Giulia di Cosimo è la nipote del dott Bonollo che ebbe l’intuizione di acquistare questi terreni confinanti con il celebre Castello della Sala nell’Orvieto DOC e portare alla massima espressione il potenziale del vino su questi terreni argillosi ma non solo vista la presenza di conchiglie fossili enormi che lei ama portare sempre dietro come talismano. Il suo vino, raccontato da Filippo Lazzerini proviene dell’alto Orvietano e nasce appunto su suoli calcareo-argillosi e calanchi. Panata è la selezione di vertice di Argillae, da Grechetto 50%, Procanico 20% e Chardonnay 30%, vendemmia manuale e rese ridotte. Vinificazione separata delle tre uve con breve macerazione a freddo in pressa chiusa, fermentazione in acciaio a temperatura controllata, eccetto una piccola parte di mosto di Grechetto che fermenta e affina in barrique di rovere francese; segue un anno in bottiglia, con uscita due anni dopo la vendemmia. Pompelmo, frutti esotici, pasta di mandorla, sapido e persistente ma soprattutto una dimostrazione che ci vogliano tempo e tanto lavoro sulle fecce per avere un vino intensamente gastronomico come questo capace di stare alla grande su una amatriciana con il rancetto umbro ma anche con cacciagione di piuma e penna.
Degustacene da Burde
Martedì 14 Luglio Bistecca fritta & Champagne!
Il prossimo martedì 14 luglio siete invitati nel nostro nuovo locale dentro lo Starhotels Michelangelo in centro a Firenze per il nostro evento speciale estivo 2026 ovvero la Presa della Bistecca! La Bistecca Fritta è un piatto delle feste, delle grandi occasioni della cucina fiorentina. A differenza della classica bistecca alla fiorentina cotta sulla brace, questa versione fritta nasce dalla necessità di utilizzare i tagli disponibili in trattoria, quando si serviva la fiorentina con osso. È un piatto che nostra nonna Irene ha sempre fatto, cucinando con quello che c’era in casa – o meglio, in ristorante, visto che abitava al piano di sopra, noi ci abbiamo solo aggiunto lo Champagne!

Menu
Crostini Toscani e Champagne
Pappa al Pomodoro
Bistecca fritta e acciugata
Zuppa Degli Inglesi
Vini in abbinamento
Champagne Collet Art Decò Brut
Champagne Collet Brut Rosè
Champagne Collet Millesimato 2015
Menu completo e tutti i vini 125€
Vicchiomaggio Ripa delle More Igt Toscana 2021
Che è un tempo li avremmo definiti Super Tuscan! Oggi comunque si vanno a vedere e contestualizzare nel suo territorio. In Maremma è praticamente una zona molto adatta per questo tipo di vini. C’è chi usa Cabernet e Merlot senza l’apporto di Sangiovese. Secondo me il Sangiovese, soprattutto in bocca, gli dà un altro smalto, un altro brio, un’altra struttura.
Qui c’è veramente, soprattutto al naso, le note del Cabernet e del Merlot vengono fuori, quindi appunto abbiamo detto il caramello, la frutta di bosco, ma più mirtillo, prugna, ribes nero, la mora di rovo prima, magari la mora di gelso. Ecco, anche lì mora di gelso e mora di rovo potete giocarvela: mora di rovo nel Cabernet, mora di gelso nel Sangiovese.
Le zone un po’ di sole… qui c’è una bella nota di eucalipto, anche quello viene fuori spesso quando il Cabernet sta al sole. E di nuovo una bella sventagliata di pepe appena macinato, qualche idea di castagna, la macchia mediterranea — l’elicriso, il lentisco, un po’ d’alloro.
E sicuramente un vino che probabilmente l’abbinamento col piatto, meno a livello aromatico, era con questa nota affumicata, un po’ fumé, ci stava molto bene. Perché c’è anche la tostatura del legno e un po’ la nota del Cabernet con un pochino di invecchiamento — questo è il 2021 — questo fumo va a trovare questa nota un po’ affumicata, un po’ anche di bacon che c’è nel vino, viene esaltata da questa nota affumicata della polenta. E poi la carne ovviamente ci dà la succulenza, e il vino ne sentiamo quasi il bisogno per ripulire il nostro palato.
Quindi ecco, un bel percorso. La sensibilità chiantigiana in Maremma crea anche questi vini qui, molto più accattivanti, forse un pochino più massicci, più intensi, più sfacciati. Il Chianti Classico seduce e magari colpisce meno lì per lì, però probabilmente va a finire che avete bevuto un bicchiere o due di Ripa delle More, ma tre o quattro di Chianti Classico. E quello è giusto, visto che si fa molto più col Sangiovese che col Cabernet: bene che il Sangiovese si beva di più e meglio.
Senza nessun invito all’alcolismo ovviamente — mettiamo i disclaimer — ma insomma, dopo una scena… una serata così, anche se avete bevuto mezza bottiglia di vino, potete tranquillamente affrontare la serata. Anzi, direi che sogni d’oro come stasera li fate poche altre volte.
Jurij FioreChianti Classico Sonocosì 2024
Sonocosì a Lamole per l’appunto. Perché Jurij con questo vino voleva dare l’impressione di mangiare un grappolo di Sangiovese di Lamole, cioè questo vino è il Sangiovese così come nasce a Lamole. Prosegue Jurij “Io per fare quel vino lì non faccio niente per cercare concentrazione: quindi in vigna non tolgo l’uva in eccesso — ultimamente, in questi ultimi anni, uva in eccesso non ce n’è, tra cinghiali, caprioli e cambiamenti climatici — però in vigna non tolgo l’uva in eccesso. In cantina non faccio il salasso, che è un’operazione tradizionale che si fa per ottenere i grandi vini. E poi lo lascio nel cemento, non gli metto il vestitino, diciamo, del legno.
E questo secondo me è un vino che rispecchia Lamole al 200%, non al 100%, perché — sentite — è proprio floreale, è molto floreale, ha questo colore, prima ancora: già ha questo colore abbastanza tenue, violaceo, ma quasi trasparente. I tannini morbidi morbidi, scorre sulla lingua come se nulla fosse perché è un vino che nasce in altitudine. Noi si vendemmia a metà ottobre, anche, quindi l’uva ha tutto il tempo per far maturare i tannini. E poi, un po’ come il bianco, ha questa acidità sostenuta e questa salinità che ti fa venire voglia di berti più di una bottiglia — mi raccomando, non una sola! E io lo devo vendere…”
Fanatico Chianti Classico Riserva 2020 Villa Trasqua
Lauretta Pianigiani racconta di Villa Trasqua a Castellina su un altopiano esposto a sud ovest . Questo “fanatico” è una Riserva ariosa e balsamico, fruttato rosso e etereo in parte. Sorso di finezza raffinata poi fragole e bergamotto, nel finale rivela un tannino curato e profondo . Un vino che pare impegnativo ma si rivela molto più versatile di quanto pensiate…
Maryamado Bonorlo IGT Toscana 2021
Bonorlo era il vecchio nome della villa. La villa medicea che è al centro della tenuta era conosciuta come Villa di Bonorlo, perché siamo su un costone che veniva chiamato Bonorlo — “orlo buono” — perché era una zona dove venivano bene le cose.
Qui andiamo sulle uve diciamo tipicamente di Bordeaux, anche se ormai non amo più dire “internazionali” — perché quanto è che il Cabernet e il Merlot sono in Toscana? Ormai da tantissimo tempo. Però l’idea è di creare un vino con le sembianze del taglio bordolese: 75% di Cabernet Sauvignon e 25% di Merlot. E qui chiaramente si va nel contenitore più piccolo, quindi barrique da 225 litri. Sono vini di grande forza, di concentrazione, però teniamo sempre ad avere questa bella spina acida — e lì l’altezza ci aiuta, perché i vigneti vanno dai 250 ai 350 metri sul livello del mare. Si sente che è un taglio bordolese macchiato dalla toscanità: non è un taglio bordolese della costa, che sono sempre un pochino più ricchi, più larghi.
Ecco, questo è il vino che ci si aspetta da una tenuta del genere, che vuole affacciarsi su quello che è il palcoscenico toscano. Bene o male la zona è quella dove sono nati i Supertuscan e tanti altri vini famosi, quindi ci si aspetta che ci si cimenti col Cabernet-Merlot. E direi che il risultato, comunque — di nuovo, di sicuro — è un vino dall’impostazione meno moderna degli altri, però il suo lavoro lo fa egregiamente. Anche qui, rispetto all’impostazione che ci poteva essere qualche tempo fa, sicuramente il passo è più felpato, più leggero.
Io ve l’avevo servito abbastanza fresco, ma avete sentito che in realtà la temperatura giusta… chiaro che si sente un pochino il morso tannico, viene aumentato un po’ dalla temperatura. Però comunque, anche se fosse stato un Supertuscan di vecchia impostazione, non l’avremmo sentito in bocca così: servito a 14–15 gradi, invece questo regge.
Al naso, anche qui, lasciatelo pure nel bicchiere — sentirete quando arriva poi la carne, che è tutt’altro vino: prende. E comunque anche così, la quantità di frutta di bosco, di cassis, di mora, di ribes, di sambuco… le note quasi di rosmarino, di ginepro, poi chiaramente la parte speziata, la verbena, note quasi balsamiche, quasi di eucalipto. Che comunque è una zona sì abbastanza alta, abbastanza fresca, ma c’è un bel sole — e il Cabernet col sole tira fuori questo lato balsamico dell’eucalipto molto forte, il timo, la mentuccia. Il caramello, l’apporto diciamo del Merlot si sente, però non è mai troppo dolce, non è mai svenevole. E anche pur avendo le barrique nuove, se le è mangiate bene. Cioè, se l’avessi dato [al buio], si sentiva quasi più la botte grande sul Sangiovese che la barrique qua sopra — quindi vuol dire che la buccia del Cabernet è molto ricca.
Estrazione medio-leggera: anche quella è una scelta molto moderna. Prima invece giocavano a estrarre tutto il possibile. E poi anche lì, è tutto comunque ancora in fase di definizione, perché sono state acquistate diverse barrique da diversi produttori, e poi man mano che si va avanti con le vendemmie si sceglie, si trova la propria strada — perché d’altronde c’è una vendemmia all’anno.
L’importante è però che il vino più importante, più costoso della tenuta, non deve deludere. Secondo me questo in bocca è veramente piacevolissimo: ti viene fuori anche un lato agrumato che al naso avete sentito — quasi proprio d’arancia rossa, una nota di bizzarria, questo agrume dei giardini medicei che è un misto fra mandarino e pompelmo — che viene fuori nel retrogusto, molto molto bello, resinoso.
E poi sentirete in realtà sull’abbinamento: questo è un vino che oggi va abbinato, per forza tirerà fuori altri lati, altre sfaccettature, e vi accompagnerà molto bene il resto della serata.
Enoforia Pugnitello 2020 Maremma Toscana DOC
Questo pugnitello in purezza di Enoforia è vino dal bouquet ricco e complesso con frutti di bosco maturi mescolati a note di muschio e foglie secche. Si fanni largo sentori di cannella, cuoio e tabacco. Al palato è avvolgente e strutturato con tannini decisi ma levigati e ben integrati aiutati da un affinamento più lungo rispetto alle altre etichette in degustazione. Il finale persistente ha un delicato richiamo al cacao, alla frutta matura e a speziature dolci che invitano a un altro sorso.
Paola Presti racconta in prima persona la sua azienda: “Enoforia è un gioco di parole con “euforia”: è ovviamente la nostra gioia del vino, perché per noi è stata l’occasione di un cambio di vita radicale – dalla città alla campagna, da un altro lavoro completamente diverso all’agricoltura. Di questa azienda, tra l’altro, mi occupo io direttamente in tutto e per tutto, dal campo alla cantina. E presto anche Antonio, speriamo, riuscirà a raggiungermi… perché da sola è dura. Da sola è veramente dura!
La nostra azienda in realtà è un’unione di due progetti. La mamma si chiama Autunnalia – “le cose d’autunno” – perché noi, oltre al vino, produciamo anche olio, zafferano e abbiamo anche una piccola attività di apicoltura.
La vigna, però, è proprio la nostra passione. Una cosa che abbiamo voluto fare quasi come un piccolo regalo della nostra età matura, diciamo così. Ed è di solo un ettaro, completamente dedicato a questo vitigno difficile ma adorabile che è il Pugnitello.
Coltivatori Custodi del Pugnitello
Tanto che, per questa dedizione totale al Pugnitello, la Regione Toscana ci ha nominati Coltivatori Custodi di questo vitigno. Il Coltivatore Custode è una figura particolare che ha il preciso compito di coltivare un vitigno per preservarlo dall’estinzione.
E io dico sempre che il Pugnitello ha nel nome la ragione della sua quasi estinzione: Pugnitello perché il grappolo è piccolo e compatto come un pugno, e quindi poco produttivo, molto poco produttivo. Per questo motivo non è molto gradito ai produttori e per questo ce ne sono appena una trentina di ettari in tutta la Toscana.
L’innamoramento: un nero d’avola maremmano
A noi ha veramente appassionato il suo profumo, i suoi sapori e soprattutto – siccome abbiamo un’origine siciliana – abbiamo chiesto all’enologo, quando dovevamo piantare questa piccola vigna: “Cosa c’è di tanto nero e locale qui in Maremma che ci ricordi il Nero d’Avola?”
E allora l’enologo: “Il Pugnitello!” Un vitigno abbastanza sconosciuto. “Provatelo, e se vi piace piantiamo quello.”
A noi è piaciuto subito. Abbiamo assaggiato quello dei nostri amici di Poggiolella, ci è piaciuto, e insomma abbiamo piantato nel 2016-2017 questa piccolissima vigna di un ettaro che però ci dà tante soddisfazioni. Non vogliamo il tanto, vogliamo il piccolo ma buono.
Biologici e sostenibili
Siamo biologici in vigna, ma non abbiamo ancora certificato il prodotto. Siamo biologici certificati in oliveto, naturalmente. E cerchiamo di adottare comunque tutte le pratiche più sostenibili anche di gestione del suolo: non fresiamo mai il terreno per salvaguardare la biodiversità che c’è nei primi 20 cm di suolo. Cerchiamo di stare nel nostro territorio con rispetto, con tutto il rispetto.
Il territorio: tra mare e sedimenti
L’azienda si trova a Magliano in Toscana. Siamo proprio di fronte al Monte Argentario. La veduta è spaziale: c’è il mare, l’influenza del mare si sente nei vini tanto – si sente nella sapidità che portano – ma non solo per l’aria, soprattutto per il suolo.
I suoli sono di rocce sedimentarie: quando si fanno gli scavi si vedono molto chiaramente gli strati di sedimenti che in ere geologiche si sono andati a sommare, con inclusioni di quarzo e vari minerali. Tutto questo si ritrova moltissimo nei nostri vini.
Il Pugnitello Rosé: unici a farlo
Intanto spero che possiate godere bene la serata con questo Pugnitello Rosé che siamo gli unici a fare. Il metodo principale di vinificazione del Pugnitello è il rosso, ma noi abbiamo voluto sperimentare anche il rosé.”
Castello di Vicchiomaggio Chianti Classico Gran Selezion La Prima DOCG 2022
Siamo in fondo, quindi siete stanchi, ma due note sul Gran Selezione, quindi il vino più importante all’interno della denominazione Chianti Classico, ma non sempre più pesante, anzi dovrebbe essere quello più particolare.
Questo è un vigneto di 30 anni di età, argilla sotto, quindi vuol dire intensità, potenza, frutto. La ciliegia qui in versione confettura; la viola, se c’è ancora la viola, è più candita. Ci sono la frutta di bosco, quindi una confettura di ribes rosso, ribes nero, anche un tocco di prugna, qualche idea di macchia mediterranea, c’è un po’ d’alloro, qualche sensazione balsamica. E anche qui c’è un goccio di Merlot che gli dà una leggerissima sfumatura di caramello, ma si sente giusto se si sa; altrimenti è una componente dolce che va a rendere ancora più particolare questo aroma.
Assaggiamo. Sentite la bellezza! Appunto, prima scherzavo sui tannini, ma questa nota sferzante in bocca, che asciuga, che è abbastanza importante… sul piatto che avete mangiato finora non lo capivamo, adesso invece sentiamo come asciuga, come poi prolunga il sorso. E questo è uno di quei vini che vengono esaltati dal piatto: è buono anche da solo, molto fresco e immediato, bel Sangiovese di razza, ma col piatto tira fuori anche la sua struttura e la sua balsamicità, le note pepate e la nota di liquirizia, l’oliva tostata. Veramente un vino di una bellissima lunghezza.
Baricci Brunello di Montalcino 2016
Andiamo ad assaggiare questo nord di Montalcino con Francesco Buffi e la sua Baricci. Innanzitutto si sente tutta l’estrema gioventù: è un 2016, però ecco, la grande annata a Montalcino si svela anche in questo. Innanzitutto il colore: questo è un vino che si è fatto due anni di botte, si è fatto un bel po’ di bottiglia – è vero che viene direttamente dalla cantina dell’azienda e questo è qualcosa che purtroppo in tanti locali non è possibile fare – ma quando facciamo queste serate cerchiamo, ecco, di far arrivare le bottiglie direttamente dalla cantina, o comunque in condizioni controllate.
Sentite la timbrica nordista, no? Io perlomeno ci sento… voi? Sensazione effettivamente di bacche rosse, bacche scure, ma anche proprio delle note che ricordano la resina, ricordano l’abete, il pino. Queste note… le bacche rosse, la bacca è molto fresca. Ci sono le note qui che ricordano il bergamotto, ci sono delle note ovviamente terperose, c’è un tabacco scuro. Ci sono delle note… qui la macchia mediterranea si sente molto meno, anzi spesso e volentieri non si sente mai, proprio per questa, diciamo, freschezza.
E questo… spesso i vini del nord hanno un’acidità maggiore ma anche un’alcoolicità maggiore. Sono vini che comunque, soprattutto oggi, riescono a portarli più avanti di maturazione e hanno un bellissimo equilibrio. Se si va a vedere, l’acidità sicuramente spesso è più alta, ma c’è anche più alcol, e quindi sono dei vini che devono lottare per avere un loro equilibrio.
Ecco come racconta questo versante Francesco:
Se l’ho assaggiato… si beve con una piacevolezza estrema, veramente succoso, piacevole. C’è una dinamica basata tanto sul frutto: la fragola, la mora di rovo, ribes nero. E in allungo ritornano anche delle note floreali: la viola candita, ricordo delle rose, un’idea di incenso, ecco un po’ di balsamico e un po’ di speziatura.
E quello che piace della 2016 è proprio il tannino: questa granulosità del tannino serrato ma non aggressivo, che è lì bello solido, roccioso. Ecco, “roccioso” è un aggettivo che mi sentirei di spendere per questo vino, e che ci regala in abbinamento tanto, tanto divertimento.
Ma anche questo è un vino… nonostante non abbia fatto la Riserva, direi che se questa è l’annata, figuriamoci la Riserva che traguardi possa avere davanti.
Villa Rosa Gran Selezione Chianti Classico 2019
La storia di Villa Rosa è una storia molto semplice. Ce la racconta Andrea Cecchi: “Nel 2014, quando è nata la Gran Selezione, ero uscito dal consiglio del Consorzio del Chianti Classico — quando c’era anche il padre di Giulia Zingarelli insieme a me, insieme a tanti altri — e praticamente ero molto felice quando sono uscito dalla riunione. Sento ancora le vibrazioni nel mio corpo, nel mio essere: avevamo approvato la nascita della Gran Selezione, anche con azione retroattiva. Ma quando sono salito in macchina per tornare in ufficio, in azienda, ho detto: “E io adesso la Gran Selezione dove la faccio?”
È questa la molla propulsiva che mi ha fatto pensare, durante le notti successive, a dove avrei potuto fare — a Castellina, da produttore castellinese — la Gran Selezione. Essendo un agronomo sono andato a cercare terreni, suoli che potevano dare e generare quelli che io definisco i tannini setosi, che troviamo anche in questo vino di Villa Rosa, che nasce dal vigneto in Casetto, a quasi 500 metri sul livello del mare.
Ovviamente, come diceva Giulio — che era nato nel ‘25 come mio padre, tant’è che lo scorso anno abbiamo celebrato i suoi cento anni dalla nascita — poi gaggiolese come tutta la mia famiglia, amico di mio padre: quando facevano forca, come si diceva una volta a scuola, andavano a giocare a biliardo a Poggibonsi, al bar Orazio. E mi diceva sempre: “Mi raccomando, compra Villa Rosa, perché a Villa Rosa il Sangiovese ci nasce.” E questa me la sono tenuta in testa
Quando poi è nata la Gran Selezione, ho cercato in tutti i modi di concretizzare questo mio sogno, comprando la terra buona. Perché quando ho iniziato a lavorare per la mia famiglia, quarant’anni fa, ho pensato: mi racconto la storia della famiglia, perché poi al vino ci penserà Andrea Gori, nel senso che è più bravo di tutti. Ogni generazione deve pensare qual è il proprio ruolo nelle famiglie — e immagino che anche voi operiate in aziende e in situazioni d’impresa. Quindi, quando sono entrato in azienda ho detto: devo capire fin dall’inizio qual è il mio ruolo. Era già un’azienda grande, che aveva già delle tenute, un’azienda che non si poteva segare a metà. Dovevamo solamente dare una tinta, fare qualità, ovviamente cambiare tutto quello che c’era da cambiare. Ci sono voluti solo quarant’anni. Però il mio principio era quello di comprare la terra buona. Ho sempre detto: devo portare la terra buona a bordo. E anche i vini che si trovano in una distribuzione più larga comunque hanno una nascita e un’attenzione particolare.
Questo per noi rappresenta una nicchia: sono poche migliaia di bottiglie, nasce dal vigneto Casetto, e questa sensazione gustativa — che forse si discosta dagli altri vini che abbiamo assaggiato prima — è prevalentemente una tipicità del territorio. Siamo poi confinanti con Gagliole e anche con Castagnoli. Anche se l’azienda è grande, con 1.200 ettari di cui 300 a vite, questo è un vigneto che sta a cinque chilometri da Gagliole, quindi è sempre nello stesso territorio, dove c’è la quercia, dove c’è il cerro. Però è un pochino più distante, e questa sensazione è un po’ la sensazione che prediligeva l’amico Giulio Gambelli trent’anni fa.”
Ma il vino come è? Si può ancora dire Gambelliano? Castellina era in effetti uno dei suoi territori d’elezione. Probabilmente la maggior parte delle sue aziende erano proprio a Castellina e Poggibonsi. Era proprio… e Villa Rosa: ci sono ancora queste bottiglie con l’etichetta nera che girano — se le trovate, non ve le fate scappare. Giulio era bravissimo a identificare: sceglieva lui le aziende, non si faceva pagare come enologo, e questo lo rendeva libero. Vinificava solo i vigneti che reputava di grande livello, e Villa Rosa è sempre stato uno di questi.
Del resto, insomma, assaggiandolo, considerate che è anche una 2019, quindi in questo momento c’è anche un vantaggio: due anni in più di bottiglia, che fanno non poco. Effettivamente un vino che va verso le note più aeree, più soave, più ineffabile come sensazioni. Al di là dell’altitudine — che comunque abbiamo visto anche in altri vini — il tempo in bottiglia l’ha reso molto essenziale, molto scarnificato, e vengono fuori proprio queste note che ricordano il corbezzolo, la rosa canina, una frutta rossa di bosco, il ribes rosso. Ci sono delle note che ricordano anche qualcosa di umami, un po’ terroso, un pochino di ruggine, una nota sanguigna, l’arancia rossa. E anche questo colore: a volte certe Gran Selezione sono molto inchiostrate, eccetera — questo è trasparente, fresco, sembra un vino d’annata, e ci inganna. Quando poi andiamo a berlo ce lo aspettiamo leggero — e infatti è leggero, è arioso anche in bocca — però poi il finale, quanto va lungo! Anche questo ve ne sarete accorti mangiando con la carne, quanto sta dietro benissimo. A un gran pezzo starebbe benissimo. Ma quando i vini sono così, hanno questa eleganza, questo vigneto un po’ particolare, riescono in realtà… Potreste ricominciare dalla torta d’erbi, potreste metterlo anche su un cacciucco, potreste metterlo anche sugli spaghetti alle vongole, e questo direbbe comunque la sua. Perché non è invadente, non entra a gamba tesa come gli altri: dice la sua, condisce l’atmosfera, condisce il piatto, e ci regala insomma un affresco veramente di Castellina, di una complessità e un’intensità veramente rara. Quindi mi fa piacere che abbiate…