Tenuta Cantagallo, Montalbano è proprietà della famiglia Pierazzuoli dal 1970, 200 ettari tra vigne, olivi e boschi sulle colline tra Firenze e Vinci. Le vigne coprono 30 ettari su suoli collinari di tufo e galestro, esposti a sud, con piante tra i 10 e i 35 anni. Il motto stampato in etichetta è una bottiglia per ogni ceppo, e le uve sono certificate biologiche dal 2018. Accanto ai Chianti Montalbano ci sono il Gioveto IGT, il Vinsanto Millarium e un Laudemio prodotto nel frantoio di casa. In azienda anche 5000 olivi e un agriturismo.
Il Fondatore Chianti Montalbano Riserva 2020 è il cru di sangiovese in purezza dal primo vigneto piantato da Enrico Pierazzuoli, da cui il nome, con grappoli selezionati a mano. Acciaio per fermentazione e malolattica, almeno dodici mesi in botte da 10 ettolitri e altri dodici in bottiglia prima di uscire. Circa 2500 bottiglie l’anno, la punta della casa, un vino che fonde l’armonia delicata del Montalbano in una rocciosa creatura con i giusti spigoli tannici e la sostanza senza dimenticare una bella scossa elettrica di acidità. Sorso che si scioglie in dolcezza e rimandi mentolati, bellissimo e profondo, un vino che vi farà cambiare idea sulla zona e che apre una finestra sul futuro delle 2 Sponde d’Arno
Al naso il primo movimento va verso i passiti: agrume candito, scorza, una dolcezza di frutta che non è zucchero. Sopra arriva il ventaglio di erbe aromatiche essiccate, menta, timo, mentuccia, un ricordo di basilico secco.
In bocca sta il lavoro vero. Vino quasi masticabile, estratto alto, ma a comandare è la sapidità: iodio, ostrica, una scia marina che si allunga fino a una chiusura salina con direzione, non un semplice picco.
Abbinamento: regge il piatto ligure classico, panissa compresa, anche se la logica chiederebbe qualcosa di più affilato. Qui la concentrazione sottolinea il piatto invece di accompagnarlo, con il rischio di prendere il sopravvento. Di fatto è un vino che sta in piedi da solo.
Le Marche del Mare Insieme ad Umani Ronchi, una serata per dimostrare come le Marche siano l’unica regione plurale anche nel vino! Dal Verdicchio metodo classico al vecchie vigne passando dai grandi rossi e un muffato che vi emozionerà. In abbinamento un menu estivo e marinaro di Paolo Gori con Marche e Toscana e i due mari a confronto in tavola! 55€
Menu della serata Olive all’Ascolana Cacciucco di ceci Riso sulle seppie in zimino Stoccafisso all’anconetana Crostata di fichi
Vini in abbinamento La Hoz H2 Metodo Classico Nature Casal di Serra 2025 Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Vecchie Vigne 2024 Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Cumaro 2021 Conero Riserva Docg Maximo 2023 Marche Bianco Igt Muffato
Un confronto epico tra due grandiosi vini italiani ognuno con il suo retaggio e le sue peculiarità in abbinamento, stavolta in scena allo Starhotels Michelangelo il prossimo giovedi 8 ottobre! Di scena dalla Valpolicella la grandeur moderna di Tedeschi e da Montalcino…sfidante a sorpresa!
Menu Cecina & Baccalà mantecato Farinata cavolo nero sul capo del verro Bigolo in salsa Stracotto e erbi Schiacciata uva e blu del Mugello
Vini Rosso di Montalcino 2024 Baricci Brunello di Montalcino 2021 Baricci Ga.Ry Igt Bianco 2023 Tedeschi Nicalò Valpolicella DOC Tedeschi 2023 Amarone Monte Olmi Riserva 2019 Recioto della Valpolicella capitel Fontana 2021
6 Vini tra Montalcino e la Valpolicella, menu a cura di Paolo Gori completo, 65€.
Per informazioni in negozio tutti i giorni allo 055.317206 oppure info@daburde.it.
For information in store every day at 055317206, 0559502931 or info@daburde.it.
Storie, Vini e Racconti Attorno al Fiume . Capraia e Limite, Montelupo Fiorentino, Empoli, Lastra a Signa: comuni attraversati dall’Arno, legati da una lunga tradizione vitivinicola che oggi si riunisce per raccontare la propria storia. Venerdi prossimo 25 settembre saranno nove le aziende agricole – Tenuta San Vito, Petrognano, Fattoria Sammontana, Canneta I Mori, Fattoria di Piazzano, Colle Paradiso, Podere La Botta, Fattoria Castellina e Tenuta Cantagallo – che porteranno in questa serata le proprie etichette come espressione di un territorio dove acqua, colline e storia si incontrano.
Menu Cibreo Orzo porri, bieta e ricotta Pappardelle coniglio e olive verdi Faraona al Tartufo nero Pan Bistugio
Vini in abbinamento Fattoria La Castellina Staffetta Toscana Bianco 2025 Canneto I Mori Chianti Colli Fiorentini 2023 Tenuta Cantagallo Chianti Montalbano Riserva Il Fondatore 2020 Tenuta San Vito Amantiglio Toscana Bianco 2024 Fattoria Sammontana Prunecchio Toscana Bianco 2025 Colle Paradiso Syrah 2023 Podere La Botta Il Canaccio Toscana rosso 2025 Fattoria di Piazzano Vin Santo 2011 Bianco dell’empolese Doc Caffè Torrefazione Negro
Costo 55€ tutti i vini e il menu completo info e prenotazioni 055317206 o via mail info@daburde.it
Finalmente siamo riusciti a far quadrare le stelle ! Forse non sapete che ormai quindici anni fa con Viandante del Cielo, George ha lanciato in silenzio e discrezione una bella sfida al vino italiano partendo da un luogo incredibile affacciato sul Trasimeno. Bianchi che affondano le radici nella storia dell’Umbria, un rosso dedicato ai vitigni storici del centro italia e un grand vin di ispirazione bordolese.
Qui, la Forza si esprime attraverso la cura meticolosa di vitigni autoctoni quasi dimenticati e varietà internazionali, dando vita a vini che riflettono l’integrità e l’eccellenza delle opere cinematografiche di Lucas: il progetto nasce dal restauro di un antico convento del XVI secolo, la tenuta fonde tradizione rurale e spirito cosmopolita. I Vini sono una collezione limitata che include uve come il Foglia Tonda e il Sanforte, salvate dall’estinzione e vinificate in una cantina ipogea all’avanguardia. La Filosofia è di produrre vini che, proprio come un film epico, sappiano emozionare e trasportare chi li assaggia verso nuove frontiere del gusto. Preparatevi a scoprire come un maestro del cinema abbia trasformato un angolo di cuore verde d’Italia in un’esperienza sensoriale senza tempo. Da pochi mesi Viandante del Cielo ha inaugurato una nuova fase della propria storia sotto la guida di Michele Biraga, nuovo direttore d’azienda.
Saranno vini all’altezza dell’ambizione? Lo scopriremo insieme a tavola con Michele Biraga l’enologo che li segue passo passo.
Con questo bicchiere siamo a Barsac — un comune confinante con Sauternes, come Margaux e Pauillac nel Médoc: due paesini diventati famosi per i vini muffati. Il Barsac si trova a prezzi leggermente più accessibili del Sauternes, ma rimane un vino impegnativo, anche perché produrlo costa molto. I vitigni di base sono Sémillon e Sauvignon Blanc — quest’ultimo a Bordeaux cambia completamente rispetto alla Loira o al Friuli: niente note di bosso, niente erba, figuriamoci in versione muffata. Quello che rende questi vini unici è la Botrytis cinerea, la muffa nobile. Funziona così: in autunno, la mattina c’è nebbia che fa sviluppare la muffa sulle uve; nel pomeriggio arriva il sole e il vento, che asciugano l’umidità. La muffa, privata dell’umidità dell’aria, va a prendere quella del chicco d’uva, disidratandolo e cedendogli sostanze particolari. Il risultato è una concentrazione straordinaria — non di alcol, siamo a 13,5° — ma di zuccheri e aromi. Tecnicamente siamo ben oltre il passito: la vendange tardive si raccoglie a fine settembre, il muffato va ancora più avanti, fin quasi al limite della vinificabilità Nel bicchiere si trovano pepe bianco, leggera nota di umidità, zafferano, funghi, sottobosco, e un comparto fruttato molto maturo: mango, papaya, banana, agrumi. E poi c’è quella componente ematica e ferrosa un po’ particolare, che ritornerà nell’abbinamento. In bocca la dolcezza è potente, ma la muffa introduce sostanze che creano un equilibrio inaspettato — una freschezza quasi paradossale che li rende molto meno pesanti di quanto ci si aspetti. Servito fresco, non è lontanissimo come beva da un Gewürztraminer vendange tardive; lasciato qualche anno in bottiglia, tende quasi ad asciugarsi. Il colore evolve dall’oro al mogano, ma le bottiglie di Château d’Yquem di cento anni fa sono ancora vive e luminose: i muffati sono tra i vini più longevi del mondo, insieme ai Madeira. Se vi nasce un figlio, una cassettina di Sauternes dell’annata è un investimento che vale la pena fare. Il libro parte proprio da Sauternes, con un primo capitolo — Le liasions dangereuses de Sauternes — che mostra come questo vino si presti a moltissimi abbinamenti. I francesi hanno mostrato la strada col foie gras; noi in trattoria la stessa magia la facciamo col crostino al fegatino e il Vin Santo. Chi viene a pranzo da noi lo sa: il crostino con il Vin Santo continua a sorprendere anche i clienti abituali. L’effetto è simile perché il fegato ha componenti ematiche e ferrose che si ritrovano anche in questo vino, creando un abbinamento per concordanza. Ma c’è anche l’amarognolo — il fegato è amaro, e se da bambini vi avessero dato un Sauternes con la scaloppina di fegato, forse l’avreste mangiata più volentieri. Il dolce bilancia l’amaro, l’alcol e la freschezza acida del vino puliscono il palato dalla grassezza e dalla pastosità, che su un fegatello diventano molto importanti. Il Vin Santo funziona, ma sporca di più il palato; il Sauternes ha quella freschezza ineffabile che i muffati — come gli SGN alsaziani e i Trockenbeerenauslese tedeschi e austriaci — devono proprio alla muffa. È quasi un vermouth per complessità aromatica, ma fatto da un singolo chicco d’uva e dalle sue strane alchimie.
Quest’anno organizziamo nella nostra vigna in Valdarno una cena spettacolo con musica di Ciro Amato e la bontà del menu delle nostre serate in versione extralarge grazie ad Eros Ghezzo e Paolo Gori, In abbinamento Rosa, Bianco e Chianti Palagina, tutti i vini che nascono dalla vigna in cui cenerete nel mezzo! In tavola avrete Salumi misti, Bruschetta e fettunta, Panzanella e pappa al pomodoro, Lasagna di verdure, Porchetta patate al forno e insalata mista e per finire Cocomero!
Menu di Paolo Gori ed Eros Ghezzo: Salumi misti Bruschetta e fettunta Panzanella e pappa al pomodoro Lasagna di verdure Porchetta patate al forno e insalata mista Cocomero
Questo è il vino per cui è nata l’azienda Cascina Melognis. Michele Antonio Fino racconta che è stata fondata con sua moglie nel 2009: “avevamo piantato la prima vigna di Pinot Nero nel 2002, e nel 2008 abbiamo trovato una vecchia vigna di Barbera in affitto, molto bella, su una punta di collina. Noi siamo nelle Prealpi, non in zona collinare classica — le esposizioni, le pendenze e i suoli sono molto diversi rispetto all’Astigiano. Quella vigna aveva allora una quarantina d’anni, oggi ne ha 55, e ci dà ancora una Barbera di grande struttura. L’idea del blend è nata per imitazione — abbiamo copiato quelli bravi. Il vino che ci piaceva all’epoca era Forteto della Luja “Le Grive”, Barbera e Pinot Nero creato da Giancarlo Scaglione a Loazzolo, in provincia di Asti: un vino che alla fine degli anni Novanta era monumentale. Oggi è molto cambiato, perché quella zona è diventata caldissima con il cambiamento climatico — è diventato una specie di Opus One con un punto in meno di acidità, un po’ seduto. Da noi invece l’acidità della Barbera rimane molto vibrante, e il Pinot Nero porta il tannino che la Barbera non conosce affatto Questo è un vino che abbiamo in tutte le annate dal 2009 — abbiamo persino un 2007 sperimentale in casa — e non c’è ancora un’annata che abbia scollinato. La capacità di invecchiamento è molto buona: unisce le virtù di due varietà diverse.” Al naso, da giovane, questo vino è abbastanza sulla sanguinella — ricorda certi Nebbioli più scuri, certi Barali — e può ingannare. Il tannino è nell’ordine di un Barolo di Monforte o di Serralunga, un pochino scorbutico, ma con i suoi estimatori appassionati. Personalmente non sono un grande fan della Barbera — trovo che abbia spesso troppa acidità, troppa esuberanza, un carattere un po’ sguaiato. Quando invece viene indirizzata su un binario più nordico, più controllato, la preferisco molto. E la Barbera sente il terreno in maniera clamorosa. La nostra vigna è su un suolo molto pietroso, fatto di scisti che si sbriciolano all’aria, con pochissima sostanza organica — e le piante hanno 55 anni. Il risultato è un vino molto longilineo. Francesco Annibali una volta ha detto: “I tuoi vini hanno tutti i fianchi stretti.” Lo consideriamo un grande complimento alla nostra viticoltura: fianchi stretti vuol dire meno potenza, più eleganza, più persistenza gustativa, più profumo. Anche la Barbera da noi arriva a 14,5°–15° nelle annate calde come il 2022 — che è poco, credetemi, perché a Nizza Monferrato negli ultimi anni si arriva tranquillamente a 17° senza particolari sforzi. Da noi rimane un filo più tesa, con acidità più alta e alcol più basso, e si sposa bene con il Pinot Nero, che è basso di acidità ma ricco di tannino. Mangiate pure — vedete che arriva quello che non chiamerei involtino, ma Tommasella — e noterete come un po’ di tannino e di struttura siano perfetti per asciugare un piatto con bella succulenza e untuosità. Dal punto di vista aromatico, questo vino unisce il lato più rosso della Barbera e il lato più scuro del Pinot Nero; in bocca è un connubio divertente, intrigante, con quella giusta lunghezza e quella freschezza che al nostro palato suona sempre molto nordica. È un vino moderno, ma che non rinuncia alla sostanza. A forza di voler scaricare tutto — vendemmiare sempre prima, alleggerire sempre — a volte si toglie il vino dal vino. Si sta andando un po’ troppo dall’altra parte. Dai vini Kardashian ai vini-fantasma, c’è qualcosa in mezzo. E questa moda del monovitigno a tutti i costi è abbastanza estranea alla tradizione italiana in generale — con l’eccezione della Vernaccia, che è talmente esile che se la mescoli con qualcosa perde la sua identità. Tutti gli altri sono sempre stati vini da taglio. Michele ricorda che ” Noi facciamo anche un blend Barbera e Chatus — un altro vitigno tipico locale, il vino di tutti i giorni dei Saluzzesi. Questo è un blend nuovo, e con il nome latino l’abbiamo chiamato Noamen, che significa “novità”. L’idea di fondo è che il blend sia il modo migliore per valorizzare le diverse attitudini dei vitigni adattati al territorio — ed è questa, in fondo, la forza di tutto il progetto”.
Questo brillante vino da uve pugnitello ha un profilo aromatico che ci regala sentori di more e prugne arricchito da erbe aromatiche e un accenno di mirtillo. Speziature di vaniglia e chiodi di garofano si uniscono a sentori floreali di geranio e rosa rossa. Al palato presenta una struttura robusta evidenziata da un tannico vigoroso che si lega bene alla sua freschezza e sapidità regalando un finale lungo con ritorni di affumicature, castagne e fiori secchi.
Nel video Antonella Giannini dell’azienda PoggioLella ci racconta del perchè si sono dedicati a questo vitigno:
https://youtube.com/shorts/x9HEOAfEJUo
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