaggiare e da gustarselo così

Baricci Brunello di Montalcino 2016

Andiamo ad assaggiare questo nord di Montalcino con Francesco Buffi e la sua Baricci. Innanzitutto si sente tutta l’estrema gioventù: è un 2016, però ecco, la grande annata a Montalcino si svela anche in questo. Innanzitutto il colore: questo è un vino che si è fatto due anni di botte, si è fatto un bel po’ di bottiglia – è vero che viene direttamente dalla cantina dell’azienda e questo è qualcosa che purtroppo in tanti locali non è possibile fare – ma quando facciamo queste serate cerchiamo, ecco, di far arrivare le bottiglie direttamente dalla cantina, o comunque in condizioni controllate.
Sentite la timbrica nordista, no? Io perlomeno ci sento… voi? Sensazione effettivamente di bacche rosse, bacche scure, ma anche proprio delle note che ricordano la resina, ricordano l’abete, il pino. Queste note… le bacche rosse, la bacca è molto fresca. Ci sono le note qui che ricordano il bergamotto, ci sono delle note ovviamente terperose, c’è un tabacco scuro. Ci sono delle note… qui la macchia mediterranea si sente molto meno, anzi spesso e volentieri non si sente mai, proprio per questa, diciamo, freschezza.
E questo… spesso i vini del nord hanno un’acidità maggiore ma anche un’alcoolicità maggiore. Sono vini che comunque, soprattutto oggi, riescono a portarli più avanti di maturazione e hanno un bellissimo equilibrio. Se si va a vedere, l’acidità sicuramente spesso è più alta, ma c’è anche più alcol, e quindi sono dei vini che devono lottare per avere un loro equilibrio.

Ecco come racconta questo versante Francesco:


Se l’ho assaggiato… si beve con una piacevolezza estrema, veramente succoso, piacevole. C’è una dinamica basata tanto sul frutto: la fragola, la mora di rovo, ribes nero. E in allungo ritornano anche delle note floreali: la viola candita, ricordo delle rose, un’idea di incenso, ecco un po’ di balsamico e un po’ di speziatura.
E quello che piace della 2016 è proprio il tannino: questa granulosità del tannino serrato ma non aggressivo, che è lì bello solido, roccioso. Ecco, “roccioso” è un aggettivo che mi sentirei di spendere per questo vino, e che ci regala in abbinamento tanto, tanto divertimento.
Ma anche questo è un vino… nonostante non abbia fatto la Riserva, direi che se questa è l’annata, figuriamoci la Riserva che traguardi possa avere davanti.

Villa Rosa Gran Selezione Chianti Classico 2019

La storia di Villa Rosa è una storia molto semplice. Ce la racconta Andrea Cecchi: “Nel 2014, quando è nata la Gran Selezione, ero uscito dal consiglio del Consorzio del Chianti Classico — quando c’era anche il padre di Giulia Zingarelli insieme a me, insieme a tanti altri — e praticamente ero molto felice quando sono uscito dalla riunione. Sento ancora le vibrazioni nel mio corpo, nel mio essere: avevamo approvato la nascita della Gran Selezione, anche con azione retroattiva. Ma quando sono salito in macchina per tornare in ufficio, in azienda, ho detto: “E io adesso la Gran Selezione dove la faccio?”
È questa la molla propulsiva che mi ha fatto pensare, durante le notti successive, a dove avrei potuto fare — a Castellina, da produttore castellinese — la Gran Selezione. Essendo un agronomo sono andato a cercare terreni, suoli che potevano dare e generare quelli che io definisco i tannini setosi, che troviamo anche in questo vino di Villa Rosa, che nasce dal vigneto in Casetto, a quasi 500 metri sul livello del mare.
Ovviamente, come diceva Giulio — che era nato nel ‘25 come mio padre, tant’è che lo scorso anno abbiamo celebrato i suoi cento anni dalla nascita — poi gaggiolese come tutta la mia famiglia, amico di mio padre: quando facevano forca, come si diceva una volta a scuola, andavano a giocare a biliardo a Poggibonsi, al bar Orazio. E mi diceva sempre: “Mi raccomando, compra Villa Rosa, perché a Villa Rosa il Sangiovese ci nasce.” E questa me la sono tenuta in testa
Quando poi è nata la Gran Selezione, ho cercato in tutti i modi di concretizzare questo mio sogno, comprando la terra buona. Perché quando ho iniziato a lavorare per la mia famiglia, quarant’anni fa, ho pensato: mi racconto la storia della famiglia, perché poi al vino ci penserà Andrea Gori, nel senso che è più bravo di tutti. Ogni generazione deve pensare qual è il proprio ruolo nelle famiglie — e immagino che anche voi operiate in aziende e in situazioni d’impresa. Quindi, quando sono entrato in azienda ho detto: devo capire fin dall’inizio qual è il mio ruolo. Era già un’azienda grande, che aveva già delle tenute, un’azienda che non si poteva segare a metà. Dovevamo solamente dare una tinta, fare qualità, ovviamente cambiare tutto quello che c’era da cambiare. Ci sono voluti solo quarant’anni. Però il mio principio era quello di comprare la terra buona. Ho sempre detto: devo portare la terra buona a bordo. E anche i vini che si trovano in una distribuzione più larga comunque hanno una nascita e un’attenzione particolare.
Questo per noi rappresenta una nicchia: sono poche migliaia di bottiglie, nasce dal vigneto Casetto, e questa sensazione gustativa — che forse si discosta dagli altri vini che abbiamo assaggiato prima — è prevalentemente una tipicità del territorio. Siamo poi confinanti con Gagliole e anche con Castagnoli. Anche se l’azienda è grande, con 1.200 ettari di cui 300 a vite, questo è un vigneto che sta a cinque chilometri da Gagliole, quindi è sempre nello stesso territorio, dove c’è la quercia, dove c’è il cerro. Però è un pochino più distante, e questa sensazione è un po’ la sensazione che prediligeva l’amico Giulio Gambelli trent’anni fa.”

Ma il vino come è? Si può ancora dire Gambelliano? Castellina era in effetti uno dei suoi territori d’elezione. Probabilmente la maggior parte delle sue aziende erano proprio a Castellina e Poggibonsi. Era proprio… e Villa Rosa: ci sono ancora queste bottiglie con l’etichetta nera che girano — se le trovate, non ve le fate scappare. Giulio era bravissimo a identificare: sceglieva lui le aziende, non si faceva pagare come enologo, e questo lo rendeva libero. Vinificava solo i vigneti che reputava di grande livello, e Villa Rosa è sempre stato uno di questi.
Del resto, insomma, assaggiandolo, considerate che è anche una 2019, quindi in questo momento c’è anche un vantaggio: due anni in più di bottiglia, che fanno non poco. Effettivamente un vino che va verso le note più aeree, più soave, più ineffabile come sensazioni. Al di là dell’altitudine — che comunque abbiamo visto anche in altri vini — il tempo in bottiglia l’ha reso molto essenziale, molto scarnificato, e vengono fuori proprio queste note che ricordano il corbezzolo, la rosa canina, una frutta rossa di bosco, il ribes rosso. Ci sono delle note che ricordano anche qualcosa di umami, un po’ terroso, un pochino di ruggine, una nota sanguigna, l’arancia rossa. E anche questo colore: a volte certe Gran Selezione sono molto inchiostrate, eccetera — questo è trasparente, fresco, sembra un vino d’annata, e ci inganna. Quando poi andiamo a berlo ce lo aspettiamo leggero — e infatti è leggero, è arioso anche in bocca — però poi il finale, quanto va lungo! Anche questo ve ne sarete accorti mangiando con la carne, quanto sta dietro benissimo. A un gran pezzo starebbe benissimo. Ma quando i vini sono così, hanno questa eleganza, questo vigneto un po’ particolare, riescono in realtà… Potreste ricominciare dalla torta d’erbi, potreste metterlo anche su un cacciucco, potreste metterlo anche sugli spaghetti alle vongole, e questo direbbe comunque la sua. Perché non è invadente, non entra a gamba tesa come gli altri: dice la sua, condisce l’atmosfera, condisce il piatto, e ci regala insomma un affresco veramente di Castellina, di una complessità e un’intensità veramente rara. Quindi mi fa piacere che abbiate…

Maryamado Fonteboni IGT Toscana 2021

Questo nome deriva da una piccola fonte che storicamente era chiamata Fonteboni perché era acqua potabile. Il primo vino di Maryamado vuole interpretare quel territorio lì, dando un accento toscaneggiante: un vino abbastanza scorrevole. Le uve principali sono uve autoctone: un 60% di Sangiovese, 20% di Canaiolo, e poi il restante 20% è fatto dal 15% di Merlot e un pizzico di Cabernet Sauvignon. Dall’annata successiva — perché anche qui noi stiamo chiaramente cercando di aspirare sempre al meglio — nell’idea dell’enologo, con l’annata ‘22 scomparirà quel 5% di Cabernet Sauvignon. Perché il Cabernet Sauvignon, poi lo sentirete nel Bonorlo, è un’uva che marca abbastanza, e vogliamo dare a Fonteboni un’impronta proprio tipica toscana, con questo goccio di Merlot che va un po’ a smussare il Sangiovese e il Canaiolo

E’ un vino che unisce un po’ di freschezza, la piacevolezza del Sangiovese, con quel quarto di nobiltà che una tenuta del genere merita — anche se non c’è una storia lunghissima, sicuramente prima era di qualche famiglia nobile. L’idea è dare a questo vino l’impronta del vino d’ingresso, il primo rosso che per ora si beve della tenuta.
Sentite al naso la viola, la frutta rossa, un po’ anche fragola in confettura, un po’ di bergamotto. Vino fresco, ma non troppo fresco. Però sentite che quando poi l’abbiamo messo sul carciofo, l’abbiamo messo sulla minestra, in realtà non prevaricava particolarmente. Quindi un vino che, anche quando non si assaggia lì per lì, è fresco, però poi c’è una coda anche abbastanza lunga — si può abbinarlo sicuramente anche su carni, eccetera. Abbiamo messo su la minestra per evidenziare il fatto che comunque la leggerezza e la freschezza sono una prerogativa che Mario Amato ha abbastanza in mente.

Un progetto del genere, vent’anni fa, sarebbero stati tutti vini molto più simili al Bonorlo, e un vino del genere non avrebbe avuto forse la luce. Invece in questo momento c’è proprio il tentativo di farlo più fresco — diciamo un Chianti evoluto al gusto d’oggi. Però teoricamente pensatelo come un Chianti, un vino da pane e salame, con un quarto di nobiltà in più, di raffinatezza — che è questa speziatura, questa complessità pepata che lo lascia sul finale.

Alessio Magi – Rosato di Valtellina 2023 IGT Terrazze Retiche

Un rosato unico e particolare che potrebbe nascere effettivamente solo dal Nebbiolo. Questo di Alessio Magi è un Nebbiolo rosa con un colore oro-rubino davvero particolare che sprigiona al naso una nota agrumata intensa di arance del Gargano e pompelmo rosa, accompagnata da un floreale veramente pazzesco: fiori di pesco, fior d’arancio, rosa canina e glicine si mescolano ad altre note floreali e a leggera frutta di bosco (fragoline selvatiche, lampone). Emergono anche delicate sfumature di rabarbaro e melagrana che conferiscono ulteriore complessità.
Al sorso è fresco, dinamico, scattante, con una sapidità minerale che ricorda il granito della montagna e una piacevolezza finale veramente impressionante. Ottimo nel nostro caso come apertura della serata con il bollito, ma decisamente adatto ad abbinarsi a tantissime preparazioni di carni bianche e pesce di lago.

Pomona Chianti Classico 2023


Nomen omen ! Pomona come la divinità dell’abbondanza cui si ispira è un vino di sole e fragranza, diretto pimpante e immediate con un naso contadino ammaliante in cui emergono melograno lamponi e ribes rosso in mezzo ad un bel floreale di campo. Il sorso è vivace ricco e con sfaccettature di freschezza agrumata . Ottimo su Carabaccia così come salumi o la torta agli Agli di Paolo Gor

Champagne Pierson Cuvelier – Cœur de Cuvée Blanc de Noirs Grand Cru

Qui è la Maison de Pierson Cuvelier. Siamo a Louvois e, diciamo, se doveste fare l’esame di Champagne sbagliereste tutti, perché è uno dei 17 Grand Cru famosissimi tranne che… ci sono 67 piccoli produttori e qualche grande maison, ma quasi niente rispetto ad altissimi altri village. Ci si dimentica spesso, anche perché è difficile provare produttori che lavorano esclusivamente su questo Grand Cru.
40 ettari in tutto – quindi davvero piccoli. Oggi si fanno costare, quindi sono comunque presenti un po’ in tutta la Champagne, però a casa loro, la maggior parte di questo territorio, storicamente è dove c’era il Marchese de Sillery, soprannominato “il Grand Cru”, quello che ha dato poi il nome allo Champagne de Sillery. Quindi in realtà non è così sconosciuto nell’immaginario dello Champagne – non voglio fare il fenomeno – ma comunque deriva il nome almeno da quel territori.
Già dal colore, nonostante sia classificato come champagne bianco, c’è un tono che tira sul dorato scuro, non è purissimo.
Si chiama Cœur de Cuvée perché è fatto dal cuore della cuvée. Quando si pressa lo Champagne, differenziano le varie pressature: il cuore della cuvée è proprio la prima spremitura. Le uve chiaramente vengono spremute finché non è rimasta nemmeno una piccola goccia di liquido, ma questi usano solo la prima spremitura. E il resto? O lo vendono – e poi si fa champagne scadente con l’ultima spremitura – comunque champagne, però ovviamente nel cuore della cuvée c’è il mosto fiore, come il mosto fiore anche nell’assaggio dei vini.
In questo caso si intende quella prima spremitura che equivale più o meno: da 4.000 kg d’uva escono quei 2.550 litri che stavano nelle 10 barrique standard. Vuol dire che a livello di aromaticità, sentite che in realtà è bianco ma al naso è quasi rosso: c’è la fragola, c’è la ciliegia, c’è l’amarena, la ribes rosso, il bergamotto, l’arancia rossa. C’è una nota che a occhi chiusi potrebbe sembrare un rosato. Abbiamo detto la fragola – non potrebbe esserci il melograno?
E poi a livello di speziatura, c’è un po’ di peperoncino, c’è qualche nota un pochino più speziata – tipo chiodi di garofano – qualche nota anche un pochino affumicata. È un vino di piacevolezza e di allegria, quindi non è uno che ti fa paura.
In bocca il dosaggio è 5 grammi – in bocca è presente, questo in particolare. Si sente che è Pinot Nero: ha un certo peso e viene fuori questa nota amarognola di arancia, una scorza d’arancia nel finale. E la gessosità della Montagne, che è un po’ diversa da quella della Côte des Blancs – quella è sempre un po’ aggressiva – riesce qui ad avere questo lato iodato, salino, che tira quasi verso l’ostrica, che rende il sorso… no, però effettivamente sono tutti abbinamenti dove c’è un po’ di pepe, quando c’è una polpetta gustosa…

Cascina Melognis Econverso 2021 100% Pinot nero

Questo è un Pinot Nero in purezza 2021, vinificato in maniera molto tradizionale: 10% di grappolo intero, un anno di legno, due anni di bottiglia. Esce solo in magnum per avere un’evoluzione più controllata. Lo abbiamo servito su un comfort food pazzesco ovvero i ravioles, degli gnocchi a base di patate, panna, burro e formaggio morbido di malga ricreati da Paolo Gori con ingredienti del Mugello.
Il vigneto di Econverso di Cascina Melognis si trova a 600 metri in Val Vaita — una valle parallela alla Valle Po nel saluzzese. La Valle Po è quella dove scorre il grande fiume; la Val Vaita è la prima parallela a destra. Tutta la provincia di Cuneo è un ventaglio di valli, una di fianco all’altra, ciascuna con il suo torrente o fiume che scende e dà il nome alla valle. Accanto a questa vigna c’è quella di Pinot Nero da spumante, che vi faremo assaggiare dopo.
Si tratta di cloni di Borgogna, vinificati in rosso. Saliamo un po’ con l’alcol — siamo sui 13°–13,5° — è un vino di struttura, ma anche molto piacevole. Devo dire che ha fatto un buon lavoro anche Stefanino.
Dunque — il Pinot Nero. Oggi sembra che tutti lo facciano: improvvisamente tutti sanno fare Pinot Nero. Voi avete assaggiato quelli toscani; noi siamo convinti di farlo meglio. Quando si sale almeno a 500 metri nelle valli alpine, ci troviamo in un clima non diverso da quello della bassa Valle dell’Adige, della zona di Bolzano. Se si fa del buon Pinot Nero là, si deve poter fare anche da noi. Se non lo facciamo è perché non siamo abbastanza bravi — ma come terroir non è impossibile.
Il Pinot Nero: quando sa di Pinot Nero, qualcuno ha sbagliato. Il Pinot Nero deve sapere del luogo. È il vitigno più sensibile al territorio che esista, e dovrebbe farsi riconoscere subito — non solo come Borgogna generica, ma se è Gevrey, se è Vosne, se è Chambolle. Salvo che alla cieca nessuno li riconosce davvero. Dopodiché sono tutti bravi — ve lo assicuro, ho visto i più grandi conoscitori di Pinot Nero del mondo alla cieca. Ed è giusto che cambi: essendo molto sensibile, conta l’annata, conta il modo di lavorazione. Ci sono produttori classici che lavorano in modo modernissimo, produttori giovanissimi che lavorano in maniera arcaica — raspo sì, raspo no — c’è davvero di tutto.
Questo Pinot Nero ha il grande pregio di sentirsi nordico — molto più nordico di quello a cui siamo abituati qui in Toscana, ma anche Oltrepò. Già dal naso c’è una bella tensione: frutta scura di bosco, ribes rosso e nero, mora di rovo, un tocco di mora di gelso, più calda, e una nota appena stuzzicante. Quello che mi piace tanto è questa nota di cuoio controllato — quel pellame buono dei sedili in pelle di una macchina di quattro anni: non è la pelle appena conciata, ha già un po’ di evoluzione. E c’è anche una nota piccante e leggermente verde che lo rinfresca molto al palato.
In bocca è un vino molto vivace, da tavola — però bevuto qui, fuori contesto, può avere qualche angolo di troppo. Considerando anche la magnum, in Toscana potrebbe sembrare un po’ ruvido…
Andrea Gori:
Questa è una grande differenza piemontese: per noi c’è troppo poco tannino, è levigato — questa morbidezza è inaccettabile.
Michele Antonio Fino:
Esatto! Dopo vi facciamo assaggiare il blend Barbera e Pinot Nero, dove sull’estrazione del tannino abbiamo spinto al massimo — perché questo qui è per i bambini, lo danno all’asilo quando finiscono di mangiare la pasta, è così morbido.
Ma mi piace sempre questa discussione — la faccio spesso anche con Marco Pallanti. Io dico sempre che amo i vini di Ama, e sembra un gioco di parole. Li trovo molto freschi, con spinte acide e tanniche che non mi risuonano sempre con il modo toscano di fare il vino. E in realtà Marco mi ha detto più di una volta quante litigate ha dovuto fare per difendere quello stile — perché c’è un’abitudine, una convenzione gustativa dominante, che ti spinge a fare il vino per il pubblico con cui lo assaggi più frequentemente.
Da noi il figlio del Nebbiolo è il re: nella nostra zona, più tannino ha è meglio è — e questo finisce per influenzare tutto il resto. Invece voi in Toscana — come direbbero i francesi — anche questo fa parte del terroir: il luogo dove il vino viene venduto di più alla fine lo influenza. Anche il consumatore è parte del terroir. E per quanto duro e scontroso, per noi quella scontrosità nordica è esattamente quello che amiamo.


https://youtu.be/Hm1jgqJRGQ8

Chianti Classico Fascia Rossa Baron’Ugo 2014

Baron’Ugo è in genere una selezione dal vigneto più in quota che ha Michele. Prime annate era un Chianti Classico, poi è diventato IGT e oggi… questa annata qua invece viene preso come nome per il Chianti Classico. Quindi quest’anno ci sono state due diverse edizioni di Chianti Classico 2014.

Ma come mai la 2014 è stata, diciamo, un Baron’Ugo declassato? Perché è un’annata molto piovosa, molto fredda, in cui i vigneti più in quota hanno fatto molta più fatica a maturare. Non c’era quell’estrazione, quella trama tannica capace di fare un Baron’Ugo che… i vini di Michele, quello veramente… lasciando stare quelle poche bottiglie di Granbussia in Brigantino, ma il Baron’Ugo è quello più longevo, che si mantiene veramente fresco e piccante.

Invece in questo caso, secondo me, c’ha alcune idee del Baron’Ugo, quindi questa bellissima nota floreale, questa bellissima nota quasi di floreale di campo. C’ha la nota fruttata: frutta sotto spirito, un po’ di frutta di bosco sotto spirito, fragola, ribes, un po’ di mirtillo. Una nota di tabacco – mi viene in mente San Michele, grande fumatore di toscano – a me c’è sempre, sempre il sigaro, il tabacco toscano e il Kentucky dentro questi vini. E questa sensazione di evoluzione molto bella che appunto va verso qualche nota balsamica, va appena un po’ di mentolato. E una nota quasi di fragolina… poi c’è la nota di canfora, di anice, un bel pepe.
E qui l’evoluzione praticamente è stata molto galantuomo con questo vino. Un Chianti Classico normale non sarebbe così: un’annata 2014, oggi dopo 12 anni, non sarebbe assolutamente così. Ma un Baron’Ugo avrebbe sicuramente più tensione. Invece questo oggi è un vino che si beve con una franchezza e una dinamica piacevolissima.
Questo è un vino veramente tuttofare: dal cacciucco alle ostriche al forno gratinate, a una bistecchina. Questo è un vino veramente che raggiunge una grandissima piacevolezza, grandissima intensità, quindi bella lunghezza, bella… lungo… è veramente una sapidità, una salinità. Questo è proprio Radda, questo timbro salino: spesso lo troviamo in questo bellissimo bicchiere .